Luigi Einaudi e gli interventi sulla legge elettorale

Luigi Einaudi e gli interventi sulla legge elettorale

Luigi Einaudi intervenne in momenti diversi sul tema della legge elettorale. Il primo intervento risale ad una lettera inviata al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi del 27 agosto 1952, che precedette i testi presenti nello Scrittoio, datati aprile 1953, dopo l’approvazione della nuova legge elettorale, e del dicembre 1953 quando si stava svolgendo la crisi del governo Pella.

La lettera a De Gasperi dell’agosto 1952

Queste cartelle risalenti all’agosto 1952 erano molto meno notarili e cercavano di prendere in considerazione le diverse soluzioni possibili. Nella parte iniziale della lettera Einaudi spiegava a De Gasperi che queste riflessioni[1] erano da ritenersi personali e che avrebbe potuto tenerne conto nella misura opportuna[2].

In queste riflessioni Einaudi prese in considerazione in modo rigoroso e separato, sia il sistema proporzionale sia maggioritario, ma negò la possibilità di un sistema ibrido tra i due, in quanto miravano a raggiungere due obiettivi differenti. Einaudi sembrava voler evitare i compromessi, per realizzare un sistema coerente e in grado di risolvere in modo efficace i problemi del sistema politico.[3]Inoltre Einaudi non pensò ad sistema proporzionale con una soglia d’accesso, perché i partiti di centro erano essenziali per la linea centrista voluta da De Gasperi.

Le idee proposte da Einaudi  nella lettera

Nella lettera Einaudi sembrava contrario in linea di principio al sistema proporzionale puro che secondo lui avrebbe portato ai seguenti problemi:

“Non è molto probabile che esso dia nel 1953 risultati approssimativamente uguali a quelli del 1948. Anche se il gruppo di centro, dei quattro partiti democratici, risultasse, per numero di deputati, superiore a ciascuno dei due altri gruppi di sinistra e di destra e degli eventuali partiti singoli, non otterrebbe forse la maggioranza degli eletti[4]. Una camera nella quale, ad ipotesi, il 45 % dei deputati appartenesse al gruppo di centro, il 35% ai socialcomunisti ed il 20 % ai fascisti-monarchici, renderebbe assai difficile se non impossibile legiferare, salvo nelle cose di poco conto e disagevole amministrare.”[5]

Le soluzioni proposte da Einaudi riprendevano alcune idee già espresse da Sturzo: come ridurre l’ampiezza delle circoscrizioni e limitare a uno i voti di preferenza.

Il secondo sistema elettorale preso in considerazione da Einaudi nel documento fu il proporzionale puro con premio nazionale al gruppo che avesse ottenuto nella nazione il 50%, più uno, dei voti validi. Questo sistema era una variante del primo. I limiti di questo sistema elettorale secondo Einaudi erano i seguenti: se il premio di maggioranza avesse portato il numero di parlamentari a una soglia superiore del 60 %, in quel caso sarebbe venuto meno il diritto delle minoranze a intervenire sulle leggi di modifica costituzionale. Negli altri casi non vi era alcun pericolo per la democrazia vi era solo un rafforzamento della maggioranza rispetto alla minoranza.

Il terzo sistema analizzato da Einaudi fu quello proporzionale con premio nazionale al gruppo il quale avesse ottenuto nella nazione il numero maggiore di voti validi. Einaudi sostenne che qualsiasi percentuale inferiore al 50% più uno, alcuni avevano proposto il 45%[6], avrebbe danneggiato le minoranze e l’impressione degli elettori avrebbe potuto essere quella che a decidere non fosse la maggioranza degli elettori.

Einaudi e gli altri sistemi elettorali presi in considerazione

Nella lettera prese in esame anche altri sistemi elettorali[7] su cui trovò diversi punti deboli, ma il sistema che sembrò prediligere fu quello proporzionale con il collegio uninominale, che per molti anni era stato utilizzato nell’Italia liberale[8]. Il limite ravvisato da Einaudi era che tale sistema avrebbe potuto portare sia ad una rappresentanza di notabili legati ad un territorio, sia al fenomeno del trasformismo. Tale proposta non poteva essere gradita alla Dc e al Pci.

Un’altra proposta di Einaudi era di collegi uninominali con all’interno il sistema maggioritario con voto alternativo (disgiunto). Questa proposta non poteva essere accettata da De Gasperi, perché avrebbe dato nuovamente un ruolo centrale ai piccoli partiti di centro, ai partiti di notabili e ai notabili presenti all’interno della Democrazia Cristiana.[9]

La legge elettorale nello scrittoio

Nella trattazione sui sistemi elettorali presente nello scrittoio del Presidente gli scritti dell’aprile 1953, cioè nel periodo quando era già finita la discussione parlamentare sulla nuova legge elettorale proporzionale, Einaudi insisteva sul concetto che il premio di maggioranza non potesse essere dato al partito di maggioranza relativa, ma era accettabile che il premio di maggioranza scattasse al raggiungimento del 50% più uno dei votanti.

