Le prime costituzioni

Le prime costituzioni

Grazie alla pace stipulata a Brest-Litovsk nella primavera del 1918, la giovane Repubblica sovietica di Lenin, sorta nel pieno del primo conflitto mondiale, ebbe la concreta possibilità di concentrare gran parte dei suoi sforzi nell’edificazione del socialismo.

Uno dei principali problemi da risolvere nell’immediato era quello di creare una cornice amministrativa adeguata al nuovo Stato: l’operazione non fu delle più semplici, e non a caso fu anche all’origine di diversi cambiamenti radicali di rotta nell’azione del regime, soprattutto nei primi anni della sua lunga esistenza. Acuto osservatore dei primi vagiti sovietici fu il giurista e costituzionalista Boris Mirkine-Guetzévicth.

Nato nel 1892 a Kiev e laureatosi in Scienze giuridiche all’università di Pietrogrado, nel 1917 riuscì ad ottenere la licenza per l’insegnamento e fu chiamato, durante il governo Kerenskij, a ricoprire la cattedra di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Diritto di Pietrogrado[1]. La fine del regime zarista aveva esaltato l’animo di molti e in particolare di chi, come Guetzévitch, aveva fatto propria l’ideologia liberale: per qualche tempo egli fu infatti fermamente convinto che il governo provvisorio Kerenskij potesse dare al Paese quella stabilità da lui tanto desiderata.

La vittoria bolscevica nell’ottobre minò ogni sua certezza: i suoi scritti ostili al nuovo regime resero inevitabile la scelta dell’esilio. Da Parigi Guetzévicth analizzò il nuovo Stato sovietico dal punto di vista giuridico-istituzionale dando origine a un’opera “pionieristica e precorritrice”[2], a causa del vuoto che regnava in Occidente circa la conoscenza anche teorica del regime comunista in quel particolare periodo storico.

Nel crogiolo del bolscevismo primitivo si andò affermando il predominio della sfera economica su quella politica: per Lenin lo Stato comunista si sarebbe dovuto distinguere per una considerevole semplificazione delle funzioni governative per creare un’organizzazione puramente economica, retta da “operai, sorveglianti e contabili”[3].

Il grande passo da compiere all’interno del caos e della disorganizzazione più completi causati dalla guerra e dal dominio della borghesia sarebbe stato l’approdo ad un’organizzazione pianificata dell’intera economia. Se nella sua analisi delle lotte sociali in corso Lenin tendeva a esaltare e a incoraggiare le iniziative spontanee delle masse, nei progetti di riassetto generale dell’economia privilegiava piuttosto il momento della centralizzazione e della pianificazione[4].

Chiaramente il culto del centralismo statale non poté andare a braccetto con la cieca fede nella spontaneità proletaria molto a lungo: per rafforzare giuridicamente le conquiste della rivoluzione socialista, il 10 luglio 1918 il congresso dei soviet decise di adottare una nuova carta costituzionale per la R.S.F.S.R. (Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa).

Lenin non esitò a sottolineare che, grazie alla vittoria bolscevica e all’instaurazione della dittatura del proletariato, per la prima volta nella storia era nato un nuovo tipo di democrazia, ovvero la “democrazia proletaria sovietica”[5].

In realtà, come sottolineato dal giurista russo Boris Mirkine-Guétzevith, la regolamentazione minuziosa e rigorosa di tutti gli aspetti della vita e lo statalismo eccessivo del governo sovietico diedero vita a un regime assolutista degno del XVIII secolo: uno Stato che aveva definitivamente rinunciato all’iniziativa privata, la cui difesa era nelle mani di un esercito e di una forza di polizia politica con enormi poteri discrezionali, divenne il fulgido esempio del primato assoluto degli elementi politici su quelli economici[6].

