L’identità ebraica di Primo Levi

L’identità ebraica di Primo Levi

Nel 34° anniversario della morte di Primo Levi, pubblichiamo un articolo che approfondisce il complesso rapporto che egli ebbe con la propria identità ebraica.

Il tema del rapporto di Primo Levi con l’ebraismo è senza dubbio ampio e articolato, e racchiude al suo interno molteplici discorsi[1]. Nei confronti della religiosità, ad esempio, Levi mostrò sempre un netto distacco, dichiarando apertamente in più di un’occasione di essere non credente e di aver sempre vissuto «nell’indifferenza di Dio»[2], mentre verso alcuni aspetti della cultura ebraica sia yiddish che biblica – dall’indipendenza spirituale, alla tradizione talmudica della discussione «appassionata ma precisa»[3] –, così come per i costumi di vita degli ebrei nelle varie parti del mondo, egli sviluppò nel corso del tempo un profondo interesse, rispecchiato in larga parte della sua produzione letteraria. Da una pur sommaria analisi di un tema tanto complesso emergono tuttavia alcuni punti fermi, che è necessario tenere presenti se si vuole comprendere appieno la natura del rapporto di Primo Levi con la propria identità ebraica.

Un primo elemento è il netto rifiuto, da parte di Levi, della definizione di ebraismo come «razza». In un’intervista con Raffaella Manzini e Brunetto Salvarani egli afferma: «L’ebraismo è per me una tradizione e una cultura, ed entrambi gli aspetti mi interessano. Mi interesserebbero anche se non fossi ebreo, io penso»[4]; in un colloquio con Risa Sodi ribadisce, a proposito del suo «sentirsi ebreo»: «Si tratta di un fatto culturale. Non posso dire che l’ebraismo sia stata la mia stella polare. Io sono anche un chimico e uno scrittore: sono molte le cose che mi interessano e l’ebraismo è soltanto una di queste»[5]. Levi non nega però l’importanza della propria identità ebraica: pur dichiarandosi infatti israelita al venti per cento – «forse al venticinque»[6] – e per la restante parte italiano, si dimostrerà sempre profondamente legato alle proprie origini ebraiche piemontesi, e alla cultura ebraica nel suo complesso[7].

Un secondo elemento di interesse è il fatto che Levi costituisce, per sua stessa ammissione, un «ebreo di ritorno», giunto a costruirsi una cultura ebraica relativamente tardi, dopo l’esperienza della guerra[8]. La storia del rapporto di Levi con la propria identità ebraica è infatti la storia di una lenta, graduale e tardiva scoperta, le cui tappe coincidono con alcuni degli avvenimenti che segnarono più profondamente la sua vita – l’emanazione delle leggi razziali, la prigionia ad Auschwitz, il lungo viaggio verso casa al termine della guerra. Esperienze che imposero a Levi di sentirsi diverso, stampandolo «come si stampa una lamiera»[9], ma che al tempo stesso lo sollecitarono a recuperare un patrimonio culturale che prima non possedeva;[10] non è pertanto possibile comprendere pienamente il rapporto di Primo Levi con l’ebraismo senza volgere lo sguardo alla sua biografia.

Figlio di ebrei appartenenti alla media borghesia torinese e «profondamente integrati nel Paese, come lingua, costumi ed orientamenti morali»[11], Primo Levi trascorse gli anni della propria giovinezza all’interno di un ambiente familiare sostanzialmente laico, nel quale la religione rivestiva un’importanza trascurabile[12]. La madre, Ester, era una donna «intrinsecamente laica»[13], che seguiva le tradizioni senza però attribuire loro molto valore; il padre, Cesare, viene descritto dal figlio come «un uomo laico nella sostanza pur se attaccato a talune usanze»[14], e al contempo come «un credente curioso»:

«Il vero credente, in casa, era mio padre. […] Aveva paura di Dio. Si sforzava di rispettare le leggi, osservava il digiuno nei giorni stabiliti, ma lo faceva imprecando perché certi divieti non gli andavano giù. […] Credente a modo suo, mio padre si abbandonava ringhiando alla trasgressione.»[15]

E ancora:

«Per una forma – io credo – di paura superstiziosa non mangiava carne di maiale. Però il prosciutto gli piaceva da pazzi e così, ogni tanto, ci cascava. […] Andava al tempio per Kippur perché era – come dire? – bon ton per la Torino di allora, come per quella di oggi.»[16]

