Televisione e post-pensiero: le idee di Giovanni Sartori

Televisione e post-pensiero: le idee di Giovanni Sartori

Opinione pubblica e democrazia al tempo della televisione: il contributo di G. Sartori in Homo videns. Televisione e post-pensiero.

Il libro Homo videns

Nel 1997, G. Sartori (1924-2017) dà alle stampe Homo videns. Televisione e post-pensiero, saggio che infiamma il dibattito – in realtà già molto acceso – sul ruolo dei media in democrazia e che riscuote un grande successo di critica e di pubblico, in ambito sia nazionale che internazionale.

La tesi di fondo del libro è semplice, ma molto originale: la televisione sta trasformando l’homo sapiens, il prodotto della cultura scritta, in homo videns, l’uomo “nel quale la parola è spodestata dall’immagine”, con una serie di implicazioni negative sulla sua “capacità di capire”.

Opinione pubblica e democrazia

In questo articolo, però, non si approfondirà questo tema; piuttosto si analizzerà la seconda parte del saggio, quella nella quale l’autore – pur tenendo sempre in considerazione il contesto generale, ovvero quello nel quale il tele-vedere sta cambiando la natura dell’uomo – allarga il discorso all’opinione pubblica e alla democrazia. In questo caso, la tesi che attraversa il libro è che la televisione sta mettendo in crisi la democrazia intesa come “governo di opinione”. Dunque, prima di capire come Sartori giunga a tale conclusione, è necessario fare una breve premessa sul significato della definizione di “governo di opinione”, e quindi sul nesso che secondo l’autore vige fra opinione pubblica e democrazia.

Il rapporto fra opinione pubblica e democrazia è abbastanza intuitivo: la prima è il fondamento sostantivo ed operativo della seconda. Se è vero che la democrazia si fonda sulla sovranità popolare, è vero anche che “un sovrano vuoto, che non sa e che non dice, è un sovrano da nulla”. L’opinione pubblica è, appunto, “il contenuto” che dà sostanza ed operatività – che dà voce – alla sovranità popolare. Da ciò discende la definizione classica di democrazia come “governo di opinione”, ossia come governo consentito e sostenuto dall’opinione pubblica.

Condizione necessaria e sufficiente affinché la democrazia come “governo di opinione” funzioni è, dunque, che il pubblico abbia opinioni. Questo edificio teorico regge alla prova dei fatti a due condizioni: la prima è che si resti in un contesto di democrazia rappresentativa, ove il demos, non esercitando in maniera diretta il potere, non è costretto a possedere espisteme (sapere), ma è sufficiente che possieda doxa (opinione); la seconda è che il pubblico abbia ed esprima opinioni sue, autonome.

La televisione mette in difficoltà la democrazia

Questa considerazione preliminare è essenziale ai fini del presente discorso poiché è proprio dal confronto con il piano normativo che Sartori parte per indagare il grado di deformazione che l’opinione pubblica e la democrazia acquistano all’interno di un contesto di “video-politica”. La televisione, sostiene l’autore, mette in difficoltà la democrazia come “governo di opinione” nella misura in cui ne mette in discussione i presupposti: quello dell’autonomia della pubblica opinione e quello del governo rappresentativo. Si andranno ora ad indagare i motivi che minacciano la sopravvivenza dell’uno e dell’altro presupposto.

Se una delle precondizioni del “governo di opinione” è che il pubblico abbia opinioni, risulta indispensabile chiedersi da dove queste nascano. È ormai largamente condivisa l’idea che le opinioni non siano innate nel pubblico, bensì siano il frutto di processi di formazione. L’opinione pubblica, infatti, è definita da Sartori come “un insieme di stati mentali diffusi (opinioni) che interagiscono con flussi di informazioni”. Posto che il pubblico più che altro li riceve, come assicurare che “le opinioni nel pubblico (ricevute) siano anche opinioni del pubblico” (prodotte)? Sartori afferma che, fino all’imporsi della televisione come principale strumento di comunicazione e informazione politica, ovvero finché l’opinione pubblica era plasmata prevalentemente dai giornali, l’equilibrio fra opinione eteronoma (nel pubblico) e opinione autonoma (del pubblico) era garantito dall’esistenza di una stampa libera e molteplice. Ma la forza dell’immagine spezza quel “sistema di riequilibramenti e di retroazioni multiple che ha progressivamente istituito, […] dal Settecento in poi, […] la “pubblica opinione””. La televisione scavalca i leader intermedi di opinione e, contemporaneamente, spazza via la molteplicità di “autorità cognitive” che stabiliscono, per ciascun cittadino, a chi credere e a chi no. Con la televisione l’autorità è l’immagine: “ciò che si vede appare “reale”, il che implica che appare vero”.