Nel tentativo di dividere le diverse competenze tra i vari organi governativi, la Costituzione sovietica, a causa della sua mancanza di tecnica giuridica, si dimostrò per molti aspetti totalmente confusionaria, incapace di creare una vera e propria divisione dei compiti. Pur attribuendo al Congresso panrusso dei soviet l’autorità suprema attraverso l’articolo 24 e al VCIK – cioè il Comitato esecutivo centrale panrusso – pieni poteri legislativi e di controllo, la carta costituzionale concedeva allo stesso tempo al governo la facoltà di emanare decreti, ordinanze, istruzioni e di “prendere tutti i provvedimenti necessari per il regolare e rapido svolgimento della vita dello Stato”[7].

Al VCIK era data la possibilità di sospendere le decisioni del Consiglio dei Commissari del Popolo tramite l’articolo 40, ma l’articolo 41 lo contraddiceva, affermando che “i provvedimenti che esigono un’esecuzione immediata possono essere applicati direttamente dal Consiglio dei Commissari del Popolo”. Dunque la Costituzione sovietica non stabilì, nei fatti, alcuna distinzione tra le funzioni legislative e le funzioni esecutive, e si accontentò di conferire ad alcuni organi una differente dimensione del potere esecutivo e legislativo.

Le regole formali sancite dalla carta costituzionale vennero oltretutto immediatamente accantonate: già nel primo anno di vita del nuovo Stato sovietico, solo 68 decreti vennero adottati dal VCIK, contro i 480 del Sovnarkom[8].

L’organismo politico nato dal bolscevismo, sviluppandosi esageratamente, inglobò lo stesso organismo economico, creando una profonda divergenza tra la teoria e la pratica. Fu Trockij ad indicare la strada che il nuovo stato sovietico avrebbe dovuto intraprendere, affermando come il controllo fosse “possibile solo a livello statale…(Stato) in cui il proletariato abbia un ruolo direttivo”[9]. Nella realtà il ruolo del proletariato venne interpretato dal Partito Comunista, il quale era, per definizione, il popolo, e poteva agire in suo nome indipendentemente da quali fossero gli umori e le idee della popolazione vera e propria.

Nella seconda metà dell’aprile 1923 si tenne il XII Congresso del Partito comunista russo: il tema più discusso fu senza dubbio la questione nazionale e predominanti, nell’occasione, furono la figura e le idee di Stalin[10]. L’assenza forzata di Lenin, ormai messo fuori gioco dalla malattia, permise infatti a Stalin di avanzare le sue concezioni di “autonomizzazione” con notevole facilità: il suo desiderio era mettere definitivamente fine ai nuclei indipendentisti all’interno delle diverse repubbliche socialiste.

Tale dinamica venne spacciata come necessità per stimolare una crescita economica e culturale delle nazioni più arretrate attraverso gli aiuti provenienti dal centro: l’ambiguità nelle posizioni di Stalin, vale a dire questo strano miscuglio di maggiori autonomie e centralismo, gli permise di ottenere l’appoggio sia di una parte dei centralisti e nazionalisti russi, a cui il successore di Lenin appariva come rappresentante di interessi nazionali superiori, sia di molti esponenti delle nazionalità non russe, delle quali appariva il massimo rappresentante[11].

La Costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (U.R.S.S.), approvata nella seconda sessione del VCIK il 6 luglio 1923 e ratificata dal II Congresso dei soviet dell’Unione il 31 gennaio 1924, definì i diversi organi di potere all’interno della federazione. Nonostante le pressioni esercitate da alcuni rappresentati delle nazionalità non russe, come gli ucraini e i georgiani, a sostegno di una più ampia sovranità per le singole repubbliche, la Costituzione riservò al centro molti più poteri di quanto Lenin avesse immaginato. Il Partito, inoltre, rimase una struttura unitaria e non federale, e in esso si concentrò, malgrado la carta costituzionale, il potere di ultima istanza.

