Martini (1927-1962): Intervista allo storico Alberto Guasco

by storiapolitica
Martini (1927-1962): Intervista allo storico  Alberto Guasco

Oggi ho deciso di pubblicare l’intervista allo storico Alberto Guasco sul libro Martini. Gli anni della formazione 1927-1962 (Il Mulino, 2019) .L’autore insegna Storia contemporanea alla Link Campus University di Roma. Specialista di storia della chiesa cattolica del Novecento, è autore, tra l’altro, di «Cattolici e fascisti. La Santa Sede e la politica italiana all’alba del regime (1919-1925)» (Il Mulino, 2013) e «Le due Italie. Azionismo e qualunquismo (1943-1948)» (Angeli, 2018).

Nell’introduzione del suo libro nota come molte biografie su Martini abbiano usato degli autobiografici per descrivere gli anni della sua formazione e, citando il libro di Enrico Galvotti  sul giovane Dossetti, sostiene che questa è solo una «tessera per ricostruire un periodo sul quale manca oggi qualsiasi contributo». Volevo chiederle quali fonti ha potuto utilizzare per scrivere di un periodo così poco conosciuto del futuro arcivescovo di Milano?

Parlerei, come sempre avviene o dovrebbe avvenire, di un concorso di fonti diverse. Anzitutto quelle d’archivio, inedite. Dunque, quelle provenienti dall’archivio della famiglia Martini, cioè il carteggio tra il futuro arcivescovo di Milano e i suoi familiari; quelle dell’archivio dell’Istituto Sociale, dove il giovane Carlo Maria Studia (1936-1944); e quelle conservate presso l’archivio dell’Istituto Aloisianum di Gallarate, ovvero i “diari” e i materiali relativi alle case presso le quali Martini transita nel corso della sua formazione: Cuneo (1944-1946), Gallarate (1946-1949) e Chieri (1949-1953). A queste si sono aggiunti, soprattutto, i materiali presenti nell’Archivio Romano della Compagnia di Gesù (1936-1962). Poi dobbiamo ovviamente aggiungere le fonti edite, dagli Acta apostolicae sedis ai volumi degli Acta Romana Societatis Jesu, dai testi e regolamenti della Compagnia, su cui Martini si forma, alla pubblicistica, fino alla normale letteratura secondaria e alle fonti orali.

In che contesto familiare e sociale si è formato il giovane Martini? Che ruolo ha avuto l’Istituto Sociale in questo?

Per quel che riguarda il primo aspetto, il contesto è quello di facoltosa famiglia borghese nella Torino degli anni Venti-Quaranta: il padre, Leonardo è uomo di convinzioni liberali, ingegnere e proprietario di fornaci; la madre, Olga, da cui passa la sua educazione alla fede, è pure di una famiglia benestante biellese. Per quel che riguarda la formazione scolastica, che tra il 1936 e il 1944, Martini trascorre per intero all’Istituto Sociale dei gesuiti, si tratta di un pilastro altrettanto fondamentale. È qui che il cardinale riceve – avrebbe ricordato – un’educazione “all’onestà mentale” che lo rende immune ad altre seduzioni, in primo luogo quella fascista. Ed è qui che riceve una formazione religiosa che, attraverso incontri specifici (il gesuita padre Carlo Brignone), ed esempi concreti, lo mette davanti a una proposta di vita che lo affascina a tal punto da convincerlo a entrare nella Compagnia di Gesù. Avviene subito dopo la maturità, nel settembre 1944.

Quali sono i riferimenti culturali e i suoi maestri negli anni della sua formazione come Gesuita?

Parlerei di fasi diverse e dunque anche di maestri diversi. Per fare dei nomi: a scuola c’è il fascino dei padri spirituali e “dell’insegnamento di libertà” di alcuni professori. Durante il biennio cuneese per il suo imprinting ignaziano è importante soprattutto il maestro dei novizi Rocco Zola. Quindi, a Gallarate, in un contesto filosofico del tutto affondato nel tomismo imperante, una figura naif come padre Roberto Busa. A Chieri, ecco un incontro davvero decisivo (e dunque un salto di livello) quello con Silverio Zedda, pioniere del rinnovamento degli studi biblici.

