Le Olimpiadi di Roma e il Pci: intervista ad Adelmo Imperi

by storiapolitica
Le Olimpiadi di Roma e il Pci: intervista ad Adelmo Imperi

Adelmo Imperi Sociologo laureato presso La Sapienza di Roma, specializzato in strutturazione e comunicazione politica. Ha intrapreso le sue ricerche su questo settore ponendo l’attenzione sulla storia contemporanea e la pratica sportiva cercando di analizzarne la compenetrazione. Ha scritto per la rivista online “Instoria” l’articolo “Franco Scarioni giornalista e martire”, per Aracne Editrice ha invece redatto un saggio intitolato “L’Affare Olimpiadi”, ed è impegnato in altre ricerche sociologiche anche di altri ambiti disciplinari tra cui Lavoro e Società di massa.

  • Nel suo libro ripercorre come l’idea di fare delle Olimpiadi a Roma sia presente fin dai primi anni del 1900?

Sarebbe fin troppo riduttivo affrontare la questione di Roma olimpica parlando semplicemente del 1960. Devi sapere infatti che il sogno olimpico italiano e romano parte da molto più lontano. Le prime ambizioni olimpiche italiane noi le troviamo già a inizio ‘900, in particolare già durante le primissime edizioni delle Olimpiadi moderne e sostanzialmente i motivi erano due e tra essi compenetrati: da un lato abbiamo l’ideatore della manifestazione, Decoubertin, che dopo il successo di Atene del 1896, vide, con Parigi e Saint Louise, ridimensionare quel progetto e necessitava quindi di rilanciarlo con una città carica di simbologia, fascino e significato, come poteva essere Roma; dall’altro c’è l’Italia che, con Fortunato Ballerini, iniziò a immaginare una Roma grandiosa in quella fase di costruzione della nuova e unificata Italia ma l’impreparazione italiana e le poche e rudimentali infrastrutture sportive presenti a Roma fecero naufragare il progetto.

Tuttavia, anche se questo non decollò, il sogno olimpico italiano non si spense, a ridargli nuovo vigore in particolare, dopo la Grande Guerra, ci pensò Mussolini che nel suo immaginario e nel suo progetto totalitario era ben conscio del valore propagandistico che lo Sport poteva avere. Puoi immaginare quindi quanto sarebbe stato importante per lui poter ospitare un’Olimpiade a Roma durante la sua dittatura, avrebbe significato, se ben organizzata, una grandiosa e maestosa glorificazione del regime. Fu così che la città lui iniziò ad organizzarla per bene, fondò il CONI, progettò l’Eur e altri impianti, proprio per riuscire a rispettare tutti i criteri per la riuscita delle Olimpiadi.

Il suo piano stava anche riuscendo se non fosse stato, inizialmente per la sua estrema bellicosità quando iniziò la campagna coloniale che portò il CIO a sfiduciare l’Italia a ridosso degli anni Quaranta, e poi, in secondo luogo, per il blocco totale delle competizioni sportive a seguito del secondo conflitto mondiale. Dopo la guerra dunque, Roma aveva una base da cui ripartire per riprendere a inseguire questo sogno, certo ci fu prima un lavoro di abbattimento dei criteri dittatoriali che erano ormai ben radicati all’interno delle istituzioni sportive. Ma a seguito di questo lavoro e la realizzazione di impianti idonei in una fase di rilancio economico e sociale, Roma 60 fu un sogno che era quasi doveroso che finalmente si concretizzasse.

  • In che contesto politico avvennero le Olimpiadi di Roma del 1960? Quali furono gli esponenti della Dc che ebbero un ruolo nella candidatura di Roma come città olimpica?

Il contesto politico in cui l’Italia versava era di un precario equilibrio e tensione interna che stava in via di esplosione. Devi sapere infatti che in Italia, nonostante fosse stato bandito e demonizzato, il fascismo era ancora vivo e presente anche in parlamento. Inoltre c’era un continuo scontro tra DC, allora partito locomotiva del governo e il PCI che invece guidava l’opposizione e pochi mesi prima delle Olimpiadi in Italia scoppiarono rivolte nelle piazze a seguito della costituzione del governo Tambroni che era a locomotiva democristiana e sostenuto dai neofascisti. Puoi immaginare dunque con quale veemenza le rivolte si consumarono nelle piazze e innescate dai comunisti che ovviamente rigettavano fortemente questo governo. Alla fine Tambroni cadde e la calma tornò, anche se politicamente il conflitto continuava ad essere aspro e senza esclusioni di colpi. Non ci dimentichiamo infatti che quello era anche il contesto della Guerra Fredda e quindi lo scontro tra chi rappresentava il Capitalismo, diciamo così, come la DC con il PCI che invece incarnava appieno il sovietismo, non poteva che essere esteso e sicuramente acuto anche per quanto riguarda la politica sportiva e olimpica che era un tema estremamente internazionale e che quindi appieno metteva in luce quello che era il modello politico scelto sia in termini di gestione sportiva che in quelli organizzativi statali e cittadini.

