Partito comunista il centenario: Marcello Flores

by storiapolitica
Partito comunista il centenario: Marcello Flores

La prima intervista sul centenario del Partito comunista italiano è al professore Marcello Flores che ha insegnato alle Università di Siena e di Trieste. Le sue pubblicazioni più recenti sono Storia della Resistenza (Laterza, 2019) con Mimmo Franzinelli, 1968. Un anno spartiacque (Il Mulino, 2018) con Giovanni Gozzini e un libro su cui avevo fatto un’intervista al professore La forza del mito (Feltrinelli, 2017).

Quali furono i principali cambiamenti all’interno del Psi dopo la prima guerra mondiale e la rivoluzione Russa?

Dopo la prima guerra mondiale il partito socialista conobbe notevoli successi elettorali e fu alla testa di numerose lotte sociali e sindacali. L’avvento della rivoluzione russa, con le speranze che essa alimentò nel proletariato di tutti i paesi europei, spinse a radicalizzare le parole d’ordine e il giudizio sulla fase che si stava vivendo. L’adesione – sentimentale prima ancora che politica – alla rivoluzione russa, la fece intendere come il primo passo verso una più ampia e diffusa rivoluzione europea che sarebbe stata possibile se solo si fosse riusciti a guidare le masse in modo efficace.

La minoranza del partito, legata al riformismo e alla figura di Turati, continuò a sostenere l’impossibilità storica della rivoluzione e la necessità di un programma gradualista che, nell’ambito della democrazia parlamentare borghese, potesse fare avvicinare al momento in cui ilo socialismo si sarebbe dimostrato possibile. Una nuova minoranza inizia a pensare che la struttura e l’organizzazione del PSI sia oggettivamente un freno alla possibilità di cogliere l’occasione rivoluzionaria che la Russia ha aperto con l’Ottobre 1917, e che occorra creare un partito più simile – per concezione e organizzazione – a quello dei bolscevichi che sono riusciti, proprio per la loro natura, a guidare in Russia il processo rivoluzionario e cogliere l’occasione della presa del potere. La maggioranza del partito rimane legata a un verbalismo rivoluzionario (che vede il modello russo come possibile e auspicabile) cui si accompagna una pratica parlamentare e sindacale di tipo più tradizionale.

Il biennio rosso come influenzò le contrapposizioni interne al Psi?

Il biennio rosso accentuò la divisione tra coloro che vedevano all’opera una crisi terminale del capitalismo e la possibilità di cogliere l’occasione per trasformarla in crisi rivoluzionaria e in guerra civile e coloro che ritenevano possibile ottenere vantaggi parziali che avrebbero rafforzato la presenza del partito tanto fra le masse quanto nelle istituzioni parlamentari e sindacali. Vi fu, in sostanza, un atteggiamento spesso di attesa o di compromesso senza che la dirigenza del partito avesse il coraggio di spingere verso una soluzione rivoluzionaria – che credeva possibile – ma anche senza impedire che scelte che potevano sembrare di quel tipo, come l’occupazione delle fabbriche, trovassero un altro sbocco. Fu Giolitti, infatti, a trovare la soluzione alla crisi del settembre 1920, in un momento in cui la crescita della presenza della destra nazionalista, in tutte le sue articolazioni, era già estremamente visibile, rendendo necessaria una strategia di «difesa» delle istituzioni liberali che si riteneva – perché proposta dai riformisti – una capitolazione.

Il Psi inizialmente aderì alla Terza internazionale, quali furono le principali motivazioni? Che ruolo ebbe in questa decisione Serrati e quale era la sua posizione?

L’adesione alla Terza Internazionale è il frutto del mito che circonda la vittoria bolscevica di Ottobre, il mito della presa del potere rivoluzionario e della possibilità di giungere rapidamente alla rottura del potere borghese e alla sconfitta della borghesia.

Il Partito socialista, durante la guerra, aveva avuto una posizione ambigua – né aderire né sabotare – e aveva rivendicato la propria posizione ponendosi in rotta di collisione col mondo degli interventisti e dei nazionalisti anche nel dopoguerra. È difficile valutare quanto Serrati credesse realmente possibile una svolta rivoluzionaria nel breve periodo in Italia e quanto, invece, si volesse legare all’esperienza sovietica per utilizzare il grande richiamo propagandistico e psicologico della vittoria dei bolscevichi. Il Psi, del resto, aveva ritenuto chiusa l’esperienza della Seconda internazionale a partire dalla guerra e dalla scelta nazionalista e sciovinista di tutti i principali suoi partiti. La scelta di aderire alla Terza internazionale sembra il frutto della volontà di aprire una nuova fase che chiuda con i fallimenti del passato, anche se Serrati si illude che la presenza del partito bolscevico come fondatore non sia preclusivo di una partecipazione democratica e alla pari degli altri partiti. Egli si illude di poter convincere Lenin che la forza del Psi è anche nella sua unità, comprese le forze riformiste, e che queste abbandoneranno loro il partito nel vederlo coerentemente proiettato verso la rivoluzione. Non si rende conto della natura dirigista e accentratrice che il partito bolscevico ha dato fin dall’inizio all’Internazionale, forse anche per la presenza iniziale di tanti gruppi e partiti fra loro molto diversi e articolati al loro interno. Quando Lenin lo metterà con le spalle al muro spingendolo a scegliere tra l’Internazionale e il Psi, Serrati – che pure successivamente entrerà nel PCd’I quando ormai il fascismo ha vinto e costruito il regime – decide romanticamente di stare col partito, senza però mutare idee politiche e analisi della situazione.

