Metahistory: intervista a Fabio Milazzo

by storiapolitica
Metahistory: intervista a Fabio Milazzo

Oggi ho deciso di pubblicare l’intervista allo storico Fabio Milazzo sulla nuova edizione da lui curata dell”importante opera di Hayden White Metahistory. Fabio Milazzo è membro dell’Istituto per la storia del Risorgimento Italiano; dell’Istituto di Studi Storici “Gaetano Salvemini” di Messina; dell’Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi [I.S.A.P.]. Ha curato e autore con G. Mamone dei volumi Storia e psichiatria. Problemi, ricerche (Biblion, 2019), Deserti della mente, Psichiatria e combattenti nella guerra di Libia 1911-1912 (Le Monnier, 2019) e autore del libro Una casa di custodia per maniaci pericolosi. Storia del manicomio di Racconigi dalle origini al fascimso 1871-1930 (Ass. Primalpe Costanzo Martini,2019).

Quali sono state le motivazione che hanno spinto l’editore e lei a pubblicare nuovamente questa opera di Hayden White?

Prima di rispondere vorrei innanzitutto ringraziarla per questa intervista e per l’attenzione dimostrata alla nuova edizione di Metahistory e alla mia introduzione. Venendo alla domanda, se dovessi riassumere  brevemente due ragioni relative alla decisione di ristampare il volume di White direi: l’importanza di Metahistory per il dibattito metodologico storiografico, in particolare in relazione al linguistic turn e ai suoi riflessi sullo statuto discorsivo della Storia; e il fatto che l’opera, originariamente pubblicata in Italia dall’editore Guida, risultava da tempo indisponibile sul mercato librario italiano e di fatto reperibile solo presso le biblioteche. Con una scelta coraggiosa – anche considerando la mole di Metahistory – Maurizio Guerri (Accademia di Belle arti di Brera, Milano e Istituto nazionale “Ferruccio Parri”), ha deciso di riproporre al lettore italiano i due volumi che costituiscono l’edizione italiana di Metahistory, inserendola nella collana di Estetica e Cultura visuale che dirige presso l’editore Meltemi . Una scelta meritoria.

Che influenza ha avuto  Benedetto Croce sull’opera di Hayden White? Quali altri storici e filosofi hanno influenzato principalmente  la sua opera ?

L’influenza di Croce su Hayden White è centrale nel suo percorso di formazione e nella messa a punto della sua teoria storiografica.  Dopo aver studiato storia medievale all’università e aver scritto una tesi di dottorato sullo scisma papale del 1130, fu tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento che venne influenzato dalle figure di Max Weber, Carlo Antoni e Benedetto Croce. In particolare l’influenza del primo è evidente dall’uso del concetto di «idealtipo» proprio nella tesi di dottorato. Sempre durante le ricerche svolte per il dottorato, in Italia, Hayden White fece la conoscenza di Carlo Antoni, di cui curò la traduzione inglese di Dallo storicismo alla sociologia. Proprio Antoni, fortemente critico verso la nozione di «idealtipo» e in generale dell’idea che esistessero strutture formali astoriche, lo introdusse agli studi di Benedetto Croce. Nella prefazione alla traduzione dell’opera di Antoni, Hayden White parla del saggio di Croce La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte, definendo il saggio «rivoluzionario». L’influenza di Croce segnò fortemente Hayden White che, abbandonando almeno in parte il naturalismo di Weber, si aprì verso una maggiore storicità dell’agire umano e in particolare della libertà come criterio di distinzione tra l’uomo e l’animale. Tornato nuovamente in Italia negli anni Sessanta, Hayden White approfondì ulteriormente lo studio del pensiero e dell’opera di Croce, focalizzandosi sull’idea di storicità di quest’ultimo e sulle conseguenze in relazione alla rappresentazione della realtà.

Metahistory è stato pubblicato nel 1973 ed è considerato un testo fondamentale per comprendere la storiografia. Quali sono gli aspetti ancora validi oggi di questo libro?

