Salvemini a Londra: intervista alla storica Alice Gussoni

by storiapolitica
Salvemini a Londra: intervista alla storica Alice Gussoni

L’intervista di oggi è alla storica Alice Gussoni sul suo libro Gaetano Salvemini a Londra. Un antifascista in esilio 1925-1934 (donzelli, 2020).

Alice Gussoni ha conseguito il dottorato di ricerca in Italian Studies presso l’Università di Oxford, Faculty of Medieval and Modern Languages, dove attualmente collabora come tutor di lingua italiana.

Negli ultimi sono stati dedicati numerosi studi alla figura di Salvemini, quali sono le motivazione che l’hanno portata a studiare Salvemini nel periodo in cui era esule in Gran Bretagna?

Il mio lavoro sull’esilio britannico di Salvemini ha avuto origine da alcune ricerche d’archivio che mi ero trovata a svolgere in merito al periodo, ben più noto, della permanenza negli Stati Uniti. A quel punto mi resi conto della necessità di provare a colmare un vuoto che corrispondeva all’analisi della “prima fase” dell’esilio di Salvemini, ovvero il decennio antecedente al trasferimento ad Harvard. Moltissimo era stato scritto su Salvemini e sul suo esilio, quasi nulla, o meglio, solo brevi accenni, sugli anni in cui aveva vissuto a Londra. L’idea alla base della mia tesi di dottorato – sulla quale è basato il libro – era quella di provare a comprendere quali fossero state le motivazioni che avevano spinto Salvemini a trasferirsi in Gran Bretagna, una meta piuttosto insolita rispetto alla Francia – destinazione molto più comune tra i “fuorusciti” – e quali le condizioni in cui si era trovato una volta giunto a Londra.

Nel suo libro emerge come Salvemini già qualche anno prima stava riflettendo se recarsi in Gran Bretagna. Quali sono le motivazioni che spinsero Salvemini a compiere questa scelta solo nel 1925? Quali relazioni  ebbe a Firenze che favorirono questa scelta?

Questo è un punto su cui ho voluto concentrarmi in modo particolare, cercando di spiegare le molteplici influenze che spinsero Salvemini verso Londra partendo dalle sue frequentazioni a Firenze, definendo una cerchia di intellettuali angloamericani – tra cui, i coniugi Berenson, Lina Waterfield, Marion Cave Rosselli, le personalità legate al British Institute – che influenzarono il suo interesse verso la cultura britannica e, di conseguenza, la sua consapevolezza di poter trovare ospitalità in Gran Bretagna. I cosiddetti ‘anglo-fiorentini’ si erano fatti promotori di due viaggi oltremanica che Salvemini compì nel 1922 e nel 1923, che servirono ad approfondire la sua conoscenza del mondo inglese e a creare una sorta di network preliminare, che si sarebbe poi rivelato centrale nel momento dell’esilio, avvenuto solo nel 1925 e in maniera quasi involontaria, se si pensa che Salvemini aveva inizialmente l’intenzione di rimanere all’estero solo per un periodo, per far “calmare le acque” dopo la detenzione a Firenze in seguito all’accusa di aver promosso la pubblicazione del “Non Mollare”.

Che ruolo ebbero le antifasciste britanniche Alys Russell, Marion Rawson, Isabella Massey e Virginia Crawford nell’esperienza dell’esilio di Salvemini?

Indubbiamente, un ruolo di primissimo piano. Ho cercato di rendere giustizia il più possibile a queste quattro personalità, senza le quali Salvemini si sarebbe trovato totalmente perso una volta giunto a Londra.

Il loro supporto andò oltre l’amicizia personale e l’aiuto, per così dire, logistico: fu una dedizione alla causa dell’antifascismo che le portò a rischiare molto spesso di trovarsi in situazioni pericolose. I documenti d’archivio che ho potuto consultare hanno dimostrato chiaramente che Russell, Rawson, Massey e Crawford costituirono il cardine del network salveminiano in esilio: questo è stato uno dei punti centrali di tutto il mio lavoro.

Alys Russell collaborò con Salvemini all’organizzazione della «Great Lecture», quali intellettuali sostennero questa iniziativa e quali furono le reazioni del fascismo a queste iniziative?

Direi piuttosto che Alys Russell organizzò in tutto e per tutto la “Great Lecture”, ideandola e pianificandola nei minimi dettagli insieme alla nipote, Ray Strachey. Nel mio lavoro, ho cercato di spiegare che molta parte del successo ottenuto da Salvemini in questo tipo di eventi fu dovuto proprio alla generosità di Russell, che mise a disposizione tempo, risorse economiche, e soprattutto il suo network intellettuale di area liberal-laburista, che per suo tramite entrò in contatto con Salvemini e ne sostenne le cause.

Fu proprio il sostegno ottenuto tra gli intellettuali britannici a mettere in guardia il regime: un conto era l’antifascismo diffuso tra gli italiani all’estero, un altro era il rischio che l’antifascismo diventasse un sentimento comune tra gli intellettuali di una nazione “amica” come la Gran Bretagna. Questa strategia – il coinvolgimento di personalità di rilievo nel mondo intellettuale britannico – fu forse il risultato più importante del sodalizio tra Salvemini e Russell.

Quali rapporti ebbe Salvemini  con Sturzo nel periodo in Gran Bretagna?

Nonostante le ovvie divergenze nei confronti della religione, il rapporto tra Salvemini e Sturzo fu di grande rispetto, stima reciproca e collaborazione, e ho cercato di dimostrarlo in particolare esaminando le interconnessioni tra i loro network. Molte e molti intellettuali che ho identificato all’interno della cerchia salveminiana erano in contatto anche con Sturzo. Due esempi su tutti: Isabella Massey e Virginia Crawford probabilmente conobbero Salvemini proprio grazie a Sturzo, con il quale iniziarono a collaborare, molto spesso traducendo i suoi testi e facendo da interpreti, sin dal suo arrivo a Londra nel 1924.

Quali furono le difficoltà e i fallimenti di Salvemini nello spiegare la situazione che l’Italia stava vivendo?

È ovvio che, nell’esaminare l’esperienza d’esilio di Salvemini, ho dovuto tener conto di due difficoltà principali. In primo luogo, la capillarità della propaganda fascista, in particolare portata avanti da Luigi Villari, che era stato incaricato direttamente da Mussolini di diffondere gli ideali fascisti oltremanica e, di conseguenza, contrastare l’attività di Salvemini.

In secondo luogo, il fatto che tra il 1925 e il 1934 tutti i governi britannici che si susseguirono – conservatori, ma anche laburisti – non si posero mai in una posizione critica nei confronti del fascismo, relegandolo a questione di politica interna italiana ed evitando di intervenire in maniera netta anche quando la fondamentale divergenza ideologica – come nel caso dei governi laburisti – l’avrebbe consentito.

Questo approccio diplomatico, che ho cercato di sottolineare in diversi punti attraverso il volume, limitò inevitabilmente l’azione di Salvemini, che si è potuta espandere solo all’interno di quelle cerchie intellettuali in cui, grazie al suo network, era riuscito ad inserirsi e grazie al supporto di un quotidiano influente come il “Manchester Guardian”. Ciononostante, ho cercato di dimostrare che forse il più grande passo avanti di Salvemini fu proprio quello di riuscire a ottenere il supporto di un network britannico che continuò, anche dopo il trasferimento del professore ad Harvard, a far propria la causa dell’antifascismo italiano.