Togliatti e il Pci. Intervista al professor Fiocco

by storiapolitica
Togliatti e il Pci.  Intervista al professor Fiocco

Togliatti e il del Pci sono questi gli argomenti approfonditi nell’intervista di oggi nell’approfondimento sul centenario del Pci ed è al professor Gianluca Fiocco autore del libro Togliatti. Il realismo della politica (Carocci, 2018)

Togliatti il realismo della politica

Il Psi inizialmente aderì alla Terza internazionale, quali furono le principali motivazioni? Quali idee avevano il gruppo dell’Ordine Nuovo e Togliatti in questa prima fase?

Il Psi non aveva aderito all’Unione Sacra del 1914, contrariamente ad altri partiti socialisti, e a guerra in corso aveva sostenuto iniziative per rilanciare un progetto internazionalista dopo il fallimento della Seconda Internazionale. I sommovimenti russi del 1917 erano stati salutati dai socialisti italiani come un grande evento liberatorio, pur con differenze tra la componente riformista e quella massimalista. Il netto prevalere di quest’ultima al congresso di Bologna (ottobre 1919) coincide con la adesione alla neocostituita Terza Internazionale. Ma il Psi del biennio rosso, come è noto, non sceglie coerentemente né una linea rivoluzionaria né una linea riformatrice. Di rivoluzione si parla molto, prospettando una ondata sovvertitrice in tutta Europa, ma non vi è alcuna attività di preparazione in tal senso.

A Torino, punta avanzata della classe operaia italiana, i giovani dirigenti dell’Ordine Nuovo danno vita all’esperienza originale dei Consigli di fabbrica, scorgendo in essi il corrispettivo italiano dei Soviet. Gli ordinovisti, tra i cui dirigenti fondatori vi è Togliatti, lavorano attivamente per la rivoluzione, ritenendo che nel paese esistano le condizioni per una presa del potere. Si arriva così alla prova di forza dell’occupazione delle fabbriche, nel settembre 1920. A Torino si nutre la speranza di poter dare una spallata risolutiva al padronato, ma in realtà la controffensiva di classe è alle porte. Togliatti, inviato a Milano per sollecitare una estensione in senso rivoluzionario della lotta in corso, si scontra con le idee ben diverse dei vertici del Psi e della Cgl. Con amaro sarcasmo, lo stesso Togliatti avrebbe ricordato nelle note biografiche raccolte da Marcella e Maurizio Ferrara le obiezioni bizantine che gli vennero mosse al Consiglio nazionale socialista: «Chi aveva autorizzato la Sezione socialista di Torino, organo politico, a scatenare un movimento di natura sindacale? E quali erano le rivendicazioni? Erano esse state presentate tempestivamente ai superiori organi di direzione? E perché si sarebbe dovuto estendere il movimento? Questi Consigli di fabbrica, per cui si faceva sciopero, erano poi qualcosa di ortodosso, che ci fosse negli Statuti, o non erano una invenzione di intellettuali?». A Togliatti non restò che tornarsene mesto sotto la Mole, dove partecipò alle trattative in prefettura per stabilire forme e tempi della ripresa del lavoro.

In che modo il gruppo di Ordine Nuovo e Togliatti  contribuirono alla nascita del Pcd’I? Quali erano le differenze rispetto alle idee di Bordiga?

