Umberto Terracini (1895-1983). Intervista allo storico Leonardo Pompeo D’Alessandro

by storiapolitica
Umberto Terracini (1895-1983). Intervista allo storico Leonardo Pompeo D’Alessandro

Umberto Terracini è questa la figura approfondita nell’intervista di oggi nell’approfondimento sul centenario del Pci ed è al professor Leonardo Pompeo D’Alessandro  che attualmente insegna presso l’Università Bocconi.

Le sue pubblicazioni più recenti sono Giustizia fascista. Storia del tribunale speciale 1926-1943 (Il Mulino, 2020), Guadalajara 1937 (Carocci, 2017), mentre sul tema dell’intervista ricordiamo Umberto Terracini nel “partito nuovo” di Togliatti (Aracne, 2012).

In quale ambiente si formò Umberto Terracini e quali furono i suoi principali punti di riferimento?

La formazione intellettuale e politica di Terracini affonda nella Torino dei primissimi decenni del Novecento. La Torino operaia, delle fabbriche ‒ la Fiat in primo luogo ‒ ma anche la Torino delle sommosse, delle agitazioni, degli scioperi generati dall’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale e dalle drammatiche ricadute sociali che essa ebbe sulla vita dei civili.

In realtà Terracini era genovese di nascita, ma la famiglia, appartenente all’agiata borghesia ebraica, si era trasferita nel capoluogo piemontese nel 1899, dopo la prematura morte del padre.

Come ha poi ricordato lo stesso Terracini, gli unici libri presenti in casa durante la sua infanzia erano quelli di scuola e alle riunioni di famiglia si parlava di operai sempre “con un senso di timore”. Ad allargare i suoi orizzonti culturali e politici avrebbero contribuito in seguito due personalità: Umberto Cosmo, suo insegnante di italiano al liceo Gioberti e poi anche punto di riferimento di Gramsci negli anni universitari; e Angelo Tasca, organizzatore del fascio giovanile nel centro di Torino. Fu attraverso Tasca che Terracini si avvicinò alla Federazione giovanile socialista e in poco tempo, nel corso degli anni universitari (si era iscritto a Giurisprudenza), ottenne dapprima la carica di segretario dei fasci giovanili torinesi e in seguito dell’intera organizzazione giovanile piemontese.   

Che ruolo ebbe Umberto Terracini all’interno del gruppo dell’Ordine Nuovo e durante il congresso di Livorno?

Nel 1919 Terracini fu tra i fondatori del settimanale “L’Ordine Nuovo”, insieme a Gramsci, Tasca e Palmiro Togliatti. Nessuno di loro aveva ancora raggiunto la soglia dei trent’anni. Uno scarto generazionale notevole rispetto alla vecchia classe dirigente socialista. E anche questo influì sulla loro capacità di captare le spinte di cambiamento che, sul piano internazionale, provenivano dai rivolgimenti politici e sociali generati dalla guerra mondiale e dalla rivoluzione russa. Terracini collaborò attivamente all’esperienza ordinovista, contribuendo a trasformare il periodico nell’organo dei consigli di fabbrica. Dopo l’occupazione delle fabbriche, egli si impose sempre più come uno degli uomini di punta della nascente frazione comunista: nell’ottobre del 1920 fu tra i firmatari del suo manifesto programmatico e con Amadeo Bordiga firmò la relazione della frazione al Congresso di Livorno. Qui tenne uno dei discorsi centrali, con il quale rivendicò le ragioni ideali della scissione. Alla nascita del Partito comunista d’Italia fu eletto nel comitato centrale e, unico del gruppo ordinovista, nel comitato esecutivo.

Quanto incise l’avvento del fascismo sulla vita di Terracini?

Direi profondamente. Il fascismo costrinse da subito il partito alla semiclandestinità ma l’attività di Terracini, come quella di tanti altri dirigenti, rimase comunque infaticabile: tra il 1921 e il 1926 fu più volte a Mosca anche in qualità di rappresentante del Pcd’I nel Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista e in Italia si occupò dell’organizzazione dell’attività sindacale e di massa e diresse la redazione milanese dell’“Unità”. Ma non poteva durare a lungo. Già più volte arrestato e poi rilasciato, il colpo definitivo giunse nel novembre 1926 in seguito all’emanazione dei Provvedimenti per la difesa dello Stato e all’istituzione di un Tribunale speciale pensato ad hoc per giudicare i reati politici. Terracini, processato insieme a buona parte del gruppo dirigente del partito, ricevette la condanna maggiore: oltre 22 anni di reclusione. Ma anche dal carcere Terracini continuò a far sentire la propria voce sulle scelte del partito. In particolare, egli si oppose sia alla “svolta”, alla linea “classe contro classe” e alla lotta contro il “socialfascismo”, imposti alla fine degli anni Venti da un Comintern ormai sotto lo scacco di Stalin; sia al Patto russo-tedesco dell’agosto 1939, che pochi anni dopo gli valse l’espulsione dal partito decretata dal collettivo comunista del confino di Ventotene.

