Rappresentazione della RSI nella memorialistica neofascista

Rappresentazione della RSI nella memorialistica neofascista

In questo articolo di Jacopo Bernardini viene approfondito il tema della rappresentazione della RSI nella memorialistica neofascista, soffermandosi in modo particolare sulle memorie Mazzanttini e il libro di Pisanò

I due pilastri sul ricordo del secondo conflitto mondiale

Lo storico britannico Tony Judt ha sottolineato come, nel secondo dopoguerra, tutte le nazioni coinvolte dall’aggressione nazista avessero sviluppato un ricordo del conflitto modellato intorno a due pilastri: in primo luogo la creazione di un “mito della resistenza” che si sviluppava in una lotta epica dell’intera popolazione contro l’oppressore tedesco; in secondo luogo, la responsabilità per la guerra e le sue conseguenze era attribuita, senza indugio, ai tedeschi[1].

La Seconda guerra mondiale lasciò l’Europa con una pesante eredità: una memoria plasmata dalla generale rimozione di verità ritenute scomode. L’Italia rimase ingabbiata in questa tendenza, portando con sé alcune peculiarità, legate principalmente alla fine dell’esperienza fascista e al biennio 43-45.

La storiografia sulla RSI

Se gettiamo uno sguardo sulla storiografia riguardante la Repubblica Sociale Italiana si può notare la damnatio memoriae in cui venne relegata la storia del fascismo – ed in particolare della sua breve esistenza in salsa repubblicana – nell’immediato dopoguerra, insieme alla autobiografia dei giovani che nel corso del conflitto si legarono, in un modo o nell’altro, in modo convinto o strumentale, alla RSI. Il “grosso” della letteratura su Salò, infatti, è ancor oggi rappresentato dalla memorialistica, la quale incomincia a svilupparsi tra i reduci della Repubblica di Salò nell’immediato dopoguerra. Ricorrere alle testimonianze dei sopravvissuti, tuttavia, è un’operazione non priva di difficoltà, dato che in questo campo si presenta in modo preponderante l’incessante diatriba tra storia e memoria. Nella rielaborazione storica da parte dei protagonisti non si possono mettere in secondo piano gli aspetti psicologici legati alla percezione individuale degli avvenimenti[2]. Il ricordo può essere un’arma a doppio taglio: determinante per la ricerca in alcuni casi, rischioso per la veridicità del racconto in altri.

La memorialistica neofascista

La produzione memorialistica neofascista assume i connotati di una vera e propria «memoria sotterranea»[3], priva di ogni tipo di interlocutore nel contesto dell’Italia repubblicana. Il ricordo e la rievocazione furono senza dubbio essenziali per la costruzione del «mito» della Repubblica sociale all’interno del neofascismo italiano. In nome dell’amor di patria e della fedeltà alla parola data i reduci saloini, cercando di giustificare le loro scelte, gettarono un ponte in grado divarcare il baratro della guerra civile[4]. Carlo Mazzantini fu uno di quei ragazzi che narrando con lucidità la sua esperienza tra le fila della RSI ha molto insistito sul tormento della memoria e sulla sua capacità di essere trasmessa e trasformata nel corso del tempo:

«A che scopo ricordare dopo tutto questo tempo! […] Quei ricordi così tanto più grandi di noi! Sempre in attesa dell’occasione di sciorinarli, per poterci in qualche modo elevare al di sopra di quella realtà meschina in cui eravamo ricaduti […]»[5]

C. Mazzantini, A cercar la bella morte, Mondadori, Milano, 1986, pp. 25 e 46

Lo stesso Mazzantini si era recato con pochi amici al comando tedesco di Roma nelle ore in cui si consumava la difesa dell’Urbe, consapevole come gli altri del destino che lo attendeva.

«Morire! Saper morire! Era uno dei nostri rovelli. Tutta la nostra mistica del coraggio ruotava attorno a quella capacità di affrontare la morte. Un uomo valeva per come sapeva morire»[6].