Il potere supremo fu affidato, sulla carta, al Congresso dei Soviet dell’U.R.S.S., organo di rappresentanza di classe. Durante i periodi di intermezzo tra le sessioni del Congresso, il potere supremo passava al Comitato Esecutivo Centrale, il cui aspetto esteriore era quello di un Parlamento composto da due Camere: il Soviet dell’Unione, organo di rappresentanza di classe, e il Soviet delle Nazioni, al quale partecipavano cinque delegati di ogni repubblica. Tra le sessioni del Comitato Esecutivo Centrale, il potere supremo apparteneva al Presidium del Comitato Esecutivo Centrale: il Comitato si occupava anche di creare il Consiglio dei Commissari del Popolo (art. 37).

Il Congresso dei Soviet era incaricato della funzione costituente (revisione della Costituzione), della funzione d’informazione (“informa le masse operaie della situazione internazionale e politica dell’U.R.S.S.”) e della funzione di fare dichiarazioni sulla politica generale. Il Comitato Esecutivo Centrale invece legiferava, pubblicava decreti e ordinanze che determinavano “le norme generali della vita politica ed economica dell’U.R.S.S.” (art. 18), pubblicava anche “codici e decreti” (art. 17). Il Presidium del Comitato Centrale Esecutivo legiferava ugualmente (art. 29). Il Consiglio dei Commissari del Popolo pubblicava, anche lui, “dei decreti e delle ordinanze obbligatorie su tutto il territorio dell’U.R.S.S.” (art. 38).

In ogni repubblica dell’U.R.S.S. l’organizzazione del potere era quasi sempre la stessa, ovvero ogni Repubblica federale aveva il suo Congresso dei Soviet, il suo Comitato Centrale Esecutivo e il suo Consiglio dei Commissari del Popolo.

Guetzévitch non esitò nel far notare il carattere estremamente caotico del processo legislativo messo a punto dai bolscevichi: risultava per lui impossibile stabilire un ordine gerarchico netto ed esatto all’interno di una tale moltitudine di organi legislativi. Nel diritto sovietico si potevano contare fino a undici forme differenti di attività legislativa gestita da undici organi differenti dello Stato[12].

Nonostante esso possedesse un diritto scritto, le norme del diritto sovietico non ebbero mai il carattere di leggi: oltre alla totale assenza di separazione dei poteri vigente nel regime, questo diritto era estraneo alla nozione di diritto oggettivo, alla nozione di una regola generale alla quale le autorità pubbliche sono tenute a conformarsi nelle loro decisioni particolari. Il diritto sovietico, così come venne conformato nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione d’ottobre, ebbe il compito di portare a termine l’obiettivo auspicato dal Partito fin dal principio: il consolidamento del potere ottenuto con la rivoluzione.

Jacopo Bernardini


Note e Bibliografia

[1]  G. LANGLORD In memoriam Boris Mirkine-Guetzévitch (1892-1955), in Hommage à Boris Mirkine-Guetzevitch 1892-1955, New York, École libre des Hautes Études, p. 78 

[2] G. LANGLORD, In memoriam, cit., p. 79.

[3] E. CINNELLA, 1917 La Russia verso l’abisso, Pisa-Cagliari, Della Porta Editori, 2012, p. 189

[4] A. GRAZIOSI, L’ URSS di Lenin e Stalin: storia dell’Unione Sovietica 1914-1945. Bologna Il mulino, 2010

[5] V.I. LENIN, Opere. XXVIII: luglio 1918 – marzo 1919, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 227

[6] B. MIRKINE-GUETZÉVITCH, La théorie générale de l’Etat soviétique, p. 511 

[7] Articolo 38

[8] B. MIRKINE-GUETZÉVITCH, La théorie générale, cit., p. 513 

[9]   E. CINNELLA, 1917 La Russia verso l’abisso, cit. p. 192

[10] O.V. CHLEVNJUK, Stalin : biografia di un dittatore. Milano, Mondolibri, 2016

[11] G. BOFFA, Storia dell’Unione Sovietica, vol. I (1917-1927), Milano, Mondadori, 1990, p. 221

[12] B. MIRKINE-GUETZÉVITCH, Les Constitutions de l’Europe nouvelle, Paris, Delagrave, 1928, p.50