Nonostante il clima laico che aleggiava in famiglia, Primo Levi ricorda tuttavia come nei genitori la coscienza del proprio ebraismo fosse tutt’altro che spenta, e si manifestasse non solo nel notevole valore attribuito all’educazione e allo studio, ma anche «nella conservazione di alcuni rituali familiari (soprattutto le feste di Rosh-Hashanà, di Pesach e di Purim)»[17]. Non deve dunque sorprendere il fatto che allo stesso Primo Levi fu impartita un’educazione religiosa, la quale però passò su di lui «senza lasciare tracce profonde»[18]: egli subì «passivamente» il bar mitzvà[19] (dal quale non nega però di essere stato «coinvolto, preso emotivamente»[20] per un certo tempo), ed espresse il voto di indossare i tefillin al solo scopo di ottenere in cambio una bicicletta[21]. Dalle pagine dei racconti del Sistema periodico emerge chiaramente il ritratto di un ragazzo che, fino all’estate del 1938, era ancora poco interessato alle proprie origini ebraiche:

«[…] fino appunto a quei mesi non mi era importato molto di essere ebreo: dentro di me, e nei contatti coi miei amici cristiani avevo sempre considerato la mia origine come un fatto pressoché trascurabile ma curioso, una piccola anomalia allegra, come chi abbia il naso storto o le lentiggini; un ebreo è uno che a Natale non fa l’albero, che non dovrebbe mangiare il salame ma lo mangia lo stesso, che ha imparato un po’ di ebraico a tredici anni e poi lo ha dimenticato.»[22]

Una prima presa di coscienza della propria identità ebraica coincise con l’inizio della pubblicazione, nell’agosto del 1938, del periodico “La Difesa della Razza” di Telesio Interlandi, che sulla base di argomenti pseudoscientifici propugnava la superiorità della razza ariana, denunciando al contempo l’influenza corruttrice degli ebrei in seno al corpo puro del popolo italiano. Ma era proprio l’«impurezza» a rendere possibili le reazioni chimiche cui Levi assisteva in laboratorio: e se la mutevole natura dello zinco dava adito a due conseguenze filosofiche antitetiche, ossia l’elogio della purezza e quello dell’impurezza, il giovane chimico propendeva senz’altro per la seconda:

«Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze […]. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o se esiste è detestabile.»[23]

Il giovane Primo Levi reagì con ripulsa al clima di aperto antisemitismo che si andava allora affermando in seno al regime fascista – si era alla vigilia dell’emanazione delle leggi razziali – e, «confusamente fiero»[24] della propria presunta impurità, fece dell’identità ebraica un motivo d’orgoglio, in aperto contrasto con il discorso sulla purezza del sangue:

«[…] sono io l’impurezza che fa reagire lo zinco, sono io il granello di sale e di senape. L’impurezza, certo: poiché proprio in quei mesi iniziava la pubblicazione di «La Difesa della Razza», e di purezza si faceva un gran parlare, ed io cominciavo ad essere fiero di essere impuro.»[25]

La stessa «irrazionale impuntatura d’orgoglio»[26] avrebbe portato Levi, cinque anni più tardi, a dichiarare le proprie origini ebraiche nell’interrogatorio seguito alla cattura da parte della Milizia fascista nel dicembre del 1943. Una decisione che lo avrebbe portato ad essere internato a Fossoli, segnando così l’inizio dell’esperienza concentrazionaria che, nella storia del rapporto di Primo Levi con le sue origini ebraiche, riveste un ruolo indubbiamente fondamentale.

Già nel breve periodo di detenzione presso Modena Levi si trovò «segregato dal mondo «normale» e immerso di forza in un ambiente esclusivamente ebraico»[27], patendo un’aspra conferma della propria condizione di ebreo, ma fu solo ad Auschwitz che il giovane piemontese ebbe la «brusca e brutale rivelazione su cosa significava essere jude sul serio»[28]. Il periodo trascorso nel campo di concentramento fu inoltre cruciale perché segnò il traumatico incontro di Levi con il mondo nuovo e totalmente estraneo degli ebrei orientali, dopo il primo e fugace contatto avvenuto a Fossoli con l’ebraismo allogeno degli ebrei libici (descritti con poche ma significative frasi nel primo capitolo di Se questo è un uomo)[29]. Degli Ostjuden Primo Levi aveva allora una conoscenza superficiale e indiretta, dovuta in larga parte ai racconti del padre di ritorno anni prima da un viaggio di lavoro in Ungheria:

«Ne era tornato con una sorta di antisemitismo addosso. […] in Ungheria era entrato in contatto con gli scampati dal fronte della prima guerra mondiale, perlopiù ebrei galiziani, polacchi, boemi. Erano proletari, vestiti alla loro maniera tradizionale. A mio padre non piacevano per nulla. Incolti e primitivi, così gli apparivano. Tali apparivano a lui, occidentale e assimilato.»[30]