C. Mazzantini, A cercar la bella morte, Mondadori, Milano, 1986, p. 169

Era stato Mussolini, alla «vigilia del crollo finale», ad esortare i suoi ad essere orgogliosi di aver vissuto un’esperienza che ha consentito loro di «vivere le ore che non si dimenticano più», di mettere alla prova se stessi attraverso una lotta destinata ad essere mortale[7]. Alla drammaticità del racconto di Mazzantini si accompagna l’importanza della sua testimonianza dal punto di vista documentario, la cui accuratezza nella descrizione del contesto ha lasciato un grosso segno anche in campo storiografico.

Fu proprio Carlo Mazzantini a dare il “via libera” ad una produzione di memoriali di ben più modesto livello dal punto di vista letterario, mentre il valore di testimonianza storica risulta in certi casi determinante. Permangono tuttavia molte difficoltà nel giudicare tale tipo di testimonianza. Uno dei limiti più evidenti di queste rievocazioni è dato da un quasi ossessivo risentimento riguardo soprattutto l’incomprensione generalizzata verso la loro scelta: tale incapacità di comprendere si trasmette in un mancato riconoscimento delle ragioni dell’avversario, arroccandosi così in una visione della RSI come momento quasi eroico, estetico, lontano dalla rigidità e dagli errori commessi durante il ventennio[8]. Tale aspetto, secondo Giuseppe Parlato, sembra essere all’origine della prolungata assenza del neofascismo dal dibattito storiografico. Una tendenza, questa, che si legherà mani e piedi alle vicende relative alla nascita del Movimento sociale italiano[9] e, nel campo della storiografia – o meglio della «controstoriografia»[10] – porterà alla pubblicazione nel 1965 da parte dell’ex Decima Mas e senatore missino Giorgio Pisanò della sua Storia della guerra civile in Italia (1943-1945) in tre volumi.

Storia della guerra civile in Italia di Giorgio Pisanò
Storia della guerra civile in Italia di Giorgio Pisanò

Il concetto di “guerra Civile” utilizzato da Pisanò

Il concetto di “guerra civile” viene utilizzato da Pisanò con la finalità strumentale di ricondurre l’esperienza di Salò in un contesto di «ufficialità» tale da porsi addirittura su un piano di superiorità rispetto al fenomeno resistenziale. Questa operazione ebbe l’evidente scopo di ridimensionare fortemente il fenomeno della Resistenza visto quasi come un evento reazionario rispetto alle riforme sociali che la Repubblica di Mussolini sembrava stesse per intraprendere in barba ai nazisti, che nella narrazione sembrano assumere unicamente il ruolo di comparse. L’opera di Pisanò riuscì con il tempo ad assumere lentamente i caratteri di «vulgata della RSI» all’interno di buona parte dell’universo neofascista[11].

Le diverse memorie

Se può essere rilevato un filo conduttore tra le diverse memorie giunteci dai protagonisti di quei 600 giorni questo è il tentativo di rendere accettabili i propri comportamenti non tanto alla luce dei comportamenti degli avversari quanto di fronte agli altri esponenti della propria parte politica e ideologica. Sia i «moderati» che gli «intransigenti» della RSI, fortemente divisi nell’orientamento da dare al nuovo Stato nel dopoguerra, si ritrovarono solidali attraverso le loro memorie, dove ostinatamente cercarono una riabilitazione, rimbalzando ogni responsabilità attraverso l’antico gioco dello scaricabarile. Ciò rappresenta una spia utile per comprendere meglio le difficoltà che scaturirono all’interno della repubblica neofascista, i cui dissidi ideologici e politici pregiudicarono le capacità di iniziativa anche in settori, come l’amministrazione e l’ordine pubblico, nei quali le autorità tedesche erano favorevoli al raggiungimento di un certo grado di efficienza, e di autonomia, da parte degli apparati di Salò[12].

