Leo Longanesi, un intellettuale dimenticato: Intervista al professore Andrea Ungari

by storiapolitica
Leo Longanesi, un intellettuale dimenticato: Intervista al professore Andrea Ungari

Andrea Ungari è professore di Storia contemporanea presso l’Università Guglielmo Marconi e alla LUISS Guido Carli Teoria e Storia dei partiti. Si occupa di storia politica italiana e ha pubblicato numerosi libri tra cui In nome del Re. I monarchici italiani dal 1943 al 1948 (Le Lettere, 2004), I monarchici e la politica estera italiana nel secondo dopoguerra (Rubbettino, 2013), La guerra del re. Monarchia, sistema politico e forze armate nella Grande Guerra (Luni Editrice, 2018) e un libro sul tema di questa intervista Un conservatore scomodo. Leo Longanesi dal fascismo alla Repubblica (Le Lettere, 2007).

La figura di Leo Longanesi è poco conosciuta oggi. Quali furono i punti di riferimento culturali nella formazione di Leo Longanesi?

Dopo il trasferimento da Lugo di Romagna a Bologna nel 1911, la madre, Angela Marangoni, desiderosa di difendere lo status sociale della famiglia, creò nella casa di via Irnerio un piccolo salotto culturale e letterario; tant’è che Longanesi visse sin da piccolo accanto a intellettuali come Alfredo Testoni, Giuseppe Lipparini, il poeta Zangarini, Lorenzo Ruggi, Gherardo Gherardi.

Il meglio della cultura artistica e letteraria di Bologna. Non è un caso che Longanesi mostrò ben presto la sua passione per il giornalismo: nel 1921 uscì per tre numeri il mensile “E’ permesso?” e nel 1923 il quindicinale “Il Toro”. Nel frattempo, Leo compì vari viaggi all’estero, soprattutto a Parigi e a Vienna e a soli diciassette anni entrò in contatto con il gruppo futurista di Anton Giulio Bragaglia. Come si vede, un’educazione contraddistinta da incontri importanti sin dalla giovane età, che non poterono che agevolare la crescita intellettuale del giovane Longanesi.

Durante il fascismo fondò e diresse diverse riviste. Quale fu il rapporto tra Longanesi e il fascismo? Con quali intellettuali del ventennio entrò maggiormente in relazione?

Sebbene fosse stato lui a coniare il motto “Il Duce ha sempre ragione”, il rapporto di Longanesi con il fascismo fu senz’altro complesso. Da giovane fu un entusiastico ammiratore del fascismo bolognese degli anni Venti, quello di Leandro Arpinati per intenderci, e gli anni successivi seguì con favore il profilarsi del regime fascista; tanto che gli venne affidata la direzione de “L’Assalto”, organo del fascismo bolognese. Ma quel suo carattere polemico e amante dell’ironia, a tratti feroce, e quella sua autonomia di pensiero inevitabilmente lo portavano a mal sopportare il conformismo e l’autorità.

Così, nel 1931 fu costretto lasciare la direzione de “L’Assalto” per delle critiche che aveva rivolto a dei fascisti locali. Anche “L’Italiano”, sua altra creazione editoriale vicina al movimento di Strapaese non fu esente da critiche da parte dell’autorità costituita. Questa sua riottosità intellettuale al conformismo del regime pose fine anche alla sua creatura più riuscita, “Omnibus” che dal 1937 al 1939 segnò il panorama giornalistico italiano, introducendo in Italia il rotocalco, vero progenitore dei tanti che si diffusero nel dopoguerra. Ma anche “Omnibus” fu chiuso, per espressa volontà di Mussolini, dopo che Longanesi aveva irriso un federale fascista. In effetti, a partire dagli anni Trenta egli cominciò a maturare una visione critica del fascismo, che gli sembrava aver fallito nel compito che lui gli aveva affidato: quello di rivitalizzare la borghesia italiana e renderla consapevole di se.

La decisione di entrare in guerra, poi, segnò un progressivo distacco dal regime, consapevole Longanesi del baratro che si sarebbe potuto aprire con la guerra. Questa insofferenza verso il regime, non scalfì, però, mai il mito di Mussolini, tanto che si può parlare di Longanesi, come per altri, di un certo “mussolinismo”. Non è un caso che nel dopoguerra, anche per ritagliarsi questa figura di bastion contrario, cercò di attenuare la condanna che del fascismo era data nella grande stampa e nella grande editoria. Durante il fascismo entrò in contatto con molti intellettuali, come quelli radunati intorno al gruppo de “La Ronda”, e figure come Morandi, Cardarelli e Raimondi lo influenzarono molto: da Morandi mutuò quella sua passione per la pittura che lo fece diventare un grafico ante litteram.