Metahistory si inserisce in un contesto segnato dallo svolta linguistica e testuale in filosofia, letteratura e altre scienze sociali. In questo senso è sicuramente un’opera legata a una specifica congiuntura, i cui effetti sono stati, almeno in parte, recepiti dalla cultura. Eppure, premesso ciò, conserva una inattualità che la rende ancora preziosa per il lettore contemporaneo. In particolare Metahistory problematizza la scrittura discorsiva evidenziando la trama retorica che la sostiene. Questa che potrebbe apparire un’ovvietà è una considerazione che spinge a indagare – o quantomeno a tenere in debita considerazione – i limiti e le condizioni di possibilità del discorso storico. Hayden White con il suo studio si propone di evidenziare un aspetto poco considerato dell’operazione storiografica e più nello specifico la scelta compiuta dallo storico delle strategie discorsive attraverso cui organizza il materiale a disposizione. Secondo la sua opinione, in tale operazione si produce il senso della narrazione storica, vale a dire l’organizzazione discorsiva  di quei fatti che, presi nella loro singolarità, non veicolano alcuna verità storica ma semplicemente enunciati appartenenti al genere della cronaca. Il punto di vista di White mostra che il discorso storico è innanzitutto una costruzione di senso operata dallo storico, una interpretazione di elementi che nella loro singolarità non rimandano ad alcuna verità storica, ma tutt’al più a una raccolta di fatti che attendono di essere messi in riga. Il limite di questa operazione è – come in effetti è avvenuto – favorire l’idea che ciò equivalga all’impossibilità di separare il vero dal falso e quindi la disseminazione potenzialmente infinita delle narrazioni, tutte ugualmente legittime

Quando venne pubblicato nel 1973 quale relazioni suscitò tra gli storici? Come venne accolto dagli storici italiani?

In generale il dibattito storiografico italiano ha ritenuto il discorso di White perlopiù un riflesso della degenerazione neo-scettica, avvicinandolo alle posizioni di Foucault e Veyne, tanto per fare due nomi. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti, le reazioni sono state anche più dure e legate alla particolare declinazione assunta dal  post-modernismo segnata dalla filosofia di Derrida. Nonostante la piega etica data da White alla propria prospettiva, Metahistory è stata letta soprattutto come un’opera di critica epistemologica rivolta allo statuto di scientificità della Storia. Più in particolare come un tentativo di decostruire, attraverso il vocabolario della retorica, il presunto realismo discorso storiografico.

L’opera di Hayden White ha portato gli storici  Carlo Ginzburg  e Arnaldo Momigliano ad una  presa di posizione netta. Quali sono gli elementi critici rilevati dai due storici?

Anche in Italia, come detto, non sono mancate le critiche verso Metahistory e tra queste si segnalano quelle di Arnaldo Momigliano e di Carlo Ginzburg, non soltanto per lo spessore dei protagonisti ma anche per la natura delle osservazioni fatte.

Arnaldo Momigliano, nel suo saggio La retorica della storia e la storia della retorica (1981), ha criticato White per aver ridotto gli storici a dei narratori poco interessati alla verità. Tutto ciò avrebbe avuto delle conseguenze legate alla presunta eliminazione della ricerca della verità come compito fondamentale dello storico. Momigliano differentemente riteneva che l’opera di costruzione discorsiva operata dallo storico, seppur innegabile, rappresentasse un aspetto secondario del suo lavoro che doveva concentrasi invece sulla ricerca della verità.  In sintesi il campo specifico dell’attività dello storico doveva rimanere la raccolta di informazioni e documenti sul passato, ai fini della comprensione di cosa era realmente avvenuto.

Anche Ginzburg teme le conseguenze legate all’aver eliminato la ricerca della verità come compito fondamentale dello storico.  In tale ottica è d’accordo con Momigliano nel riconoscere la centralità della nozione di “fatto” per l’attività storica e nel collegarla alla realtà. Se questo è l’orizzonte prospettico che allontana Ginzburg da White, nello specifico le ragioni della distanza vengono sviluppate in relazione a una questione centrale per il Novecento: la Shoah. Muovendo dalla questione del “negazionismo”, sostenuta da Robert Faurisson e da altri, secondo cui i campi di sterminio nazisti non sarebbero mai esistiti, Ginzburg punta il dito su alcune odiose derive cui è soggetto il discorso storico, quando vengono messe in discussione le idee di vero e di falso. È da questo punto che Ginzburg prende il via per criticare Hayden White, a sua volta assunto come riferimento polemico nella questione «sulla differenza tra romanzo e storia». Nello specifico ciò che viene attaccato da Ginzburg, attraverso White e Metahistory, è lo scetticismo epistemologico che conduce al nichilismo e all’indistinzione tra vero e falso. È questo sicuramente uno dei punti di maggiore divergenza tra Ginzburg e White, ed è l’effetto della rispettiva adesione a due paradigmi epistemologici inconciliabili. Ginzburg si muove all’interno di un paradigma realista, che riconosce ancora l’idea di realtà in sé e quella di verità. Diversamente White si muove in un orizzonte post-veritativo, che è l’espressione avanzata del pensiero critico e della riflessione post-moderna. Due posizioni per molti versi inconciliabili, a loro volta espressione di una dicotomia ancora fortemente presente nella cultura.