Quale ruolo ebbe Terracini nel Partito Nuovo di Togliatti? Quale ruolo ebbe nell’Assemblea costituente e quali erano le sue principali idee?

Credo sia opportuno precisare che Terracini fu uno dei pochissimi fondatori e dirigenti del partito a non avere avuto esperienza diretta dello stalinismo. I lunghi anni di carcere, paradossalmente, lo avevano preservato da quel fatidico incontro. Da qui, anche la sua schiettezza nel criticare le scelte politiche di Stalin, come era avvenuto nel corso degli anni Trenta e come sarebbe avvenuto ancora nel 1947, quando da Mosca giunse la proposta di istituire il Cominform. Fu probabilmente anche questa sua specificità, nell’immediato dopoguerra, a spingere Togliatti a valorizzare la sua figura e il suo ruolo nel “partito nuovo”. Non solo egli intercedette per la sua riammissione nel partito, ma appena se ne presentò l’occasione, agli inizi del 1947, propose la sua candidatura alla presidenza dell’Assemblea costituente. Era una candidatura per molti versi naturale avendo egli svolto sino ad allora l’incarico di vicepresidente dell’Assemblea ed avendo già acquisito un’esperienza significativa nel presiedere la Sottocommissione della Commissione dei 75 relativa all’organizzazione costituzionale dello Stato. D’altro canto, Terracini si può ritenere uno dei più conseguenti interpreti del “partito nuovo” e della proposta politica avanzata da Togliatti dopo il suo ritorno in Italia.

La consapevolezza dei tratti di novità che caratterizzavano la vita politica italiana dopo la caduta del fascismo e il ruolo nuovo assunto dalle masse lavoratrici nel processo di liberazione del paese fornivano a Terracini la chiave per precisare i termini entro i quali doveva svolgersi il nuovo processo di costruzione democratica. Una democrazia inclusiva dei nuovi diritti ed estesa a tutti i settori della società.

Che posizione ebbe sul XX congresso del PCUS e sull’invasione sovietica dell’Ungheria?

In seguito al XX Congresso del Pcus, del febbraio 1956, e soprattutto dopo la pubblicazione del rapporto Chruščëv, nel giugno successivo, era quasi inevitabile che proprio la sua fama di “dirigente meno compromesso nello stalinismo” ‒ così, per altro, in un articolo comparso su “La Stampa” in quei mesi ‒ lo mettesse nuovamente al centro dei riflettori. Individuerei due momenti della sua riflessione: da una parte, i suoi severi giudizi nei confronti dei metodi staliniani e la sua polemica con i dirigenti del partito per le loro reticenze in proposito; dall’altra, la sua non condanna dell’intervento sovietico in Ungheria.

Probabilmente prevalse, in quest’ultimo caso, la necessità di tutelare il partito dagli attacchi cui era sottoposto, in primo luogo da parte della stampa borghese. Le sue dichiarazioni si fecero dunque più prudenti; in Ungheria, sostenne, si è verificato “il fallimento di un metodo non di un principio”, sebbene poi, all’interno del partito, pose comunque il problema di una riflessione critica sul significato che assumeva la rivolta popolare in un Paese socialista.

Quali furono le principali posizioni di Terracini negli anni successivi sul centro-sinistra, il Sessantotto? Quale rapporto ebbe con Enrico Berlinguer?

In linea di massima, le sue posizioni sul centro-sinistra non furono differenti da quelle del suo partito, mentre si mostrò particolarmente attento a quanto avveniva nel movimento studentesco, alle sue ragioni e alle sue novità. E non sorprendono, in quei mesi, il suo pieno sostegno alla Primavera di Praga e le sue conseguenti dure critiche all’invasione sovietica. Ma allo stesso tempo, non sorprende nemmeno che egli approvi il provvedimento di radiazione del gruppo del “Manifesto”. Ancora una volta, alle rotture, Terracini mostra di anteporre l’esigenza, continuamente ribadita, di procedere, anche nel dissenso, dentro la dimensione collettiva rappresentata dal partito e dal ruolo che esso era chiamato storicamente a svolgere.

Fu invece uno dei pochi dirigenti, se non l’unico, a disapprovare la proposta di compromesso storico avanzata da Berlinguer. Ormai ottantenne, era radicata in lui la convinzione che la Democrazia cristiana continuasse a costituire lo strumento principale delle classi dominanti.