In maniera più organica fece parte del movimento di Strapaese, collaborando, quindi, con molti esponenti di quel movimento da Maccari a Malaparte, da Bartolini a Bilenchi. Soprattutto, però, egli stesso fu un punto di riferimento per giovani intellettuali e scrittori che, attraverso le sue riviste, crebbero e si affermarono negli anni successivi.

Quali furono gli aspetti caratterizzanti del mensile «Il libraio»? In che modo si scontrò con la moda giornalistica del suo tempo?

“Il Libraio” nacque come house organ della casa editrice Sebbene l’idea originale fosse del patron della Casa editrice, Giovanni Monti, Longanesi lo trasformò in qualcosa di più di un semplice foglio di informazioni, trasportando la sua esperienza di “Omnibus” in questa nuova creatura. Sia per la veste grafica, sia per i contenuti questo mensile d’informazioni, edito dal 1946 al 1949, fu ben diverso dai precedenti e dai coevi house organ. Innanzitutto, per le firme dei collaboratori che andavano da Moravia a Cecchi, da Bartolini a Comisso, da Maccari a Artieri e, su tutti, Ansaldo.  Se l’obiettivo di vendere libri era quello prioritario, Longanesi arricchì il foglio di articoli letterari e inchieste di costume, pezzi sulla musica statunitense e spigolature sulle mode letterarie italiane. Un bel mix che fece senz’altro de “Il Libraio” una rivista d’informazione fuori del comune assicurandogli un successo considerevole, giungendo a una tiratura di circa 15 mila copie.

La riuscita del mensile fu dovuta anche a un certo carattere “controcorrente” che la rivista assunse e che corrispondeva al “tono” delle pubblicazioni editoriali. Il risentimento nei confronti dei “nuovi padroni”, la posizione anti antifascista, la derisione del nuovo conformismo repubblicano che si erano già manifestati durante il 1944-45, troveranno ne “Il Libraio” una prima manifestazione, anticipando, in tal modo, posizioni e atteggiamenti che si rintracceranno ne “Il Borghese”.

Nel contempo “Il Libraio” consentì a Longanesi di traghettare nel periodo repubblicano quei temi ai quali aveva mostrato di essere legato nell’esperienza de “L’Italiano” e di “Omnibus”: il diffuso gusto conservatore, l’ammirazione idealmente costruita per l’Ottocento, l’elogio della tradizione e dei buoni costumi. Si ben dire, dunque, che “Il Libraio” rappresentò un ponte ideale tra il Longanesi del ventennio e quello del periodo repubblicano, riuscendo a fondere i due aspetti che avevano contraddistinto, da sempre e in maniera spesso contraddittoria, l’esperienza giornalistica e umana di Longanesi, il gusto conservatore per la tradizione e l’essere, al tempo, anticonformista.

La Longanesi &Co. divenne il punto di rifermento degli ambienti colti conservatori. A quale cultura politica faceva riferimento?

I riferimenti culturali della Longanesi & C. furono molteplici, ma tutti contraddistinti dalla volontà dell’editore di condurre una aperta campagna anti antifascista nel secondo dopoguerra. Per Longanesi il conformismo del regime fascista, che gli aveva creato sempre problemi, era passato senza soluzioni di continuità nel ciellenismo del secondo dopoguerra, aggravato, ai suoi occhi, da quel complesso di superiorità morale che lo rendeva per Longanesi insopportabile. Se vediamo molti degli autori dei primi anni, è chiaro che Longanesi avesse sposato una linea revisionista, mettendo in discussione le colpe e le responsabilità della guerra. Così, la pubblicazione de L’altra faccia della luna, Ho scelto la libertà di Victor Kravchenko e di Guida per l’occupazione russa di Alexandra Orme erano un j’accuse per il comunismo internazionale. Il suo In piedi e seduti e i volumi Un francese risponde di Alfred Fabre-Luce, Storia delle responsabilità di Charles Beard e Contro la vendetta di Carlo Silvestri rileggevano le vicende della seconda guerra mondiale in un’ottica ben lontana della vulgata tradizionale e questo già nel 1948-49. Un approccio revisionista che si abbinava a una cultura politica che affondava le sue radici nel liberalismo conservatore.

Quali furono le principali idee sul piano politico di Leo Longanesi? Ebbe un rapporto con il MSI e con il PNM?

