Piero Pieri. Lo storico militare: Intervista a Fabio De Ninno

Piero Pieri. Lo storico militare:  Intervista a Fabio De Ninno
Libro su Piero Pieri di Fabio de Ninno

Intervista sul suo libro Piero Pieri. Il pensiero e lo storico militare (Le Monnier, 2019) allo storico Fabio De Ninno che avevo già intervistato qualche anno fa in occasione dell’uscita di un altro suo saggio Fascisti sul Mare ( Laterza, 2017).

  • Nel suo libro Piero Pieri. Il pensiero e lo storico militare, sostiene come lo storico militare abbia anticipato su alcune idee alcuni storici militari successivi. Quali sono queste idee?

Pieri, anche perché si era formato sotto Salvemini e aveva subito l’influenza della scuola economico-giuridica, pose grande importanza sull’analisi dei fattori socioeconomici come base su cui si costruiscono le istituzioni militari e le forme del combattimento. Negli anni Settanta-Ottanta si è parlato molto di War and society, come scuola metodologica nuova, volta ad analizzare la storia militare in relazione alla società e alla cultura. Tale approccio secondo me è in parte anticipato da Pieri nei suoi lavori sul Rinascimento, dove le lunghe premesse al fallimento militare degli stati italiani vengono rintracciate non nella tattica, nella strategia o negli ordinamenti militari, ma nella frammentazione politica ed economica della penisola. D’altra parte, se Pieri fu ospitato dalla rivista Annales nel 1963, centro della rivoluzione storiografica della prima metà del XX secolo centrata sullo scostamento verso una storia più sociale ed economica, si può intendere anche come riconoscimento di una certa innovatività da parte sua.

  • Quali furono i principali maestri di Piero Pieri e in che ambienti si formò?

Pieri fu al centro di una rete di contatti che lo mise nella condizione di imparare da alcuni dei più eminenti intellettuali e storici italiani della sua epoca. La lista di personalità con cui fu in contatto spazia da Giustino Fortunato a Federico Chabod, passando per Giovanni Gentile. Tuttavia, la principale figura di riferimento in gioventù (e con una duratura influenza fino al secondo dopoguerra) fu certamente Salvemini, il quale influì su Pieri non solo per l’interesse verso l’economia e gli ordinamenti giuridici, ma anche per le istituzioni militari tramite i suoi studi sulla cavalleria fiorentina.

Negli anni Venti e Trenta ebbero grande importanza anche altre figure di spicco del panorama storiografico e culturale italiano. Benedetto Croce fu certamente fondamentale, se non altro perché assieme a Pieri era tra i pochi lettori italiani di Clausewitz, la cui opera e in particolare il rapporto tra politica e guerra furono centrali per gli studi di Pieri sulla guerra. Maestro mai conosciuto, ma indirettamente sempre presente fu Hans Delbrück il cui lavoro sulla storia della guerra fu decisivo per fornire a Pieri una cornice storiografica in cui inserire i suoi studi e un punto di partenza metodologico nell’approccio alla storia della guerra.

  • Quale fu il rapporto di Piero Pieri con il regime fascista?

L’antifascismo di Pieri fu sempre vivo e la sua ostilità per il regime mai nascosta. Tale aspetto era particolarmente evidente nella sua corrispondenza privata, dove lamentava l’influenza del fascismo sugli studi, la selezione degli storici e la vita culturale del paese.

Tuttavia, anche Pieri dovette trovare il suo modus vivendi col regime che gli causò non pochi grattacapi, specie quando tentò di occuparsi di storia della Prima guerra mondiale, non condividendo l’esaltazione patriottica incondizionata desiderata dal fascismo delle virtù militari italiane. Lo stesso accadde, in parte, nei suoi studi su Machiavelli per i quali arrivò a un vero e proprio scontro con il generale Francesco Saverio Grazioli, avendo Pieri contestato l’attualità del pensiero dell’intellettuale fiorentino in un’epoca in cui il regime esigeva appunto esaltazione acritica del rapporto tra gli italiani e la guerra anche nel passato. Come Mussolini stesso ebbe a dire era “il tempo dei miti” e Pieri aveva una visione fortemente critica della Grande guerra, che per questo non poté mai studiare liberamente nel periodo fascista, limitandosi a recensire volumi, spesso stranieri – un atto non scontato all’epoca – e a raccogliere materiale per poterne scrivere liberamente nel secondo dopoguerra.