Nell’autunno del 1920 sia gli ordinovisti che i bordighiani erano ormai determinati a rompere con i riformisti, considerati traditori e nemici dei reali interessi del proletariato. Ma anche con i massimalisti la convivenza si era fatta difficilissima, in quanto non intendevano staccarsi dai riformisti. Questa separazione era stata chiesta da Lenin al II Congresso dell’Internazionale (luglio 1920), ma il leader massimalista Giacinto Menotti Serrati non aveva accolto la sollecitazione, compresa nelle cosiddette “ventuno condizioni” dettate per l’appartenenza all’Internazionale. Tra di esse vi era il cambiamento di denominazione da partito socialista a partito comunista. Era proprio dal centro del nascente movimento comunista che veniva l’ordine di assumere una posizione inequivocabilmente rivoluzionaria. La nascita del Pcd’I avvenne dalla convergenza del gruppo di Bordiga e di quello torinese, con il primo in una posizione predominante, anche perché possedeva una maggiore ramificazione nazionale. Tra i due gruppi non mancavano differenze, anche rilevanti: gli ordinovisti erano caratterizzati da un costume di sintesi politico-culturale del tutto peculiare, e pure la loro concezione del rapporto fra partito e classe operaia era distante da quella di Bordiga. Ma in questa fase prevalse la comune idea della necessità di costituire un partito nuovo, che doveva essere disciplinato e impermeabile a qualsiasi influenza del riformismo e del pacifismo borghese. Questo fece accantonare tutte le potenziali divergenze, che sarebbero poi riemerse più avanti.

Quali posizioni espresse Togliatti nel congresso di Livorno?

Togliatti seguì gli sviluppi congressuali da Torino e condivise pienamente la decisione di separarsi dal Psi e fondare il nuovo partito comunista. Fu certamente tra coloro che non intrapresero questo passo con facile ottimismo. Nei suoi scritti di quei giorni emerge la coscienza che si sta iniziando un cammino necessario ma anche segnato da grandi problemi e incognite. La prospettiva rivoluzionaria, che al giovane dirigente era parsa concreta durante l’occupazione delle fabbriche, appare adesso da costruire con un lavoro difficile e paziente. Le sconfitte hanno ammaestrato tutto il gruppo torinese, che ha avviato una riflessione sulle differenze tra le diverse zone del paese, tra operai e contadini, tra Nord e Sud. Sono iniziate le spedizioni punitive dello squadrismo fascista. Proprio al loro studio Togliatti comincerà a dedicare grande attenzione, mentre i bordighiani negheranno la specificità del fascismo.

In che modo l’esilio in Unione Sovietica influenzò Togliatti nel secondo dopoguerra?

Togliatti ha vissuto tutte le durezze e i drammi della “guerra civile europea”. Dopo il suo ritorno in Italia, è probabilmente il dirigente del comunismo occidentale che più si adopera e scommette sulla possibilità di lasciarsi questa fase terribile alle spalle e iniziare un nuovo cammino nella costruzione del socialismo. Un cammino che non passi attraverso nuove catastrofi belliche. Certamente, la sua è la generazione comunista che con l’Urss stabilisce un “legame di ferro” – la definizione, come è noto, appartiene allo stesso Togliatti –, cementato dalle persecuzioni, dallo sforzo di modernizzazione intrapreso dal colosso sovietico, dalla diffusione dei fascismi in Europa fino alla aggressione nazista del 1941. Togliatti aderisce a tratti fondamentali dello stalinismo: l’Urss è il baluardo del socialismo e la sua difesa è il compito primo di ogni comunista. Al tempo stesso, negli anni dell’esilio Togliatti a più riprese si pone il problema della nazionalizzazione dei partiti comunisti, della importanza di un loro radicamento e dello studio di programmi e forme di lotta calibrati sui contesti specifici in cui i comunisti si trovano ad agire. Si tratta di una esperienza che determina in Togliatti una attenzione sistematica al nesso nazionale-internazionale: i partiti comunisti devono agire sempre come parte di un movimento globale, ma nessuna strategia globale può essere calata astrattamente sui singoli partiti, senza tenere conto delle tradizioni locali e del contesto in cui operano.

Quali idee di Togliatti del primo dopoguerra sull’idea di partito ritroviamo nel secondo dopoguerra con il “partito nuovo”?

