Natta e il Pci degli anni ‘80. Intervista a Gregorio Sorgonà

Natta e il Pci degli anni ‘80. Intervista a Gregorio Sorgonà

L’argomento dell’intervista di oggi è Natta il Pci degli anni ’80 e si inserisce all’interno degli approfondimenti di storia e politica per il centenario del Pci.

L’intervista è a Gregorio Sorgonà che collabora all’attività scientifica della Fondazione Gramsci ed è segretario del suo Consiglio di indirizzo scientifico. I suoi studi sono concentrati prevalentemente sulla storia d’Italia in età repubblicana. Tra le sue pubblicazioni recenti La scoperta della destra. Il Movimento sociale italiano e gli Stati Uniti (Viella, 2019) e sull’argomento dell’intervista a curato il libro Alessandro Natta. Intellettuale e politico. Ricerche e testimonianze (Ediesse, 2019).

Quale era la situazione del Pci dopo la fine dei governi di solidarietà nazionale? Quali erano le principali idee di Enrico Berlinguer negli anni ’80? Come cambiò la base del partito in questi anni?

Dopo la fine dei governi di solidarietà nazionale il Partito comunista ritornò all’opposizione. Si trattò di una scelta: il Pci provò a recuperare il rapporto col proprio elettorato sfibratosi nel corso dei governi di solidarietà nazionale. Tuttavia, la recrudescenza della guerra fredda, sancita dalla vicenda degli “euromissili” e dall’invasione sovietica dell’Afghanistan, contribuì a riattivare in Italia la cosiddetta conventio ad excludendum nei confronti del Pci, sancita ad esempio dal “preambolo” alla mozione di maggioranza al XIV congresso nazionale della Dc svoltosi a metà febbraio del 1980. Escluso dalle maggioranze governative ma al tempo stesso intenzionato a non restaurare un dialogo con i partiti di maggioranza nelle forme del compromesso storico, il Pci di Berlinguer si affidò alla linea dell’alternativa democratica e a una critica del sistema politico tematizzata attraverso la chiave della questione morale. La questione morale era uno degli aspetti caratterizzanti della strategia di politica interna di Berlinguer e si fondava sul presupposto che la commistione tra partiti e Stato fosse diventata patologica mettendo a rischio le fondamenta stessa della democrazia italiana. La questione non venne lanciata nell’ottica del superamento del sistema dei partiti, anzi ne presupponeva una radicale riforma che lo riportasse alle sue fonti originarie, individuate nella Costituzione. Distintiva degli ultimi anni di vita di Berlinguer era inoltre una rinnovata critica del modello capitalistico di cui si enfatizzavano gli squilibri tra capitale e lavoro (da qui lo schieramento a favore dell’occupazione operaia alla Fiat nel 1980) ma anche la sperequazione delle risorse (da qui i continui richiami all’ambientalismo). Altro tema caratterizzante era il modo in cui veniva affrontata la contrapposizione Est/Ovest proponendo una terza via, alternativa allo scontro tra i blocchi, caratterizzata dal sostegno al disarmo e ai movimenti pacifisti, impostata a una concezione multilaterale delle relazioni politiche ed economiche internazionali.

Con queste scelte Berlinguer mantenne grossomodo la tradizionale base elettorale del Pci cercando al tempo stesso di rivolgersi alle giovani generazioni impegnate nei movimenti pacifisti e ambientalisti.

Berliguer

Quali ripercussioni ebbe sul Pci la morte di Enrico Berlinguer? Quali furono le motivazioni che portarono il Pci a scegliere Alessandro Natta?