Le questioni affrontate da Einaudi

Nel dibattito sulla legge elettorale Einaudi dovette affrontare alcune questioni come l’ipotesi di una riforma dei tempi della legislatura per il Senato attraverso una legge costituzionale, la presenza nel Senato di senatori di diritto[10] e il problema del mutamento della forma istituzionale.

La modifica della durata della legislatura del Senato, attraverso la legge di revisione costituzionale, non venne discussa per mancanza dei tempi previsti dalla Costituzione.

I senatori di diritto secondo lo schema redatto avrebbero perso il diritto sancito dalla disposizione transitoria, che venne modificata seguendo l’idea di una proporzione tra senatori eletti e senatori di diritto. Questo venne giustificato, perché, essendo il Parlamento italiano un bicameralismo perfetto, le due Camere non potevano avere due maggioranze differenti ed alterare così l’idea che c’è nella Costituzione[12].

Nel documento venne utilizzata questa formula:

sembra opportuno aggiungere, in ogni composizione del senato, ai senatori elettivi un certo numero di componenti non superiore ad una certa quota che possa alterare le linee fondamentali dell’istituto quale previsto dalla Costituzione.[13]

Il problema del mutamento istituzionale

Il problema del mutamento istituzionale era riconducibile alla forte polemica in corso negli ultimi mesi della legislatura. La questione venne posta per la prima volta il 12 agosto 1952 su “ La Stampa”[14] con un articolo di fondo di Pasquale Jannacone, che Einaudi aveva nominato senatore a vita, dal titolo “Carte in tavola” in cui, prendendo spunto dal dibattito in corso sulla riforma della legge elettorale, pose la questione se non vi fossero dei limiti alla possibilità di riforma costituzionale, essendo la Costituzione di natura pattizia o contrattuale[15] il che ne impedirebbe la modica di alcuni principi fondamentali. In questo documento si cercò di rispondere a questo quesito che potrebbe sembrare estraneo al dibattito.

La risposta di Carbone

La risposta che venne data da Carbone fu che la Costituzione repubblicana non era di natura contrattuale o pattizia come lo Statuto Albertino, ma i limiti alla sua modifica erano legati al fatto che, mancando l’attuazione degli organi di controllo, la responsabilità starebbe esclusivamente nella valutazione del presidente della Repubblica. La Costituzione non poteva nemmeno ritenersi immodificabile per il compromesso tra i partiti all’Assemblea Costituente[16], perché secondo Carbone:

I partiti non possono essere considerati come termini essenziali e immutabili della vita politica della Nazione[17].

Carbone quindi arrivò a sostenere che nonostante le osservazioni di Jannacone fossero imprecise, ponevano un problema centrale e cioè fino a che punto la Costituzione potesse essere modificata. Il limite evidenziato da Carbone consisteva nell’impossibilità di modificare quei principi frutto del compromesso alla Costituente, su cui la Costituzione era fondata, avendo la Costituzione Repubblicana una sua logica e una coerenza nei suoi princi.[18] Il principio che tutelava le modifiche costituzionali, problema sollevato da Jannacone, per Carbone era contenuto nella stessa Costituzione Italiana, che, essendo rigida, poteva essere modificata solamente con un procedimento di revisione costituzionale e non con una legge ordinaria[19].

Qualche mese dopo la questione sulle possibili riforme costituzionali ritornò d’attualità, come era successo già il 31 agosto 1952[20]. Nel novembre dello stesso anno, la corrente di destra del partito liberale propose come linea da far approvare dal successivo congresso del partito, che si sarebbe tenuto nel gennaio 1953, l’abrogazione dell’articolo 139 secondo il quale la forma istituzionale repubblicana non può essere modificata, neppure con legge di revisione costituzionale. La risposta di Carbone fu che non solo non poteva essere modificato l’articolo 139, ma non era l’unico limite al ritorno della forma monarchica dello Stato.[21]Infatti egli aveva posto l’attenzione anche sul fatto che la Costituzione Italiana era rigida e aveva un valore formale al di sopra delle altre leggi.

Einaudi e i diversi passaggi della riforma elettorale

L’altro argomento centrale nella corrispondenza fu il dibattito sulla riforma elettorale. Carbone informò Einaudi di ogni singolo passaggio, come si può vedere nella cronologia databile alla seconda metà del novembre del 1952, in cui erano segnati tutti passaggi all’interno della maggioranza, fino all’accordo raggiunto tra i partiti della maggioranza centrista il 15 novembre 1952.

In quello stesso giorno Einaudi ricevette le informazioni sulla polemica che Togliatti e il Pci stavano conducendo sulla legge elettorale e la proposta di abrogazione dell’articolo 139[22]. Il 10 dicembre 1952 Carbone comunicò a Einaudi che Togliatti riguardo alla nuova legge elettorale aveva sostenuto che il premio di maggioranza facesse venir meno il principio fondamenta[23], secondo cui il voto è uguale, contravvenendo al dettato dell’articolo 56 della Costituzione[24].

