Luigi Longo: intervista al professor Alexader Hobel

by storiapolitica
Luigi Longo: intervista al professor Alexader Hobel

L’ intervista di oggi è su Luigi Longo e si inserisce all’interno degli approfondimenti di storia e politica per il centenario del Pci ed è al professor Alexader Hobel dell’Università Federico II di Napoli ed studioso di storia del movimento operaio. Curatore de Il PCI e il 1956 (La Città del Sole, 2006), ha pubblicato Il PCI di Luigi Longo (1964-1969) (Edizioni Scientifiche Italiane, 2010).

In che ambiente famigliare nasce Luigi Longo e qual è la sua formazione?Quali furono le motivazioni che lo spinsero ad aderire al PCd’I?

La famiglia d’origine di Luigi Longo è una famiglia contadina, di viticoltori del Monferrato, anche se già nel 1907, a seguito di una crisi agricola che colpisce anche loro, i Longo si trasferiscono a Torino, dove aprono una mescita di vino e dove Luigi (che era nato il 15 marzo 1900) vive gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Il quartiere in cui abitano è Barriera di Milano, un quartiere operaio, e perlopiù operai sono i frequentatori dell’osteria dei Longo, cosicché fin da bambino Luigi entra in contatto con il mondo e i problemi dei lavoratori. Studia molto, si iscrive all’Istituto tecnico Sommeiller, poi alla facoltà d’Ingegneria. La sua formazione, quindi, contrariamente a quella della maggior parte dei dirigenti del Partito comunista, non è di tipo umanistico ma scientifico. Nel 1917, Longo è chiamato alle armi e deve dunque interrompere gli studi. Anche il servizio militare è però per lui molto formativo: proprio da soldato, si rende conto in modo più diretto e anche drammatico delle divisioni di classe, in particolare osservando il trattamento riservato alle reclute da parte di molti ufficiali. Contemporaneamente, grazie alla propaganda socialista nelle file dell’esercito, ma anche a libri e opuscoli acquistati sulle bancarelle dei librai torinesi prima e dopo il servizio di leva, Luigi si avvicina alle idee socialiste. Nel 1920 ha già maturato un preciso orientamento politico, per cui si iscrive alla Federazione giovanile socialista, per la quale inizia subito a tenere conferenze: in un ambiente quasi completamente operaio, è “lo studente”, ed è durante una di queste iniziative che conosce quella che sarà per vari anni la sua compagna, ossia Teresa Noce, altra grande figura di dirigente comunista. Al tempo stesso, Longo è tra coloro i quali scortano Gramsci nei percorsi da casa alla redazione del giornale L’Ordine Nuovo, fondamentale nella stagione del Biennio rosso e dell’occupazione delle fabbriche a Torino, per cui anche la conoscenza con Gramsci è un elemento significativo nella sua formazione, anche se inizialmente Longo subisce molto l’influenza di Bordiga, che appare il dirigente più deciso a dare vita anche in Italia a un partito comunista. Intanto, proprio la sconfitta del Biennio rosso, dovuta anche alle esitazioni del gruppo dirigente socialista, oltre all’esempio della Rivoluzione d’Ottobre, convince Longo della necessità di costituire un nuovo partito autenticamente rivoluzionario, in grado di difendersi efficacemente dallo squadrismo fascista e anche di contrattaccare. È quasi naturale, dunque, per lui, schierarsi con la Frazione comunista e aderire fin dal Congresso di Livorno al Pcd’I.

Quale fu il ruolo di Luigi Longo negli anni Trenta e perché emerse la sua figura durante la Resistenza?

Negli anni Trenta Longo ebbe un ruolo di primo piano nel Partito comunista. Fu lui, assieme a un altro giovane, Pietro Secchia, a insistere nel 1928-29 perché si spostasse in Italia il “centro di gravità” del Partito, il cui gruppo dirigente aveva dovuto riparare all’estero a causa delle persecuzioni fasciste, sebbene fin dagli anni Venti, accanto al Centro estero, la costituzione del Centro interno avesse garantito la sopravvivenza di una rete clandestina del Partito anche in Italia. Tuttavia, Longo e Secchia si batterono perché anche i dirigenti del Pcd’I, oltre a emissari e ispettori, si recassero in missione in Italia con una certa frequenza; perché insomma il legame col centro del Partito non passasse solo attraverso la stampa, le direttive o i volantini, ma fosse un elemento vivo e concreto. Fu egli stesso, nominato responsabile dell’Organizzazione, a gestire quella che si chiamò “la svolta”, che ebbe anche dei costi pesanti in termini di arresti e “cadute”, per cui si rese poi necessario rimodulare l’azione del Partito in Italia, ma che comunque contribuì a quel lavoro di radicamento e di “semina” che si rivelerà fondamentale nell’ancorare i comunisti alla realtà del Paese.