Il Pci non era certo pronto ad affrontare un evento improvviso come la morte di Enrico Berlinguer. Per la prima volta venne avviata una vasta consultazione interna. Alessandro Natta incarnava la continuità: collaboratore di Berlinguer, Natta si era formato soprattutto a una cultura politica togliattiana, nella quale era centrale il metodo della transizione nella continuità ma anche il confronto con le altre principali culture politiche del paese, la cattolica e la socialista. La scelta non fu unanime. In particolare, la destra del partito, pur avendo il suo leader più importante nella figura di Giorgio Napolitano, puntò sul segretario della Cgil Luciano Lama. Questa scelta indicava la precisa volontà dei cosiddetti “miglioristi” di ristabilire rapporti più dialoganti col Psi di Craxi. Lo scontro tra il leader socialista e Berlinguer, arrivato al culmine col decreto sulla scala mobile, si era duramente riflesso sulla Cgil, vista la coabitazione al suo interno di comunisti e socialisti. 

Alessandro Natta portò dei cambiamenti sulla linea del partito rispetto al suo predecessore?

Natta proseguì la strategia berlingueriana per la collocazione del Pci nell’alveo della sinistra europea senza perdere la specificità di un partito che non voleva essere né socialista né socialdemocratico, pur incentivando il dialogo con questi mondi, in particolare con la Spd. L’idea dell’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre, enunciata da Berlinguer dopo la dichiarazione della legge marziale in Polonia nel dicembre 1981, rimase una delle coordinate di questa azione. Al tempo stesso, Natta ripresa da Berlinguer la centralità del tema della crisi della democrazia per effetto di tendenze definite già all’epoca come “neoliberali” o “neoliberiste”. Ponendo meno enfasi sull’eccezionalità del caso italiano, la questione morale non scompariva dall’agenda dei comunisti, ma ne usciva depotenziata.

Quali furono i rapporti tra Natta e l’URSS? Vi fu qualche distinzione rispetto al periodo precedente?

Natta mantenne le distanze dall’Urss anche nei primi anni della segreteria di Michail Gorbačëv, pur riconoscendo l’innovazione costituita dalla sua ascesa ai vertici dell’Urss. La sua Segreteria rifiutò di ritornare a un rapporto privilegiato con i sovietici, nonostante l’annunciato percorso riformatore di Gorbačëv, e ritenne irreversibile la crisi del movimento comunista internazionale. Il XVI congresso, svoltosi a Firenze nell’aprile del 1986, sancì appunto la scelta del Pci “parte integrante della sinistra europea”, una formula attribuibile a Giorgio Napolitano, il più convinto sostenitore della collocazione occidentale del Pci. Dall’autunno del 1987 fino alla fine della sua segreteria nel giugno 1988, il Pci si avvicinò ulteriormente a Gorbačëv, che era giunto all’apice del suo consenso popolare internazionale, mantenendo l’ottica di un rapporto bilaterale con i sovietici. Le relazioni con i comunisti occidentali restavano segnate da irreversibili fratture, risalenti anch’esse agli anni di Berlinguer e acuitesi ulteriormente, mentre i rapporti con i paesi dell’Est si limitavano al tentativo di agevolarne la transizione verso il pluralismo politico, in un contesto che rimaneva quello del multilateralismo e del superamento dei blocchi.

Quale posizione ebbe Natta rispetto alla crisi della repubblica dei partiti?

Riteneva che fosse un problema inaggirabile che riguardava il rapporto tra partiti e istituzioni così come le visioni di corto respiro dei governi nazionali in merito alle scelte di sviluppo per l’Italia, nelle quali il contenimento del costo del lavoro faceva aggio sulle riforme e sugli investimenti ritenuti necessari per mantenere competitivo ed equo il sistema-Paese, a partire dalla riforma del fisco e da una modernizzazione dell’apparato industriale tale da consentire di essere competitivi sui mercati internazionali. La sua era un’ottica riformatrice e restauratrice al tempo stesso: il sistema politico andava riformato in modo che potessero essere salvaguardate le sue fondamenta.

Quale fu la posizione di Natta verso la svolta della Bolognina e verso la generazione che gli succedette?

Fu fermamente contrario alla prima e perciò critico della seconda negli anni dello scontro sul cambiamento del nome. Dalle testimonianze dei protagonisti di quella generazione sappiamo che negli anni seguenti alla fine del Pci, pur rimanendo critico della svolta e delle scelte del Pds, Natta fu un interlocutore per molti di loro.

a cura di Francesco Sunil Sbalchiero