L’opinione eterodiretta

Constatato ciò, Sartori può affermare che “la video-crazia sta fabbricando una opinione massicciamente etero-diretta – o telediretta – che in apparenza rinforza, ma in sostanza svuota la democrazia come governo di opinione”. E questo perché la televisione “si esibisce come portavoce di una pubblica opinione che è in realtà l’eco di ritorno della propria voce”. Un esempio che lo certifica è costituito dai sondaggi di opinione, i quali, lungi dall’essere lo specchio di “quel che la gente pensa”, sono soprattutto l’“espressione del potere dei media sul popolo”.

Oltre al grado di autenticità dell’opinione prodotta dal pubblico, Sartori esamina anche il livello del flusso di informazioni da esso ricevuto, dimostrando come questo si sia abbassato sia in termini quantitativi che qualitativi. Quantitativi perché la televisione sotto-informa, dando “meno informazioni di qualsiasi altro strumento di informazione”; qualitativi perché la televisione disinforma, attraverso “pseudo-eventi” e notizie mendaci che producono una distorsione dell’informazione.

Il governo di opinione e crisi della democrazia rappresentativa

Come appena descritto, con la televisione viene meno una delle due precondizioni che costituiscono l’impalcatura del “governo di opinione”, quella dell’autonomia dell’opinione pubblica. Ma cosa accade se, contemporaneamente a ciò, si aggiunge una crisi della democrazia rappresentativa, ovvero viene meno anche la seconda precondizione? È utile, prima di mostrare la risposta di Sartori, riprendere con maggior scrupolo la distinzione fra “governo del sapere” (dell’episteme) e “governo dell’opinione” (della doxa).

In un contesto di democrazia rappresentativa, il popolo non governa direttamente, non decide su questioni e temi politici, ma delega ad altri questo compito. Ne consegue che, in questo caso, il popolo non è costretto ad essere competente (a possedere episteme) al fine di governare – come invece dovrebbe essere in un contesto di democrazia diretta –, ma è sufficiente che abbia opinioni (che possieda doxa) su chi lo fa al suo posto.

Tornando al punto, ovvero al problema della “video-crazia”, Sartori constata “che il grosso del pubblico non sa quasi nulla dei problemi pubblici”. Paradossalmente, però, non è questa la cosa allarmante; infatti è possibile osservare che è sempre stato così. Il vero dramma – e vera contraddizione – è che, in un contesto ove l’opinione pubblica non solo è largamente inconsapevole (sotto-informata e disinformata), ma anche massicciamente manipolata (tele-diretta), “la democrazia rappresentativa non […] soddisfa più”, e perciò si chiede “più democrazia”, ovvero “dosi crescenti di direttismo, di democrazia diretta”. Ma “ad ogni incremento di demo-potere dovrebbe corrispondere un incremento di demo-sapere”;ogni crescita di direttismo dovrebbe richiedere che gli informati aumentino e che, al tempo stesso, ne aumenti la competenza. “Se questa è la direzione di marcia, allora ne risulta un demos potenziato”, se invece questa direzione si inverte, “allora approdiamo ad un demos indebolito”, che è esattamente quanto sta accadendo secondo Sartori.

Uno slittamento da una democrazia rappresentativa ad una democrazia diretta

Ma quali sono i fattori che intervengono nello slittamento da una democrazia rappresentativa ad una democrazia diretta? Sono molteplici, ma uno di questi è costituito indubbiamente dalla televisione. La “video-politica”, infatti, tende a distruggere uno dei tradizionali strumenti della rappresentanza politica, ovvero il partito, in quanto “il rastrellamento dei voti non richiede più un’organizzazione capillare di sedi e di attivisti”. L’indebolimento del partito apre le porte alla personalizzazione delle elezioni ed induce il passaggio dal rappresentante partito-dipendente al “rappresentante variamente collegio-dipendente e video-dipendente, oltre che – e soprattutto – sondaggio-dipendente”.

Si noti come emerga, ora in maniera evidente, la contraddizione a cui si è accennato poco sopra: nell’era della televisione, in cui l’agenda della politica è dettata prevalentemente dall’opinione pubblica (attraverso il localismo e, soprattutto, i sondaggi), quella stessa opinione, per giunta non più del pubblico, bensì nel pubblico, risulta essere assolutamente inconsapevole ed incompetente. In altre parole – quelle utilizzate efficacemente dall’autore –, “la tele-democrazia incentiva un direttismo suicida che affida la guida del governare a guidatori senza patente”.

