Simboli del Pci: intervista al professor Marco Fincardi

by storiapolitica
Simboli del Pci: intervista al professor Marco Fincardi

Simboli del Pci è questo l’argomento della terza intervista dell’approfondimento per centenario ed è al professor Marco Fincardi docente di Storia contemporanea e di Storia dei movimenti sociali e politici all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Le sue pubblicazioni più recenti sono  Il rito della derisione (Cierre edizioni, 2009) e Campagne Emiliane in transizione (Clueb, 2008)

Vi è stata subito una differenza di simboli dopo il congresso di Livorno tra PCd’I e Psi? Quando venne introdotto il simbolo della falce e il martello?

Il simbolo della falce e del martello venne elaborato in Unione sovietica nel 1918 dal Commissariato del popolo per l’istruzione diretto da Anatolij Lunačarskij e presto adottato come simbolo dei soviet e dell’URSS. In Italia, nelle intensissime agitazioni politico-sociali del 1919, viene presto adottato come simbolo dei soviet, ovvero consigli popolari e operai dalle più diverse funzioni.

Un suo uso ufficiale per i partiti è riscontrabile nella tessera del Psi nel 1920, con una figura che sorge dalle tempeste recando in mano quel simbolo; mentre nel 1921 la tessera socialista mostra una donna che cuce quel simbolo su una bandiera rossa. Falce e martello figurano – con differenze non sostanziali – come simbolo elettorale di entrambi i partiti nelle elezioni del maggio 1921. Nel 1923 sia la tessera del Psi che del Pcd’I ripresentano in primo piano quel simbolo.

Come l’Urss ha influenzato i simboli del Pci?

L’Urss di Lenin inizialmente non era concepita come uno Stato nazionale, ma come il primo nucleo della società collettivista che la rivoluzione avrebbe portato ovunque, a partire dall’Europa e dai paesi colonizzati. L’universalizzare il simbolo dei soviet e il privilegiare il rosso come colore identitario, ancora più di quanto non avvenisse nella tradizione socialista, sono scelte della Terza Internazionale (Comintern), più che dell’Urss. Dunque sono state rigorosamente riprese dai partiti affiliati al Comintern.

Quali sono le principali novità sui simboli con il Partito nuovo di Togliatti?

Utilizzare simbologie e indirizzi culturali che abbinano le tradizioni del movimento comunista con quelle progressiste nazionali è una scelta del Comintern negli anni Trenta, in sintonia con gli orientamenti staliniani. Dopo la svolta di Salerno nell’Italia in guerra, poi nel partito nuovo togliattiano, i simboli della tradizione comunista appaiono da allora sempre immancabilmente abbinati a riferimenti cromatici patriottici – prima rigorosamente assenti – coi tre colori verde, bianco e rosso.

Nell’associazionismo popolare antifascista poi l’uso di simboli tricolori soppianta il rosso o richiami a tradizioni rivoluzionarie classiste, perché la Resistenza stessa viene presentata dal Pci come rivoluzione antifascista, che apre a una “democrazia progressiva” di cui la costituzione repubblicana sarebbe espressione, beninteso con un carattere patriottico interclassista. Nell’associazionismo di sinistra destinato alla salvaguardia economico-professionale dei ceti medi (artigiani, contadini proprietari o mezzadri, negozianti) non viene neppure usato il colore rosso.

Questi sono cambiati dopo il XX congresso del PCUS e l’invasione dell’Ungheria?

I simboli in sé non sono cambiati, o sono cambiati poco; ma sono gradualmente mutati i loro significati complessivi. Direi già a partire dalla morte di Stalin nel 1953: prima ancora del 1956. Non solo l’orizzonte rivoluzionario risulta sempre più sfumato, ma – almeno dagli anni sessanta, col boom economico italiano – la visione idealizzata dei paesi del socialismo reale va attenuandosi.

Come sono i cambiamenti dei simboli nel corso degli anni ’80? Come cambiarono dopo la morte di Berlinguer ?

La gamma dei simboli politici del Pci diviene sicuramente più variegata, ma quelli canonici variano poco, almeno nella loro forma, mentre sui significati le variazioni sono profonde. Il cambiamento più evidente è un legame sempre meno stretto col mondo del lavoro, e in particolare della fabbrica, tanto più nei quadri meno anziani del partito.

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