In che modo il gruppo di Ordine Nuovo influenzò la nascita del Pci? Che ruolo ebbe il gruppo Amedeo Bordiga?

La nascita del Partito comunista d’Italia è opera fondamentalmente di Bordiga e della sua frazione, che opera con l’obiettivo della scissione già da tempo e che sarebbe pronto a crearlo prima ancora del congresso di Livorno. Bordiga ritiene l’intero partito socialista, non soltanto la sua minoranza riformista, perduta per una strategia rivoluzionaria che vede inevitabile e modellata sull’esperienza bolscevica. Secondo lui ci sono le condizioni oggettive della rivoluzione ma manca soltanto quella soggettiva, la forza di un partito rivoluzionario bene organizzato e disciplinato. Il gruppo dell’Ordine Nuovo condivide l’idea che non ci sia più spazio per una posizione intermedia e che il riformismo vada combattuto come principale nemico della rivoluzione, ma a Livorno è di fatto a rimorchio di Bordiga e, senza di lui, avrebbe anche potuto continuare a esistere all’interno del partito socialista, anche se al suo stesso interno vi sono posizioni differenti, come quelle tra Tasca e Togliatti, tra Terracini e Gramsci.

Quali posizioni emersero al congresso di Livorno e quali erano le principali idee?

Le idee del congresso di Livorno sono poche e generiche: attualità della rivoluzione, critica al riformismo ma anche ai dubbi e alle contraddizioni del partito socialista, necessità di seguire l’esempio sovietico e le tappe indicate dalla rivoluzione d’ottobre, nessun riferimento al nazionalismo montante e al fascismo, confidenza nella maturità delle masse e nella possibilità di conquistarne la guida. Sono tutte idee che, nel giuro di qualche mese mostreranno già la corda e che i dirigenti più attenti e capaci – Gramsci fra tutti, forse addirittura unico – cercheranno di abbandonare negli anni siuccessivi.

Il nuovo libro di Marcello Flore e Giovanni Gozzini
Il nuovo libro di Marcello Flore e Giovanni Gozzini

Tra qualche settimana uscirà un suo nuovo libro scritto con Giovanni Gozzini. Quali sono alcuni degli elementi di novità che secondo lei andrebbero approfonditi in occasione di questo centenario?

Fondamentalmente abbiamo cercato di porre la nascita del partito comunista all’interno del contesto inter5nazionale più ampio, che è caratterizzato dalla prima guerra mondiale e dalla rivoluzione russa e dagli effetti – non combinati, come pensavano i comunisti, ma divergenti e contraddittori – che questi eventi ebbero sia a livello internazionale sia a livello dell’Italia. Potremmo dire che i comunisti che decidono a Livorno di formare un nuovo partito staccandosi dal Psi e dalla sua lunga e gloriosa tradizione hanno creduto che guerra mondiale e rivoluzione russa fossero i punti di partenza di una nuova fase rivoluzionaria mondiale – o almeno europea – che andava assecondata creando l’organizzazione che in Russia aveva mostrato di essere la più consona alla presa del potere. Non avere compreso le differenze tra l’Europa (e l’Italia) con la Russia, non aver visto, finché non sarebbe stato troppo tardi, cos’era il nazionalismo montante e cosa fosse il fascismo che si sottovalutava totalmente, sono il risultato di quella analisi sbagliata che il mito di una rivoluzione socialista vincente – il mito dell’ottobre e dell’Urss – tende a rafforzare, impedendo così anche di vedere il tipo di società socialista che i bolscevichi stanno costruendo dopo la presa del potere.

La vittoria del fascismo, con la conseguente messa fuori legge del partito comunista quando ancora non era riuscito a radicarsi nella società italiana, apre una fase nuova, in cui a guidare i comunisti italiani è ancora il riferimento continuo e subordinato a Mosca, malgrado il tentativo di Gramsci di un’analisi e di una proposta diversa che emerge, però, solamente mentre è in carcere e, di fatto, isolato dal suo stesso partito.