La televisione sta trasformando l’homo sapiens

La tesi di fondo del libro è semplice, ma molto originale: la televisione sta trasformando l’homo sapiens, il prodotto della cultura scritta, in homo videns, l’uomo “nel quale la parola è spodestata dall’immagine”, con una serie di implicazioni negative sulla sua “capacità di capire”.

In questo articolo, però, non si approfondirà questo tema; piuttosto si analizzerà la seconda parte del saggio, quella nella quale l’autore – pur tenendo sempre in considerazione il contesto generale, ovvero quello nel quale il tele-vedere sta cambiando la natura dell’uomo – allarga il discorso all’opinione pubblica e alla democrazia. In questo caso, la tesi che attraversa il libro è che la televisione sta mettendo in crisi la democrazia intesa come “governo di opinione”. Dunque, prima di capire come Sartori giunga a tale conclusione, è necessario fare una breve premessa sul significato della definizione di “governo di opinione”, e quindi sul nesso che secondo l’autore vige fra opinione pubblica e democrazia.

Il rapporto tra opinione pubblica e democrazia

Il rapporto fra opinione pubblica e democrazia è abbastanza intuitivo: la prima è il fondamento sostantivo ed operativo della seconda. Se è vero che la democrazia si fonda sulla sovranità popolare, è vero anche che “un sovrano vuoto, che non sa e che non dice, è un sovrano da nulla”. L’opinione pubblica è, appunto, “il contenuto” che dà sostanza ed operatività – che dà voce – alla sovranità popolare. Da ciò discende la definizione classica di democrazia come “governo di opinione”, ossia come governo consentito e sostenuto dall’opinione pubblica.

Condizione necessaria e sufficiente affinché la democrazia come “governo di opinione” funzioni è, dunque, che il pubblico abbia opinioni. Questo edificio teorico regge alla prova dei fatti a due condizioni: la prima è che si resti in un contesto di democrazia rappresentativa, ove il demos, non esercitando in maniera diretta il potere, non è costretto a possedere espisteme (sapere), ma è sufficiente che possieda doxa (opinione); la seconda è che il pubblico abbia ed esprima opinioni sue, autonome.

La televisione mette in difficoltà il governi opinione

Questa considerazione preliminare è essenziale ai fini del presente discorso poiché è proprio dal confronto con il piano normativo che Sartori parte per indagare il grado di deformazione che l’opinione pubblica e la democrazia acquistano all’interno di un contesto di “video-politica”. La televisione, sostiene l’autore, mette in difficoltà la democrazia come “governo di opinione” nella misura in cui ne mette in discussione i presupposti: quello dell’autonomia della pubblica opinione e quello del governo rappresentativo. Si andranno ora ad indagare i motivi che minacciano la sopravvivenza dell’uno e dell’altro presupposto.

Se una delle precondizioni del “governo di opinione” è che il pubblico abbia opinioni, risulta indispensabile chiedersi da dove queste nascano. È ormai largamente condivisa l’idea che le opinioni non siano innate nel pubblico, bensì siano il frutto di processi di formazione. L’opinione pubblica, infatti, è definita da Sartori come “un insieme di stati mentali diffusi (opinioni) che interagiscono con flussi di informazioni”. Posto che il pubblico più che altro li riceve, come assicurare che “le opinioni nel pubblico (ricevute) siano anche opinioni del pubblico” (prodotte)? Sartori afferma che, fino all’imporsi della televisione come principale strumento di comunicazione e informazione politica, ovvero finché l’opinione pubblica era plasmata prevalentemente dai giornali, l’equilibrio fra opinione eteronoma (nel pubblico) e opinione autonoma (del pubblico) era garantito dall’esistenza di una stampa libera e molteplice. Ma la forza dell’immagine spezza quel “sistema di riequilibramenti e di retroazioni multiple che ha progressivamente istituito, […] dal Settecento in poi, […] la “pubblica opinione””. La televisione scavalca i leader intermedi di opinione e, contemporaneamente, spazza via la molteplicità di “autorità cognitive” che stabiliscono, per ciascun cittadino, a chi credere e a chi no. Con la televisione l’autorità è l’immagine: “ciò che si vede appare “reale”, il che implica che appare vero”.