L’ostilità di Cesare nei confronti degli Ostjuden era un sentimento all’epoca assai diffuso tra gli ebrei occidentali assimilati, tanto diversi da loro per usi e lingua. Le varie ondate migratorie che si erano susseguite dal 1881 – tra le cui molteplici cause occorre ricordare l’ascesa al trono dello zar Alessandro III, che inaugurò una stagione di politica reazionaria ponendo bruscamente fine ai tentativi del padre di integrare la popolazione ebraica risiedente nei territori occidentali dell’impero – avevano portato nelle principali città dell’Europa centro-occidentale migliaia di ebrei provenienti dalla Zona di residenza (una lunga striscia di terra che andava dal mar Baltico al mar Nero e che comprendeva gran parte delle odierne Lituania, Bielorussia, Polonia, Moldavia e Ucraina) e dalla Romania. Costretti dalla miseria e dai pogrom a lasciare i loro shtetl, gli ebrei orientaliavevano portato con sé nei ghetti della Leopoldstadt e della Hitrenstraße non solo la propria povertà, ma anche tradizioni, abiti e una lingua così estranei agli ebrei occidentali da suscitare in questi ultimi sentimenti che, talvolta, sfociavano nell’aperta avversione; è proprio contro tali sentimenti che Joseph Roth si scaglia nelle prime pagine del proprio libro dedicato al mondo degli Ostjuden, Ebrei erranti[31].

Ad Auschwitz per Levi si aprirono le porte di un mondo allogeno e inizialmente ostile; un mondo in cui non parlare yiddish costituiva non solo un insormontabile ostacolo alla comunicazione, ma anche un motivo di disprezzo, perché non conoscere lo yiddish significava non essere ebreo[32]. Dell’ebraismo ashkenazita orientale Levi ricavò nel lager un’idea «distorta […] e soprattutto schematica»[33] che tuttavia, nel corso del lungo e travagliato viaggio di ritorno narrato ne La tregua, avrebbe acquisito dettagli e chiaroscuri, restituendo l’immagine di un mondo ebraico «esploso, ferito a morte, […] alla ricerca di un nuovo equilibrio»[34]. E se l’«avventura concentrazionaria» fu per Levi una dura conferma della propria indifferenza nei confronti della religione[35], d’altra parte segnò anche, attraverso il contatto con la civiltà ostjüdisch, un riavvicinamento con la cultura ebraica in senso più ampio[36].

La prima tappa di tale riavvicinamento coincise con la riscoperta e lo studio delle proprie origini ebraiche piemontesi, culminati nella stesura del primo racconto del Sistema periodico, Argon, in cui Levi ricostruisce pazientemente storie, abitudini e stili di vita dei propri avi – dei quali, con l’esclu-sione dei nonni, possedeva una memoria indiretta, frutto di racconti e piccoli aneddoti tramandati oralmente di generazione in generazione –, concentrandosi in particolar modo sul gergo da loro parlato, ibrido di ebraico e dialetto piemontese, «in sostanza un yiddish minore e mediterraneo, più locale e meno illustre»[37]. Sono pagine da cui traspare il profondo legame dell’ebreo piemontese per la propria terra, scritte con amore e pertanto assai lontane dal «distacco scientifico, quasi zoologi-co»[38] che contraddistingue l’approccio di Levi allo studio della cultura ebraica.

In seguito gli interessi di Levi si estesero anche alla storia delle comunità ebraiche torinese e veneziana[39], all’ebraismo contemporaneo e alla realtà israeliana, e in particolar modo alla cultura yiddish. Nel periodo della deportazione egli aveva infatti scoperto che

«[…] l’yiddish non era solamente un dialetto, una lingua. Era una civiltà, un mondo che noi non sapevamo neppure esistesse, di cui non conoscevamo niente di niente. […] Una civiltà immensa di cui intorno a me intravvedevo i brandelli. Dopo, dopo il mio ritorno, quella civiltà è diventata fonte di curiosità. Leggevo Joseph Roth, Saul Bellow, Bernard Malamud, i fratelli Singer. Iniziò a interessarmi dal punto di vista antropologico.»[40]

La cultura yiddish – di cui lo scrittore piemontese divenne uno dei portavoce in Italia, traducendo le poesie di Itzhak Katzenelson[41] – riveste un ruolo di primo piano nell’opera di Primo Levi scrittore e, come sottolineato da Paola Valabrega, va ad assommarsi al patrimonio culturale ebraico-piemontese ereditato dalla famiglia:

«Nella coscienza dell’autore sono confluiti due flussi fondamentali di ricordo ebraico: il più profondo, derivato dalle tradizioni della propria famiglia; l’altro, alimentato ed arricchito dal primo, assorbito dai segni ebraici continuamente affioranti negli ambienti e nelle persone del suo esilio[42]

La narrativa di Levi è costellata di rimandi a temi e questioni propri della cultura ostjüdisch, in particolar modo quelli dello sradicamento e dell’esilio[43]. Numerosi sono i riferimenti, più o meno evidenti, alla tradizione letteraria ebraica orientale: se ad esempio la Tregua «fonda le sue radici nella struttura dei romanzi ostjüdisch»[44], la descrizione del cavallo vecchio e stanco requisito da Mendel nelle prime pagine di Se non ora, quando? non può non ricordare la figura del cavallo Matusalemme, magistralmente dipinta da Sholem Aleykhem in uno dei suoi racconti più celebri[45]. L’universo yiddish permise inoltre a Levi di entrare in contatto diretto con il pensiero ebraico e la tradizione talmudica, citati profusamente in molte delle sue opere[46]. E se, in ultima analisi, occorre riconoscere che l’universo ebraico orientale costituì soltanto uno dei molteplici interessi coltivati da Primo Levi – e risulta pertanto opinabile definire l’ebreo piemontese come un «figlio adottivo della cultura e del destino askenazita»[47], come fa Sophie Nezri-Dufour –, non si può negare che nei suoi confronti egli provò qualcosa in più del distacco scientifico e quasi zoologico. Per l’universo ostjüdisch Levi dimostrò una vicinanza frutto dei mesi trascorsi in Europa orientale a diretto contatto con quel mondo «ferito a morte», di cui aveva imparato ad apprezzare i molteplici aspetti, dal rigore dei precetti talmudici alla straordinaria vena comica e autoironica; una vicinanza di cui è emblema la poesia Ostjuden, scritta nel febbraio del 1946:

                        «Padri nostri di questa terra,

                        Mercanti di molteplice ingegno,

                        Savi arguti dalla molta prole

                        Che Dio seminò per il mondo

                        Come nei solchi Ulisse folle il sale:

                        Vi ho ritrovati per ogni dove,

                        Molti come la rena del mare,

                        Voi popolo di altera cervice,

                        Tenace povero seme umano[48

Marco Buso


Note e bibliografia

[1]    Cfr. P. Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, p. 291.

[2]    G. Grieco, Io e Dio, in Levi, Conversazioni e interviste, cit., p. 282. Occorre precisare che, lungi dal disinteressarsi tout court alla religione ebraica, Primo Levi coltivò tuttavia per essa un interesse di ordine esclusivamente culturale e intellettuale.

[3]    E. Bruck, Ebreo fino a un certo punto, in Levi, Conversazioni e interviste, cit., p. 270.

[4]    R. Manzini e B. Salvarani, “Essere ebrei senza religione”, Qol, n. 4, 1986. Cit. in Levi, Conversazioni e interviste, cit., p. 292.

[5]    R. Sodi, Un’intervista con Primo Levi, in Levi, Conversazioni e interviste, cit., p. 231.

[6]    S. Jesurum, Essere ebrei in Italia, Longanesi, Milano 1987, p. 95.

[7]    Cfr. G. Poli e G. Calcagno, Echi di una voce perduta. Incontri, interviste e conversazioni con Primo Levi, Mursia, Milano 1992, pp. 281-282.

[8]    Cfr. G. Greer, Colloquio con Primo Levi, in Levi, Conversazioni e interviste, cit., pp. 72-73.

[9]    F. Camon, “Ma allora Dio non c’è?”, Panorama, 25 maggio 1986. Cit. in  Poli e Calcagno, Echi di una voce perduta, cit., p. 282.

[10]  Cfr. Poli e Calcagno, Echi di una voce perduta, cit., p. 281.

[11]  P. Levi, Itinerario d’uno scrittore ebreo, in Id., Opere complete II, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 2016, p. 1573.

[12]  Cfr. ibidem.

[13]  Jesurum, Essere ebrei in Italia, cit., p. 96.

[14]  Ibidem.

[15]  Grieco, Io e Dio, cit., p. 283.

[16]  Jesurum, Essere ebrei in Italia, cit., p. 96.

[17]  Levi, Itinerario d’uno scrittore ebreo, cit., pp. 1573-1574.