Una volta giunto al Pontificio Istituto Biblico di Roma, l’incontro con una o più generazioni di maestri del campo, il cardinale Augustin Bea, padre Alberto Vaccari, ma soprattutto i suoi due riconosciuti maestri, Maximilian Zerwich e Stanislas Lyonnet. Dagli anni Sessanta, possiamo aggiungere padri spirituali come René Arnou e Michel Ledrus ed esegeti di primissimo piano, specie di area tedesca, anche protestante.

Quali posizioni tenne Martini negli anni della sua formazione verso la politica e, in particolare, verso la Democrazia Cristiana?

Quelle tipiche del collateralismo ecclesiale del tempo. Riguardo al giudizio di Martini sul fascismo, (“una grande pagliacciata”) è certamente frutto dell’esempio e dell’insegnamento dei professori sopra nominati e di suo padre. Che è anche un anticomunista di ferro, come lo è tutta la Compagnia di Gesù di quel tempo, che sa sulla propria pelle cosa vuol dire fare i gesuiti in Albania o in Cina. D’altronde, il supporto che i padri forniscono alla Democrazia Cristiana all’epoca del 18 aprile è noto. In questo, Martini – che ha davanti agli occhi l’opera di padre Lombardi – è un giovane inviato a volantinare per lo scudo crociato, che due giorni dopo quelle elezioni spartiacque scrive ai genitori: “continuano di ora in ora ad arrivarci le cifre delle elezioni, dove pare affermarsi una netta nostra vittoria”. In questo senso, molti esponenti Dc sono di casa presso i gesuiti, da Boggiano-Pico a Donat Cattin. Negli anni Cinquanta questo legame è meno pronunciato ma resiste solidamente.

Al contrario di altri gesuiti Martini non scrisse nessun libro sul suo viaggio in Terra Santa del giugno-settembre del 1959. Che ruolo ebbe questo viaggio nella sua formazione?

Fu in qualche modo decisivo. Lo fu dal punto di vista personale, se prestiamo attenzione a quelle due esperienze “di morte” e “di vita” che il futuro arcivescovo ebbe modo di farvi, o ebbe modo di intuire e successivamente di raccontare: il rischio di morire corso presso gli scavi archeologici di El Gib e l’eucarestia celebrata al santo sepolcro (“mi pareva di cogliere in una maniera straordinariamente lucida che la vita è il tema nodale di tutte le religioni, è l’anelito dell’umanità, che in quel luogo si concentrava ogni speranza, ogni certezza, tutta la fiducia di vita”).

In queste esperienze possiamo, forse, scorgere il principio del suo legame con quella Terra. Ma si tratta anche di una tappa importante inserita in un più vasto contesto di formazione: a 32 anni, Martini è ormai un apprezzato professore di teologia fondamentale e di introduzione ai vangeli, un collaboratore de “La Civiltà Cattolica” e un uomo dai saldi legami con l’Associazione biblica italiana e con il Biblico di Roma.

Come accolse Martini la scelta di Giovanni XXIII di indire il Concilio Vaticano II? Qual è il ruolo di Martini nella fase pre conciliare?

Martini non ebbe alcun ruolo nella fase pre-conciliare. Certo, accolse con gioia quell’annuncio e poi il Concilio, aperto lo stesso anno in cui il trentacinquenne padre fu chiamato a Roma a insegnare al Pontificio istituto biblico, per rimanervi fino al 1979. Il punto importante è un altro: il Concilio è il luogo dove si decidono le sorti dell’esegesi biblica e quelle degli esegeti stessi. Lyonnet e Zerwich, maestri di Martini, sono appena incorsi in una sospensione. E il Biblico pensa proprio a lui per sostituirli: è meno noto, ma si muove nella loro stessa linea, anzi, alla loro scuola.

In secondo luogo, Martini “respira” il dietro le quinte del Concilio – non va mai in aula –, il lavorio di speranze e di scontri, di incontri e di bozze da cui nascono i documenti d’aula. Lo respira dal lato “progressista”, là dove si colloca l’esegesi praticata al Biblico. In questo senso, l’approvazione della Dei Verbum è per l’istituto “questione di vita o di morte” e per Martini la via aperta per procedere nel campo degli studi biblici.

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