Al tempo stesso come la maggioranza schiacciante degli accademici italiani, il modus vivendi di Pieri lo costrinse comunque a partecipare alle attività che il regime gli imponeva. Fatto di cui si lamentava nella corrispondenza privata come “perdita di tempo” che lo distoglieva dagli studi. L’unico momento in cui il suo antifascismo ebbe una breve “oscillazione”, come per molti italiani – ricordiamo l’atteggiamento del maestro croce – fu quello della Guerra d’Etiopia, ma rendendosi conto della direzione imboccata verso un conflitto generalizzato immediatamente la visione di Pieri del fascismo tornò totalmente negativa. Il periodo della Guerra civile (1943-45) rappresentò la fase di riscatto da questa forzata e spiacevole convivenza, con la collaborazione attiva della famiglia alla Resistenza torinese, che portò all’incarcerazione dello storico, della moglie e dei due figli.

  • Quali sono gli elementi ancora attuali del modo di concepire la storia militare di Piero Pieri?

La storia militare ha fatto molti passi dal lavoro di Pieri e si è completamente trasformata, più che di attualità io direi di una continuità necessaria nello studio dell’efficienza del combattimento e degli ordinamenti militari come prodotto sociale, un aspetto che il “cultural turn” della storiografia militare italiana, specie la contemporaneistica, ha in parte trascurato nell’ultimo periodo. In questo senso la lezione principale di Pieri è che non bisogna demilitarizzare la storia militare: lo scopo delle istituzioni militari è prepararsi alla guerra e farla. Perciò, capire come lo fanno e perché falliscono o riescono, un aspetto centralissimo nell’analisi storiografica di Pieri, resta un elemento attuale dello studioso che deve fornire uno spunto agli studiosi pur adoperandolo con metodologie e approcci aggiornati.

  • Negli anni Sessanta Pieri fu preside della facoltà di magistero di Torino, che ruolo ebbe nella formazione di alcuni grandi storici militari degli anni successivi?

Innanzitutto, il ruolo di Pieri fu quello di riuscire a istituzionalizzare la storia militare nell’Università italiana, un aspetto tutt’altro che scontato, dato che la disciplina nel secondo dopoguerra, complice il militarismo del ventennio precedente, era spesso (ed è ancora oggi così in alcuni casi) vista come qualcosa di minore o di “esotico”.

Sebbene Pieri nel 1970 Pieri lamentasse che il numero degli storici militari italiani si contasse sulle dita di una mano (o al massimo due), il suo sostegno fu centrale nella formazione di due importanti studiosi: Giorgio Rochat, il quale trovò in Pieri una personalità di riferimento che lo sostenne nei suoi studi di storia militare sui due conflitti mondiali e la storia dell’esercito italiano; Raimondo Luraghi, di cui supportò attivamente la carriera e gli studi sulla Guerra civile americana che lo avrebbero reso celebre: fu Pieri a perorarne la pubblicazione presso l’editore Einaudi.

In entrambi, ma soprattutto nel primo, è riscontrabile quell’input verso una storia militare che guardi alle istituzioni come prodotti sociali, che Pieri aveva coltivato soprattutto negli studi sul Rinascimento. Rochat, insieme ad altre figure, come Mario Isnenghi, avrebbe segnato poi una prima importante fase di evoluzione della storiografia militare italiana, proprio cominciando dagli studi sulla Grande guerra, letta in chiavi completamente nuove come appunto la storia culturale, che il grande maestro aveva sfiorato ma mai potuto pienamente affrontare.

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