L’opinione tele-diretta

Constatato ciò, Sartori può affermare che “la video-crazia sta fabbricando una opinione massicciamente etero-diretta – o telediretta – che in apparenza rinforza, ma in sostanza svuota la democrazia come governo di opinione”. E questo perché la televisione “si esibisce come portavoce di una pubblica opinione che è in realtà l’eco di ritorno della propria voce”. Un esempio che lo certifica è costituito dai sondaggi di opinione, i quali, lungi dall’essere lo specchio di “quel che la gente pensa”, sono soprattutto l’“espressione del potere dei media sul popolo”.

Oltre al grado di autenticità dell’opinione prodotta dal pubblico, Sartori esamina anche il livello del flusso di informazioni da esso ricevuto, dimostrando come questo si sia abbassato sia in termini quantitativi che qualitativi. Quantitativi perché la televisione sotto-informa, dando “meno informazioni di qualsiasi altro strumento di informazione”; qualitativi perché la televisione disinforma, attraverso “pseudo-eventi” e notizie mendaci che producono una distorsione dell’informazione.

Televisione e governo di opinione

Come appena descritto, con la televisione viene meno una delle due precondizioni che costituiscono l’impalcatura del “governo di opinione”, quella dell’autonomia dell’opinione pubblica. Ma cosa accade se, contemporaneamente a ciò, si aggiunge una crisi della democrazia rappresentativa, ovvero viene meno anche la seconda precondizione? È utile, prima di mostrare la risposta di Sartori, riprendere con maggior scrupolo la distinzione fra “governo del sapere” (dell’episteme) e “governo dell’opinione” (della doxa).

In un contesto di democrazia rappresentativa, il popolo non governa direttamente, non decide su questioni e temi politici, ma delega ad altri questo compito. Ne consegue che, in questo caso, il popolo non è costretto ad essere competente (a possedere episteme) al fine di governare – come invece dovrebbe essere in un contesto di democrazia diretta –, ma è sufficiente che abbia opinioni (che possieda doxa) su chi lo fa al suo posto.

Tornando al punto, ovvero al problema della “video-crazia”, Sartori constata “che il grosso del pubblico non sa quasi nulla dei problemi pubblici”. Paradossalmente, però, non è questa la cosa allarmante; infatti è possibile osservare che è sempre stato così.

Il vero dramma – e vera contraddizione – è che, in un contesto ove l’opinione pubblica non solo è largamente inconsapevole (sotto-informata e disinformata), ma anche massicciamente manipolata (tele-diretta), “la democrazia rappresentativa non […] soddisfa più”, e perciò si chiede “più democrazia”, ovvero “dosi crescenti di direttismo, di democrazia diretta”. Ma “ad ogni incremento di demo-potere dovrebbe corrispondere un incremento di demo-sapere”;ogni crescita di direttismo dovrebbe richiedere che gli informati aumentino e che, al tempo stesso, ne aumenti la competenza. “Se questa è la direzione di marcia, allora ne risulta un demos potenziato”, se invece questa direzione si inverte, “allora approdiamo ad un demos indebolito”, che è esattamente quanto sta accadendo secondo Sartori.

I fattori che intervengono nello slittamento da una democrazia rappresentativa ad una democrazia diretta

Ma quali sono i fattori che intervengono nello slittamento da una democrazia rappresentativa ad una democrazia diretta? Sono molteplici, ma uno di questi è costituito indubbiamente dalla televisione. La “video-politica”, infatti, tende a distruggere uno dei tradizionali strumenti della rappresentanza politica, ovvero il partito, in quanto “il rastrellamento dei voti non richiede più un’organizzazione capillare di sedi e di attivisti”. L’indebolimento del partito apre le porte alla personalizzazione delle elezioni ed induce il passaggio dal rappresentante partito-dipendente al “rappresentante variamente collegio-dipendente e video-dipendente, oltre che – e soprattutto – sondaggio-dipendente”.

Si noti come emerga, ora in maniera evidente, la contraddizione a cui si è accennato poco sopra: nell’era della televisione, in cui l’agenda della politica è dettata prevalentemente dall’opinione pubblica (attraverso il localismo e, soprattutto, i sondaggi), quella stessa opinione, per giunta non più del pubblico, bensì nel pubblico, risulta essere assolutamente inconsapevole ed incompetente. In altre parole – quelle utilizzate efficacemente dall’autore –, “la tele-democrazia incentiva un direttismo suicida che affida la guida del governare a guidatori senza patente”.

Paolo Zammitti

Bibliografia:

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