Ma il ruolo di Longo negli anni Trenta è importante anche in altri scenari: per vari anni è a Mosca come rappresentante italiano presso l’Internazionale comunista; poi è di nuovo a Parigi, dove vive la fase dell’unità d’azione antifascista e dei fronti popolari, e se ne rende egli stesso protagonista, siglando col leader socialista Pietro Nenni il patto d’unità d’azione tra i due partiti nel 1934; infine, è tra i principali organizzatori e dirigenti delle Brigate internazionali sostenute dal Comintern durante la guerra di Spagna, nell’ambito delle quali assume il ruolo di ispettore generale: è dunque al vertice delle Brigate internazionali assieme al comunista francese André Marty. E proprio durante la guerra di Spagna Longo si rende conto ulteriormente di quanto sia importante e necessaria l’unità delle forze antifasciste per sconfiggere il nemico: agisce dunque per tentare di dare alle Brigate un’impronta il più unitaria possibile, propone che diventino parte integrante dell’esercito repubblicano spagnolo, contrasta le tendenze (molto forti, ad esempio, tra anarchici e Poum) volte a conservare una netta autonomia anche operativa delle diverse forze impegnate a combattere i fascisti. Longo invece si batte per una unità di comando anche sul piano militare, e questa stessa impostazione darà poi alla direzione della Resistenza italiana. Di quest’ultima è uno dei maggiori ispiratori e artefici, essendo suo il Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa armata contro i nazifascisti, che, redatto il 30 agosto 1943, poco prima dell’armistizio, costituisce per certi versi il documento fondativo del movimento partigiano italiano. I comunisti lo sottopongono subito alle altre forze antifasciste, a partire da socialisti e azionisti, intendendo in tal modo il loro ruolo di avanguardia: fare il primo passo per battere l’attendismo, ma tentare di attivare un fronte il più ampio e unitario possibile. Longo, dunque, a capo delle Brigate Garibaldi e della Direzione Nord del Pci assieme a Secchia, è anche uno dei due vicecomandanti (assieme a Ferruccio Parri, del Partito d’azione) del generale Cadorna al vertice del Corpo volontari della libertà, inteso e voluto come organo di coordinamento di tutte le diverse formazioni partigiane. E anche qui Longo si batte con energia affinché il CVL si doti di un Comando militare, al quale facciano capo tutte le varie forze partigiane, in modo da evitare azioni non coordinate, o peggio ancora competizione e conflitti nello schieramento antifascista. Sarà proprio questa impostazione, che trae lezioni anche dalla guerra di Spagna, assieme alla costante attenzione di Longo per la dimensione di massa della Resistenza, a garantire lo sviluppo e poi la vittoria del movimento di liberazione nel nostro paese.

Dopo la Resistenza Luigi Longo divenne con Secchia vicesegretario del Pci, quale rapporto ci fu tra i due?