Secondo Carbone non veniva meno il principio di uguaglianza del voto con la legge proposta, ma la nuova legge elettorale avrebbe portato ad un risultato elettorale non proporzionale al numero di voti riportato dalle singole liste.

L’intervento diretto di Einaudi

L’intervento più diretto di Einaudi sulla questione della legge elettorale si ebbe dopo il 29 marzo 1953 quando ricevette dei senatori contrari alla legge Scoccimaro, Molè, Pertini, Terracini, Parri, Bergamini, che chiesero l’attenzione del presidente della Repubblica sul regolamento applicato nel corso della discussione della legge elettorale al Senato.[25]

Questo fu l’ultimo intervento di Einaudi in questa fase di transizione e sulla legge elettorale prima delle elezioni del 7 giugno 1953.

Francesco Sunil Sbalchiero


Note e bibliografia

[1] Dalla lettera viene cancellata la parola meditazione A.F.L.E., Fondo Luigi Einaudi, sezione 2 corrispondenza De Gasperi 27 agosto 1952.

[2] A.F.L.E.T., Fondo Luigi Einaudi, sezione 2 corrispondenza De Gasperi 27 agosto 1952.

[3] L. Einaudi, Una lettera a De Gasperi sulla riforma della legge elettorale, cit, p. 454.

[4] Nella prima versione di questa parte della lettera poi cancellata Einaudi aveva scritto: “Gli altri due gruppi, sebbene fortissimi come oppositori, sarebbero ancor più incapaci di formare un governo. Un governo di centro non sarebbe in grado perciò di legiferare. Potrebbe amministrare, tentando di corrodere al margine le due ali estreme. Non riuscendo il tentativo, si andrebbe allo scioglimento delle Camere, ed a nuove elezioni con il medesimo sistema. Cfr.L. Einaudi, Una lettera a De Gasperi sulla riforma della legge elettorale, cit., p. 454.

[5] A.F.L.E.T., Fondo Luigi Einaudi, sezione 2 corrispondenza De Gasperi 27 agosto 1952.

[6] Einaudi accenna al discorso della compensazione nel sistema maggioritario inglese.L. Einaudi, Una lettera a De Gasperi sulla riforma della legge elettorale, cit., p. 454.

[7] Gli altri sistemi elettorali presi in esame d Einaudi nella lettera a De Gasperi del 27 agosto 1952 sono il sistema con il collegio uninominale con ballottaggio e il collegio uninominale con voto alternativo (disgiunto).

[8] Cfr M. S. Piretti, La legge truffa,cit., p. 105.

[9] L. Einaudi, Una lettera a De Gasperi sulla riforma della legge elettorale, cit., p.457.

[10] A.F.L.E.T., Fondo Luigi Einaudi, sezione 2 corrispondenza Carbone Agosto 1952.I senatori di diritto erano i senatori che si erano opposti al Fascismo e che erano stati eletti prima dell’ascesa al potere del Fascismo, quelli che avevano fatto parte della Consulta per la Costituente, alcune figure importanti della resistenza e i presidenti dell’Assemblea Costituente. Nel corso della prima legislatura la presenza di questi senatori per la gran parte vicini ai socialcomunisti aveva fatto venir meno la maggioranza assoluta alla Democrazia Cristiana, che aveva la maggioranza relativa.

[11] Ivi.

[12] Ivi.

[13] Ivi.

[14] Carte in tavola, in “ La Stampa”, 12 agosto 1952.

[15] A.F.L.E.T., Fondo Luigi Einaudi, sezione 2 corrispondenza Carbone novembre 1952.

[18] Ivi. Il principio che la sovranità appartiene al popolo, il principio che cittadini sono tutti uguali davanti alla legge, la tutela della libertà e dei diritti e il fatto che la Costituzione sia al vertice dell’importanza delle fonti del diritto in Italia.

[19] Questa è una delle differenze principali con lo Statuto Albertino.

[20] A.F.L.E.T., Fondo Luigi Einaudi, sezione 2 corrispondenza Carbone Novembre 1952. Fa riferimento ad un discorso fatto da De Gasperi il 31 agosto in cui parla di una possibile modifica dell’art. 139 “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.”

[21] Ivi.

[22] A.F.L.E.T., Fondo Luigi Einaudi, sezione 2 corrispondenza Carbone 15 novembre 1952. In questa lettera Carbone esprime il suo punto di vista sostenendo che le questioni poste da Togliatti non dovessero essere pubblicate sui i giornali o direttamente al presidente della Repubblica come stava cercando di fare Togliatti, ma al Parlamento.

[23] Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

[24] Si veda la Costituzione del 1948.

[25] A.F.L.E.T., Fondo Luigi Einaudi, 3.1 biografici elezioni politiche e riforma elettorale.

G. Limiti, Il presidente professore: Luigi Einaudi al Quirinale, Luni Editrice, Milano,2020