Nel rispondere a questa domanda, va subito detto che Longanesi non fu mai un politico e mai avrebbe accettato di essere iscritto a un partito. Sicuramente ebbe dei contatti con esponenti del Msi e, soprattutto, del Pnm, ma non fu mai un intellettuale organico. La sua unica esperienza politica, a metà degli anni Cinquanta, fu quella della progettata Lega dei Fratelli d’Italia, che durò, però, l’espace d’un matin.

Ciò non vuol dire che gli non avesse delle idee politiche, che lo collocavano evidentemente nel campo conservatore. Il suo richiamo alla borghesia Ottocentesca di matrice liberale, come riferimento culturale e ideale, ci chiarisce come le sue simpatie politiche andassero verso un conservatorismo di matrice liberale/monarchico; piuttosto che simpatie per il neofascismo, credo si possa dire che si mantenesse viva in lui una sorta di “mussolinismo” che aveva resistito agli eventi bellici. Certo è che egli divenne l’alfiere di un conservatorismo alto, che cercò di propagandare sia con la sua casa editrice sia con il mensile e poi quindicinale “Il Borghese”; tanto che egli divenne un indubbio opinion maker della cultura italiana degli anni Cinquanta.

A tale sua connotazione conservatrice abbinava, però, un dato caratteriale preciso, quello cioè di essere un anticonformista, una sorta di anarchico di destra. Aspetto, questo, che lo rendeva insofferente alla disciplina, fortemente polemico e litigioso e assolutamente convinto della sua superiorità intellettuale. Caratteri certo non rintracciabili solo in Leo, ma che contribuirono a fare di Longanesi il personaggio che abbiamo conosciuto.

Quali critiche mosse Leo Longanesi alla Borghesia italiana del secondo dopoguerra?

Sappiamo bene che Longanesi immortalò la Borghesia liberale ottocentesca come un ideal tipo al quale rifarsi: un ideal tipo caratterizzato da laboriosità, parsimonia, buon senso, rispetto delle tradizioni e della famiglia.

Questa immagine della Borghesia, molto idealizzata nell’immaginario di Leo, servì a Longanesi come riferimento polemico e moralistico, sia durante il fascismo sia nell’Italia repubblicana, per condurre nei confronti della borghesia italiana una critica serrata. Una borghesia che, a parer suo, aveva perso molto del ruolo e della consapevolezza di se, che aveva sposato gusti e mode volgari, perdendo il suo carattere elitario, e che sembrava essere sempre più sottomessa agli ideali cattolici e socialisti nel secondo dopoguerra. È chiaro che tutto ciò risentiva della sua passione per la critica serrata e per la polemica, ma rispondeva anche a un quadro di riferimento politico-culturale di carattere conservatore. Un conservatorismo si badi che Longanesi amava ostentare e propagandare, ma che non nascondeva la sua cifra reale, quella di essere un intellettuale a tutto tondo e, per ciò, fondamentalmente anarchico.

Quali scrittori e intellettuali collaborarono con la sua casa editrice?

Già negli anni Quaranta Longanesi aveva scoperto Dino Buzzati e Vitaliano Brancati per conto dell’editore Rizzoli, ma fu con la sua casa editrice che egli dimostrò tutte le sue capacità.

In effetti, gran parte del lavoro editoriale era fatto da Longanesi in persona, dalla scelta degli autori alla sovente riscrittura delle loro opere, dalle copertine al carattere tipografico; un lavoro quasi artigianale che arricchiva le edizioni della casa editrice, rendendole uniche nel panorama editoriale italiano. Anche perché Longanesi era un abile talent scout; a lui si devono i libri di Berto, Il Cielo è Rosso, e di Flaiano Tempo di uccidere.

Tra gli autori italiani che compaiono nelle molteplici collane longanesiane dobbiamo annoverare personaggi come Ansaldo, Montanelli, Papini, Monelli, Pellizzi e Cajumi. In questa schiera vanno annoverati anche scrittori che furono da Longanesi scoperti o valorizzati come la Brin, la Nemi, la Canino e Compagnone.

Non meno importanti furono gli autori stranieri che comparvero tra i titoli della collana: da Fabre-Luce a Russell, da Hamsun a De Madariaga, da Huxley a Lytton Strachey. Autori che oggi possono voler dire poco, ma che sono stati nel secondo dopoguerra autori di livello internazionale. Insomma, una schiera di scrittori di tutto rispetto per una casa editrice giovane che molto doveva al suo fondatore.