Come ho accennato, Longo e Secchia si conoscevano dagli anni Venti, avevano costituito una sorta di “sinistra” interna al gruppo dirigente del Pcd’I e sostenuto assieme la linea della svolta nel 1928-29; anche la Resistenza li vide fianco a fianco, a capo delle Brigate Garibaldi e della Direzione Nord del Partito. Il loro rapporto era quindi molto solido, anche di amicizia, sebbene avessero temperamenti diversi. Nel secondo dopoguerra furono al fianco di Togliatti al vertice del Pci: Longo vicesegretario, Secchia responsabile dell’Organizzazione; fu poi lo stesso Longo, all’inizio del 1948, a proporre Secchia come secondo vicesegretario. Certamente in entrambi la spinta della Resistenza era molto viva, ed entrambi, pur condividendo la strategia togliattiana, ne davano letture che presentavano sfumature diverse: Longo avrebbe voluto che si puntasse maggiormente sugli organismi di democrazia di base fioriti durante la lotta di Liberazione, dai Cln ai Consigli di gestione; Secchia avrebbe voluto una reazione più energica all’estromissione delle sinistre dal governo nel 1947; entrambi davano un’importanza decisiva alla mobilitazione di massa rispetto all’azione parlamentare e alla dialettica politica tra i partiti, che Togliatti riteneva invece essenziale, in particolare nel 1946-47 per giungere alla stesura di una Carta costituzionale avanzata e condivisa. Col passare del tempo, però, anche le differenze tra Longo e Secchia si accentuano: il primo si inserisce pienamente nella linea togliattiana e nell’idea del partito nuovo, il secondo appare sempre meno convinto di alcune scelte del Segretario e con la sua concezione fortemente organizzativistica e accentrata pone in qualche modo dei “paletti” allo stesso partito nuovo. Quando, a causa del caso Seniga, a Secchia viene tolta la responsabilità dell’Organizzazione, Longo non si impegna in suo favore, anche perché intanto sta vivendo anch’egli un momento difficile, dovuto al tentato annullamento del matrimonio con Teresa Noce e al caso che è scoppiato su tale vicenda. Più tardi, quando Longo diventerà Segretario del Partito, Secchia spererà che questo porti a un suo reinserimento ai livelli più alti, ma tale speranza sarà di fatto delusa, anche se i due dirigenti si troveranno in forte sintonia sull’atteggiamento di apertura rispetto al movimento del ’68, riguardo al quale Secchia esprimerà un convinto apprezzamento delle posizioni di Longo.

Quali sono le principali differenze tra il suo pensiero e quello di Togliatti? Aveva una sua idea di partito?

Come accennavo poc’anzi, la principale differenza mi pare possa individuarsi nella priorità assegnata da Longo alla mobilitazione di massa rispetto al “gioco politico” di vertice e al confronto ideologico che sono invece i terreni sui quali Togliatti si muove con particolare abilità. Longo poi ha vissuto la Resistenza in prima linea e non spezzerà mai i legami col mondo del partigianato e dei reduci di Spagna. La sua idea di partito è però molto simile a quella di Togliatti, dal momento che per entrambi è centrale la dimensione di massa della politica: anche per Longo, dunque, il Pci dev’essere un partito di massa, radicato nei luoghi di lavoro e nei territori, in grado di avanzare proposte e soluzioni concrete in tutti i campi, nel quadro della strategia delle riforme di struttura. Come responsabile della sezione Lavoro di massa, egli valorizzerà al massimo questi aspetti, preoccupandosi anche di favorire quell’aggiornamento dell’analisi dei comunisti sul sistema produttivo e la società, che sarà avviato già col convegno del 1956 sui lavoratori e il progresso tecnico. Da Segretario del partito, Longo accentuerà gli elementi di direzione collegiale, praticando dunque un modello di leadership diverso da quello di Togliatti, che certamente valorizzava i contributi dei vari dirigenti ma nel quadro di uno stile di direzione più accentrato.

Quale fu la sua reazione al Memoriale di Jalta?

Longo colse subito l’importanza politica e ideologica del documento togliattiano, facendo in modo che esso, pur non essendo un testo destinato alla pubblicazione, venisse invece reso noto sulla stampa di partito e quindi anche a livello internazionale. Egli capì bene che pubblicando quella sorta di testamento politico, il Pci affermava in modo inequivocabile, e senza possibilità di tornare indietro, la propria autonomia ideale e strategica e l’idea dell’unità nella diversità, ossia la convinta appartenenza a un fronte mondiale di forze comuniste e antimperialiste, senza però che ciò dovesse comportare la rinuncia a una propria elaborazione autonoma e a una propria peculiare strategia. E in effetti il Memoriale e la sua pubblicazione costituirono un passaggio importante riguardo al modo in cui il Pci concepiva e praticava la sua appartenenza allo schieramento comunista e antimperialista globale.

Quali furono i maggiori elementi di discontinuità durante la sua segreteria? Cambiò qualcosa nel rapporto con l’Urss?

