Turati e il congresso di Livorno: Intervista al professor Scirocco

by storiapolitica
Turati e il congresso di Livorno: Intervista al professor Scirocco

Turati, i riformisti e il congresso di Livorno è questo l’argomento della quarta intervista dell’approfondimento per centenario ed è al professor Giovanni Scirocco che insegna Storia contemporanea presso il Dipartimento di Lingue, letterature straniere e comunicazione dell’Università degli studi di Bergamo.

Le sue pubblicazioni più recenti sono Una rivista per il socialismo (Carocci, 2019) e Né stalinisti né confessionali (Biblion, 2018).

Quali sono le principali idee di Turati  e dei riformisti nel primo dopoguerra? E quale posizione tennero verso il biennio rosso?

Dopo le elezioni del 16 novembre 1919, le prime con il sistema proporzionale, per la cui introduzione i socialisti si erano battuti con forza, e che videro un loro notevole successo, passando da 53 a 156 deputati, il problema principale per Turati, come per Treves e gli altri riformisti di sinistra, fu di elaborare una strategia credibile per il movimento operaio italiano, cadute contemporaneamente le illusioni suscitate dalla rivoluzione sovietica e dalla “pace democratica” wilsoniana. Era una questione di non facile soluzione, anche per i difficili equilibri all’interno del PSI, dominato dall’ala massimalista.

La grave situazione economica e sociale del Paese impensieriva fortemente Turati, che il 17 febbraio 1920 scrisse alla Kuliscioff: «Quanto sarebbe prezioso per noi questo momento storico e quale delitto politico vi sia nel vivere così alla deriva, fra una rivoluzione che non si fa e una riforma che non si tenta, gli uni cercando l’alibi negli altri per giustificare il proprio nullismo, e viceversa».

Anna avrebbe ripreso questa tema, il problema dell’offrire alla classe lavoratrice e al Paese una via d’uscita dalla situazione in cui si stava avvitando e che avrebbe condotto al fascismo, scrivendo il 18 maggio al suo compagno: «Sai che cosa potrebbe essere un vero reagente in tutta la Camera e in seno del Partito? Un tuo discorso all’apertura della Camera sulle dichiarazioni del governo, in cui tu esponessi nelle linee generali, la messa in valore delle ricchezze italiane (…) Sarebbe un discorso eminentemente socialista e, nello stesso tempo, un programma di ricostruzione e di rinnovamento di tutto il paese».

Formando il suo quinto ministero, Giolitti aveva peraltro interpellato Turati per ottenere l’appoggio socialista, senza però riuscirvi per la netta opposizione della maggioranza massimalista. Ciò non impedì a Turati, seguendo le indicazioni e i suggerimenti della Kuliscioff di intervenire alla Camera il 26 giugno 1920 sulle dichiarazioni programmatiche del nuovo governo, esponendo un proprio ampio piano di riforme economico-sociali, un vero e proprio programma di governo che mobilitasse tutte le forze

disponibili, ma che tenesse sempre presenti gli interessi in gioco (tutt’altro che “frammentario e disorganico”, come lo definì Togliatti il 29 dicembre 1945 nella sua relazione d’apertura al V congresso del Pci); un discorso passato alla storia con il titolo di “Rifare l’Italia”.

Quale era la  posizione di Turati sull’adesione del Psi alla Terza internazionale?

Anche la corrente riformista è per l’adesione del Psi alla Terza internazionale, avendo constatato, sulla linea delle conferenze di Zimmerwald e Kienthal, il fallimento della II Internazionale di fronte alla guerra e mantenendo però, rispetto alle richieste contenute nei 21 punti, il nome del Partito e la propria autonomia.

Quali sono le critiche che vengono rivolte a Turati  e ai riformisti dalla maggioranza rivoluzionaria del partito?

Sostanzialmente, quelle della ricerca di un accordo con Giolitti e i ceti borghesi e di sostenere una politica “attesista” nei confronti della possibilità di un moto rivoluzionario.

Quali sono gli elementi di novità presenti nel discorso di Livorno  di Turati? Quali erano le critiche di Turati e dei riformisti al Partito Comunista d’Italia?

A Livorno, Turati riaffermò le posizioni della corrente riformista (o “concentrazionista”, come venne chiamata), riaffermando (dopo una distinzione, in verità abbastanza approssimativa, tra socialismo scientifico e socialismo utopistico) il proprio marxismo e rivendicando anzi di aver contribuito alla sua diffusione in Italia. Ciò che differenziava i riformisti dalle altre correnti del PSI non era quindi tanto l’ideologia, ma piuttosto la valutazione sulla maturità della situazione e dei mezzi, in particolare su tre punti: 1) l’uso della violenza 2) la dittatura del proletariato 3) la coercizione del dissenso. In una parola, il “culto della violenza”, frutto di una vecchia mentalità insurrezionalista, blanquista, giacobina, ridestata dalla guerra, causa prima dell’illusione rivoluzionaria e della conseguente, prevedibile, reazione. Di fronte a questo quadro, Turati non potè che ribadire, in conclusione, il valore del riformismo e del gradualismo come metodo, di fronte a un mito, quello della rivoluzione russa, destinato prima o poi a svanire, come tutte le illusioni: «Sempre “social-traditori” a un modo, e sempre vincitori alla fine (…) perché è la via del Socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe».

Che ruolo ebbe Turati all’interno del Psi dopo il congresso di Livorno?

Nei mesi successivi l’azione di Turati si indirizzò quindi a trovare, senza riuscirvi, una soluzione politica che garantisse sia l’unità di ciò che restava del PSI, sia la formazione di un governo che contrastasse seriamente la violenza fascista: a questo fine il 29 luglio 1922 partecipò alle consultazioni dopo le dimissioni del primo governo Facta, recandosi dal re per chiedere il ristabilimento delle libertà previste dallo Statuto e, il giorno seguente, appoggiò lo sciopero generale “legalitario”. Agli inizi di ottobre, pochi giorni prima della “marcia su Roma”, al XIX congresso del PSI tenutosi a Roma, prevalse però ancora, sia pure di stretta misura, la mozione massimalista, che prevedeva l’espulsione dei riformisti, i quali fondarono il Partito socialista unitario (cui aderì lo stesso Turati), eleggendo come segretario Giacomo Matteotti.