[18]  Grieco, Io e Dio, cit., p. 283.

[19]  Cfr.: ivi, p. 284; P. Levi, Il sistema periodico, in Id., Opere complete I, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 2016, p. 884.

[20]  Jesurum, Essere ebrei in Italia, cit., pp. 95-96.

[21]  Cfr. ivi, p. 96.

[22]  Levi, Il sistema periodico, cit., p. 886.

[23]  Ivi, pp. 884-885.

[24]  Levi, Itinerario d’uno scrittore ebreo, cit., p. 1575.

[25]  Levi, Il sistema periodico, cit., p. 886.

[26]  Ivi, p. 958; cfr. Id, Itinerario d’uno scrittore ebreo, cit., p. 1576.

[27]  Levi, Itinerario d’uno scrittore ebreo, cit., p. 1577.

[28]  Jesurum, Essere ebrei in Italia, cit., p. 97.

[29]  Cfr. P. Levi, Se questo è un uomo, in Id., Opere complete I, cit., p. 143.

[30]  Jesurum, Essere ebrei in Italia, cit., p. 96.

[31]  Cfr. J. Roth, Ebrei erranti, Adelphi, Milano 2012, p. 11.

[32]  Cfr.: Jesurum, Essere ebrei in Italia, cit., p. 97; Levi, Se questo è un uomo, cit., p. 173.

[33]  Levi, Itinerario d’uno scrittore ebreo, cit., p. 1580.

[34]  Ibidem.

[35]  Cfr. Grieco, Io e Dio, cit., pp. 285-286. Cfr. anche F. Camon (a cura di), Autoritratto di Primo Levi, Edizioni Nord-Est, Padova 1987, p. 71.

[36]  Cfr. Bruck, Ebreo fino a un certo punto, cit., p. 270.

[37]  Levi, Itinerario d’uno scrittore ebreo, cit., p. 1575. La parlata giudaico-piemontese fu anche l’oggetto di un piccolo dizionario redatto da Levi e inviato nel 1976 ad Armand Lunel; cfr. A. Cavaglion, “Così parlava lo zio Oreste”, La Stampa, 12 giugno 2008, pp. 34-35.

[38]  Greer, Colloquio con Primo Levi, cit., p. 73.

[39]  Cfr. P. Levi, La comunità ebraica di Venezia e il suo antico cimitero, in Id., Opere complete II, cit., pp. 1700-1703.

[40]  Jesurum, Essere ebrei in Italia, cit., p. 98.

[41]  Cfr. S. Nezri-Dufour, Le letture ebraiche di Primo Levi, in R. Speelman, E. Tonello e S. Gaiga (a cura di), Ricercare le radici. Primo Levi lettore – Lettori di Primo Levi. Nuovi studi su Primo Levi, Italianistica Ultraiectina, Ferrara 2013, p. 24.

[42]  P. Valabrega, Primo Levi e la tradizione ebraico-orientale, in “Studi Piemontesi”, Torino, novembre 1982, vol. XI, fasc. II, p. 297.

[43]  Cfr. ivi, pp. 297 ss.

[44]  Ivi, p. 298.

[45]  Cfr. S. Aleykhem, Storie di uomini e animali, Adelphi, Milano 2007, pp. 79 ss.

[46]  Cfr. Nezri-Dufour, Le letture ebraiche di Primo Levi, cit., p. 26.

[47]  Ivi, p. 23.

[48]  P. Levi, Ad ora incerta, in Id., Opere complete II, cit., p. 690.

Sholem Aleykhem, Storie di uomini e animali, Adelphi, Milano 2007.

Ferdinando Camon (a cura di), Autoritratto di Primo Levi, Edizioni Nord-Est, Padova 1987.

Stefano Jesurum, Essere ebrei in Italia, Longanesi, Milano 1987.

Primo Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 1997.

––, Opere complete, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 2016.

Sophie Nezri-Dufour, Le letture ebraiche di Primo Levi, in Raniero Speelman, Elisabetta Tonello e Silvia Gaiga (a cura di), Ricercare le radici. Primo Levi lettore – Lettori di Primo Levi.      Nuovi studi su Primo Levi, Italianistica Ultraiectina, Ferrara 2013, pp. 22-28.

Gabriella Poli e Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta. Incontri, interviste e conversazioni con Primo Levi, Mursia, Milano 1992.

Joseph Roth, Ebrei erranti, Adelphi, Milano 2012.

Paola Valabrega, Primo Levi e la tradizione ebraico-orientale, in “Studi Piemontesi”, Torino, novembre 1982, vol. XI, fasc. II, pp. 296-310.