Quella del secondo dopoguerra è una pagina nuova. Il Pcd’I era nato e si era sviluppato come piccola formazione di militanti temprati e disciplinati, in lotta contro violenze e persecuzioni. La rifondazione della metà degli anni Venti con Gramsci segretario aveva cambiato programmi, metodi e prospettive, ma il partito era rimasto di “rivoluzionari di professione”, tra esilio e cospirazione interna. Costumi e meccanismi severissimi di adesione al partito vengono sconvolti da Togliatti quando arriva a Napoli nel 1944. Varie testimonianze dell’epoca ci restituiscono lo sconcerto dei dirigenti dinanzi al modello del partito di massa che viene adottato. Togliatti ha riflettuto sui caratteri innovativi introdotti dal partito fascista, sui caratteri di massa che la politica dovrà necessariamente mantenere e rafforzare, in un contesto ora pluralista. Parte una sfida con i cattolici per conquistare adesioni nella società. Una sezione del Pci per ogni campanile: è questo il traguardo indicato da Togliatti. Certo, all’interno del partito di massa si conserva e opera un nucleo “leninista” selezionato dall’esilio e dalla Resistenza. A questo nucleo più duro spetta il compito di serrare i ranghi del partito durante l’inverno della guerra fredda.

Il partito nuovo dunque come fondamentale discontinuità, resa possibile dalla Storia e dalle sue svolte. Possiamo però osservare che c’è una lezione del primo dopoguerra che resta in Togliatti: il fatto che i movimenti, per quanto avanzati (pensiamo ai consigli di fabbrica), hanno bisogno di un partito che organizzi la lotta politica e culturale, facendo da tramite con la società. Questa visione si rafforza ulteriormente dal 1944, quando i comunisti accettano l’orizzonte della democrazia. «I partiti – osserva Togliatti alla Costituente nel luglio del 1946 – sono la democrazia che si organizza. I grandi partiti di massa sono la democrazia che si afferma, che conquista posizioni decisive, le quali non saranno perdute mai più».

Che ruolo ebbe Togliatti nella fase costituente e come cambiò dopo il 1947?

Accanto all’edificazione del partito nuovo, gli sforzi principali di Togliatti furono rivolti alla conquista della Repubblica e alla sua caratterizzazione nel senso più progressivo possibile. Tra i principali leader politici, fu quello che partecipò maggiormente ai lavori della Costituente, dove operò attivamente nella Commissione dei 75 e poi nel Comitato dei 18, incaricato di comporre in un testo unico gli articoli formulati dalle diverse sottocommissioni. Alla prima riunione dei deputati comunisti disse che ogni concezione agitatoria e tribunizia del parlamentarismo doveva essere messa alle spalle: quella era l’Assemblea conquistata dal popolo, che doveva tracciare la via per un inserimento sempre più pieno delle masse popolari nella vita del paese e nei suoi centri di direzione.

Togliatti considerò il cantiere della Costituente come un incontro fra culture diverse, chiamate a ricercare elementi originali di convergenza, senza erigere muri o cadere in dispute ideologiche. Solo attraverso un rigoroso impegno in tal senso si sarebbe approdati a una Costituzione duratura, in grado di accompagnare il popolo italiano in un cammino di pace e progresso. La Costituzione non doveva limitarsi a registrare le condizioni del tempo presente: rappresentava anche un programma per il futuro. Questa impostazione togliattiana venne ben colta all’epoca da Piero Calamandrei.

Possiamo dire che in Togliatti, come in altri padri della Repubblica, operò in quel periodo uno spirito risorgimentale. Allo Stato unitario sorto nel 1861 si doveva conferire nuova linfa riorganizzandolo e aprendolo definitivamente in senso democratico. Questo era il ruolo storico che ricadeva in primo luogo sui partiti di massa. Togliatti attribuì particolare importanza al dialogo con la Dc, da lui considerata come il perno del sistema politico. Con i “professorini” democristiani della prima Sottocommissione vi fu uno scambio molto intenso, in cui le comuni speranze consentivano di volgere in positivo le differenze.