Alcuni aspetti critici

Gran parte delle memorie pubblicate presentano gravi mancanze per quanto riguarda la politica razziale e l’antisemitismo. Queste «amnesie», non essendo affatto dei casi isolati all’interno delle ricostruzioni dei protagonisti dell’esperienza repubblicana fascista, rappresentano appieno quelle complicazioni relative al meccanismo psicologico alla base dell’elaborazione sulla RSI nell’immediato dopoguerra di cui si è brevemente accennato precedentemente[13]. Ad emergere sembra essere il tentativo di creare una sorta di immagine distorta, quasi idilliaca, di Salò, in cui l’ideologia ha completamente sostituito l’esperienza realmente vissuta dai protagonisti. Lo stereotipo del malvagio tedesco è stato utilizzato riemerge con costanza e rappresentò un comodo alibi per scagionare l’Italia da qualsiasi colpa per ciò che riguarda le atrocità perpetrate dall’Asse[14].

Se la memorialistica può aprire un grosso varco per analizzare uno degli aspetti centrali del mondo di Salò, ovvero il suo clima ossessivo da «regolamento di conti» in cui passato e presente continuamente si intrecciano e si sovrappongono, essa rappresenta uno strumento da usare con notevole cautela. I dati su cui questi lavori si basano sono spesso infarciti di fonti difficili da verificare o palesemente false: le opinioni discordanti tra le varie testimonianze sono all’ordine del giorno, e trovano lo studioso impegnato in un profondo lavoro di revisione per estrarre ciò che veramente può essere utile a gettare nuova luce dall’azione del governo e delle autorità saloine. Da quando il dibattito sulla Rsi è stato «sdoganato» inoltre si sono diffuse nell’opinione pubblica alcune interpretazioni sull’esperienza di Salò che si rifanno più alla memorialistica rispetto che alle solide conquiste storiografiche[15].


Jacopo Bernardini


Note e bibliografia

[1] T. Judt, Postwar, Feltrinelli, 2019

[2] M. Isnenghi, Autorappresentazioni dell’ultimo fascismo nella riflessione e nella propaganda, in in “Guerra, guerra di liberazione, guerra civile” / a cura di Massimo Legnani e Ferruccio Vendramini, F.Angeli, Milano, 1990

[3] N. Adduci, Gli altri, Franco Angeli, Milano, 2015

[4] M. Tassone, Neofascismo e R.S.I.: il “mito” della Repubblica Sociale Italiana nella pubblicistica e nella memorialistica neofascista, Settimo sigillo, Roma, 2008

[5] C. Mazzantini, A cercar la bella morte, Mondadori, Milano, 1986, pp. 25 e 46

[6] Ivi, p. 169

[7] L. Ganapini, Autoritratto della Repubblica Sociale Italiana in “Ricerche di storia in onore di Franco Della Peruta. Politica e istituzioni”, a c. di M. L. Betri e D.Bigazzi, vol. I, FrancoAngeli, 1996

[8] Ibidem

[9] G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neo-fascismo in Italia, 1943-1948, il Mulino, Bologna, 2006

[10] N. Adduci, Gli altri, Franco Angeli, Milano, 2015

[11] Ibidem

[12] M. Legnani, Potere, società ed economia nel territorio della RSI, in P.P. Poggio (ed.) 1986, La Repubblica sociale italiana, “Annali”, 2, Brescia: Fondazione L. Micheletti, p. 799

[13] N. Adduci, Gli altri, Franco Angeli, Milano, 2015

[14] F. Focardi, Italy’s Amnesia over War Guilt: The “Evil Germans” Alibi, in “Mediterranean Quarterly”, Gennaio 2015

[15] L. Klinkhammer, Opinione pubblica e congiunture storiografiche, in “Violenza, tragedia e memoria della Repubblica sociale italiana: atti del Convegno nazionale di studi di Fermo, 3-5 marzo 2005 / a cura di Sergio Bugiardini”, Carocci, Roma, 2006