Ho già accennato a un cambiamento significativo nello stile di direzione, da Longo maggiormente improntato alla collegialità. Sul piano politico generale, soprattutto la prima fase della sua segreteria fu segnata invece da una forte continuità con gli ultimi anni di direzione di Togliatti: rispetto al centro-sinistra il Pci doveva muoversi in modo autonomo, utilizzando e valorizzando i margini di manovra nuovi che si erano aperti, ma senza rinunciare a un approccio critico e a una collocazione di opposizione coerente e concreta, che contrapponesse cioè alla programmazione economica annunciata dal centro-sinistra un proprio progetto di programmazione democratica, democratica per gli strumenti (centralità del Parlamento, Comitati regionali per la programmazione, ruolo fondamentale di enti locali e sindacati) e per i fini (far passare dai grandi gruppi capitalistici privati ai pubblici poteri democraticamente orientati il potere di decisione sulle linee principali orientamenti dello sviluppo economico del Paese). Anche nel rapporto con l’Urss, Longo proseguì sulla strada aperta da Togliatti dell’unità nella diversità. Gli elementi critici, tuttavia, si accentuarono: di fronte alla destituzione di Chruščëv, alle vicende di intellettuali come Daniel e Sinjavskij, e ovviamente di fronte alla Primavera di Praga, ossia al tentativo operato da Dubcek di riformare il sistema socialista cecoslovacco in direzione di una maggiore democrazia, di un autentico pluralismo e di una maggiore articolazione del sistema economico. Il viaggio di Longo a Praga mirò a riaffermare la comune visione di via democratica al socialismo; la condanna dell’intervento militare del Patto di Varsavia fu lo sviluppo coerente di tale impostazione, ma segnò certamente un punto di non ritorno nel rapporto con l’Urss, sebbene Longo operasse anche per evitare una rottura irreversibile, per mantenere il Pci all’interno di quello schieramento mondiale a cui prima ho fatto rifermento, apportandovi però il patrimonio della propria elaborazione ed esperienza, autonoma e originale. In questo, pur nella novità dei contesti, c’è una sostanziale continuità con l’impostazione togliattiana.

Quali rapporti ebbe Luigi Longo con Giorgio Amendola e Pietro Ingrao?Quali giudizi espresse verso il centro-sinistra? E come interpretò il movimento del Sessantotto?

Durante la sua Segreteria, Longo cercò di dare piena legittimità alle diverse “sensibilità” che allora si esprimevano nel Pci, da quella di Amendola a quella di Ingrao, evitando però che il confronto si cristallizzasse in correnti organizzate, e lasciando piuttosto che esso si svolgesse nel quadro del centralismo democratico. Certamente Longo stimava sia Amendola sia Ingrao, e non mancò di esprimere la sua sintonia, su diversi punti, ora con l’uno (ad esempio sulla necessità di lavorare per superare la frattura storica coi socialisti), ora con l’altro (ad esempio nel rapporto col ’68), cercando di tenere insieme la strategia delle riforme di struttura e l’idea di programmazione democratica col discorso sul nuovo modello di sviluppo e sull’accentuazione anticapitalistica della programmazione del Pci sostenuti da Ingrao e dalla sinistra del partito in generale.

Verso il centro-sinistra il Pci con Longo maturò una posizione sempre più critica, non rinunciando però a inserirsi anche nelle sue contraddizioni, ossia continuando ad applicare la lezione togliattiana sul fare politica sempre e in qualsiasi contesto, ovviamente condividendo anche il convincimento che l’Italia fosse ormai più che matura per andare oltre il centro-sinistra, con una nuova maggioranza che coinvolgesse anche i comunisti.

Quanto al movimento del ’68, Longo capì che si trattava di un movimento non settoriale, ma che esprimeva una istanza di rinnovamento e democratizzazione complessiva. Ecco perché ritenne che la sua lotta si intrecciasse oggettivamente con quella del movimento operaio e del Pci. Non solo: per Longo il movimento studentesco, pur coi suoi limiti e anche le sue deformazioni ideologiche in senso neo-anarchico, era una componente della “lotta anticapitalistica”, ponendo nelle sue punte più avanzate e consapevoli l’obiettivo di un mutamento di sistema. Il Pci doveva quindi porsi nei suoi confronti con un atteggiamento aperto, di dialogo e di intelligente comprensione del nuovo: un atteggiamento che Longo praticò in prima persona, in particolare con l’incontro con la delegazione del movimento a Botteghe Oscure e col successivo articolo su “Rinascita”, e che “pagò” dal punto di vista politico, non solo per l’aumento di consensi espressi dai giovani nelle elezioni del maggio 1968, ma soprattutto perché settori non irrilevanti dei quadri e dei militanti del movimento, in particolare dopo l’esaurirsi della stagione dei “gruppi”, finiranno con l’aderire al Pci, portando nuova linfa e nuove energie al partito.