Il gelo della guerra fredda calato nel corso del 1947 non fece indietreggiare Togliatti dai suoi propositi. Lo spirito costituente venne preservato – anche dopo la cacciata delle sinistre dal governo – e sulla Costituzione appose la sua firma Umberto Terracini, presidente comunista dell’Assemblea per la cui nomina Togliatti si era battuto dopo le dimissioni di Saragat. Fu un esito destinato a rivelarsi importante per la tenuta del sistema repubblicano, ben diverso da quanto accaduto in Francia, dove il Pcf decise di non approvare la carta costituzionale, pur avendo contribuito fortemente alla sua redazione.

Il 1948 fu un anno ancora più duro – con lo “scontro di civiltà” del 18 aprile e i giorni drammatici dell’attentato di Pallante – ma la soglia che poteva condurre a un bagno di sangue non venne superata. A questo esito contribuirono la moderazione e il realismo di Togliatti, ma anche la sua fedeltà alla scommessa democratica che era stata fatta. Certo, alle aspettative della democrazia progressiva subentrò lo scenario di una guerra di posizione di durata probabilmente lunga e dalle mille incertezze, su cui aleggiava il pericolo di una messa fuori legge del Pci.

Quali furono le critiche di Togliatti verso il centrismo e verso il centro-sinistra? Quali critiche pose al Psi durante il centro-sinistra?

Per Togliatti il centrismo aveva una duplice e gravissima colpa: in politica estera legava l’Italia a doppio filo al blocco occidentale e alla battaglia contro il comunismo; in politica interna negava le istanze progressive del 1944-47 e consentiva invece la “restaurazione capitalista”, nel senso della riproposizione di quel modello di bassi salari e bassi consumi che aveva sempre tenuto le masse ai margini. Togliatti matura un fortissimo risentimento verso De Gasperi, si sente tradito dalle sue scelte. Al tempo stesso, cerca sempre di cogliere l’occasione di uscire dalla trincea della guerra fredda, di dimostrare che i comunisti possono offrire un contributo alla evoluzione democratica del paese. Pur giudicando limitate e insufficienti le riforme del centrismo, rivendica il ruolo del Pci nel favorirne l’adozione. In altre parole, per lui il centrismo ha rallentato e deviato il cammino prefigurato alla Costituente, ma non ha chiuso tutte le porte. Nella Dc permangono forze progressiste e sensibili alle istanze popolari, su cui si deve far leva. Anche da qui nasce il noto appello del 1954 «per un accordo tra comunisti e cattolici per salvare la civiltà umana».

Riguardo all’atteggiamento verso il centro-sinistra, distinguiamo in Togliatti diverse fasi, legate alla evoluzione del quadro politico. Dopo la sconfitta della “legge truffa”, si batte affinché si concretizzi la “apertura a sinistra”, che consenta di superare le barriere del centrismo. Per il Pci c’è il pericolo che questa apertura si risolva in un allentamento dei legami col Psi, ma a un certo punto Togliatti accetta che i socialisti acquistino una maggiore libertà di movimento (dopo gli sconquassi del 1956 la cosa diventa inevitabile). Quello che per Togliatti non è accettabile è che un accordo di governo tra Dc e Psi si risolva in una operazione trasformista che perpetui il sistema di potere democristiano. Su questo si accende periodicamente lo scontro con Nenni.

Per Togliatti il Pci deve cogliere ogni spiraglio per spostare in avanti, in senso progressivo la dialettica del confronto politico. Nel 1962 annuncia una opposizione costruttiva al centro-sinistra “programmatico” e appoggia le sue riforme, pur ravvisandone una serie di limiti. Togliatti riconosce le trasformazioni sociali ed economiche in corso – sono gli anni del “miracolo” – e apre alla possibilità che si stiano creando in Italia le condizioni per una politica riformatrice in linea con quella dei paesi europei più avanzati: dinanzi a questa eventualità il Pci dovrà fare la sua parte nel dibattito delle idee, in Parlamento, nel corpo della società. Ma poi, dopo le elezioni del 1963, quando il centro-sinistra arretra ed emergono fortissime le resistenze tradizionali al cambiamento, Togliatti diventa assai più pessimista. Ai suoi occhi, la borghesia italiana torna a mostrare il suo volto reazionario e la Dc continua a farle da garante. Nel suo ultimo editoriale su “Rinascita” prima della morte si chiederà angosciato: «in quale misura i gruppi dirigenti della grande borghesia italiana, industriale e agraria, sono disposti ad accogliere anche solo un complesso di modeste misure di riformismo borghese? In quale misura, cioè, è possibile, in Italia, un riformismo borghese?». Dietro questi interrogativi si ripropone il compito storico del proletariato italiano di sopperire ai limiti della borghesia nazionale. Questi interrogativi ci fanno anche comprendere la massima togliattiana che in Italia, per fare le riforme, bisogna essere rivoluzionari.

Quali sono alcuni aspetti che secondo lei andrebbero approfonditi in occasione di questo centenario sul Pci?

Credo che il compito principale per la ricerca storica sia oggi quello di approfondire il modo in cui finì il Pci, anche perché sarebbe un contributo fondamentale per ricostruire la fine della prima fase della Repubblica. Si tratta di una vicenda in cui i fattori internazionali sono fondamentali. Con la grande trasformazione degli anni Settanta si produce la crisi fatale dei sistemi comunisti e il Pci, che ha scommesso sulla possibilità di riformare questi sistemi, subisce un colpo terribile. Inizia per Botteghe Oscure una navigazione solitaria: non più inserito nel movimento comunista come un tempo, il Pci rimane al tempo stesso esterno al mondo della socialdemocrazia. Con la fine della guerra fredda e l’avvento della globalizzazione, entrambe le famiglie storiche del movimento operaio europeo rimangono sotto le macerie del muro di Berlino. Da questo punto di vista, possiamo inserire la fine del Pci nel tramonto generale della sinistra novecentesca. Ma ci sono poi delle specificità italiane su cui si dovrà continuare a indagare e a riflettere. È una riflessione necessaria: sono passati trent’anni ma il sistema politico italiano non è riuscito a dotarsi di strumenti neanche lontanamente paragonabili al ruolo di collante che svolgevano i tanto vituperati partiti della “prima Repubblica”. Tornare sul perché a un certo punto non sono stati più in grado di svolgerlo può essere utile rispetto alle sfide del tempo presente.

Vorrei chiudere con due osservazioni. La prima (negativa) è che la inevitabile trasformazione del Pci avrebbe potuto e dovuto essere gestita in modo più assennato, realistico e rispettoso della sua tradizione politica e culturale. Perché ciò non è avvenuto? Ecco la domanda cruciale e rivelatrice di più generali problemi della storia del nostro paese. La seconda (positiva) è che la battaglia del Pci per trasformare i sudditi in cittadini, emancipare le masse e inserirle nella vita pubblica, è stata una componente fondamentale dello sforzo, coronato da successo, compiuto dal popolo italiano per lasciarsi alle spalle le rovine della dittatura e della guerra, e intraprendere un nuovo cammino di progresso. Finché il Pci ha adempiuto a questi compiti, necessari per lo sviluppo della nazione, è stato un partito vitale, che traeva linfa dagli stessi effetti della sua azione. A un certo punto, però, quando si è trattato di ripensare questo ruolo alla luce delle trasformazioni dell’Italia e del mondo, non si è stati in grado di farlo adeguatamente. Riflettere sul declino e sulla fine del Pci rappresenta dunque una chiave importante per ragionare su quelle trasformazioni che hanno prodotto il mondo in cui viviamo oggi.