Comunque alla fine Andreotti, che era il massimo esponente democristiano, spinse moltissimo affinché l’Olimpiade si svolgesse a Roma secondo i loro criteri. Tutta la corrente andreottiana possiamo dire che spinse notevolmente verso questa direzione. In particolare c’erano i sindaci di Roma molto vicini a Andreotti che erano Rebecchini e Tupini, i quali erano dei veri e propri uomini di Andreotti che venivano spostati in posizioni strategiche al fine di gestire economicamente e amministrativamente situazioni dove c’erano interessi chiave. Va detto però che la zona olimpica alla fine non fu un disastro, quindi nonostante le molte zone d’ombra, qualcosa di buono fu realizzato.

  • Come il Pci cercò di condizionare le scelte del CONI? Quali erano gli obbiettivi del PCI nell’incentivare lo sport popolare?

Il PCI aveva uno scopo ben preciso: lo sport per tutti, che detto così sembra uno slogan più che un’iniziativa politica, ma in realtà c’è moltissimo. Come detto il PCI incarnava il sovietismo di un popolo e della classe dominante. Se noi lo leggiamo in chiave sportiva questo significava appunto sport per tutti, ovvero popolare. L’idea era quella di creare un sistema sportivo, e in questo senso il PCI pressò molto il CONI, che fosse fortemente orientato a questa idea.

Quindi abolizione dello sport professionistico, impianti sportivi aperti a tutti e costruiti in ogni area d’Italia dalla più ricca alla più povera e incentivazione all’associazionismo sportivo di carattere popolare. Solo così per loro si sarebbe potuto raggiungere un livello di preparazione massimo per gli sportivi perché tutti si sarebbero potuti cimentare nella disciplina sportiva e quindi anche i più poveri potevano mettersi in gioco ed emergere come possibili campioni. Cosa che invece con questo sistema non sarebbe stato possibile.

Da un certo punto di vista questa proposta sembra sicuramente bella e nobile, va detto però che il PCI dietro questo progetto aveva uno scopo politico ben preciso. In sintonia con il Cominform, la strategia era quella di andare a indottrinare dal basso tutte le peculiarità culturali della società, quindi sport compreso, in modo tale da riuscire a plasmare la società e la popolazione con la propria ideologia e avviare così un rovesciamento del potere istituzionale partendo dalla volontà popolare. Quindi una presa del potere non tramite elezioni e conquista delle istituzioni, ma conquista delle istituzioni tramite l’ideologia intrisa nella società. È una sfumatura ma dietro c’è una impostazione della politica ben preciso. Fatto sta che dal punto di vista sportivo l’idea era quindi quello di ampliare il bacino d’utenza degli sportivi e annetterli in associazioni sportive di matrice comunista proprio per il motivo che ti dicevo prima.

  • All’interno della DC vi fu uno scontro anche in questo ambito tra Andreotti e Fanfani? Se sì, quali furono le motivazioni? Quale fu la posizione del PCI sull’affare Fanfani- Valente?

In quegli anni spiccava l’immagine di Amintore Fanfani che fin da subito si trovò in contrasto con le idee andreottiane in tutti i settori decisionali della politica, compresa quella sportiva. In merito alla strategia della gestione sportiva nazionale i due entrarono in conflitto in quanto, pur avendo  entrambi lo scopo di controllare e indirizzare le politiche sportive, il modo in cui volevano perseguire tale obiettivo aveva logiche differenti: da una parte, come visto in precedenza, Andreotti voleva controllare il CONI dall’esterno tramite gli accordi con Onesti; dall’altro Fanfani stava invece tentando di riprendere il controllo totale dello sport per far organizzare direttamente al governo le Olimpiadi romane. Per raggiungere tale scopo, durante il suo primo governo, tentò di istituire il Ministero per il Turismo, lo Sport e lo Spettacolo e un ente chiamato “Ufficio problemi dello sport”.

Onesti, temendo di perdere l’autonomia sulle decisioni della politica sportiva, era contrario al disegno di Fanfani e chiese così l’intervento di Andreotti per cercare di bloccare il progetto ideato dall’allora presidente del Consiglio. Dopo un braccio di ferro i due Giulio riuscirono a far togliere la parola “Sport” dal nuovo ministero, evitando così che il Governo entrasse in maniera diretta nella questione sportiva e olimpica.  Scampato il pericolo, l’avvocato si concentrò nell’organizzazione dell’Olimpiade: sotto sua sollecitudine, per cercare di evitare ulteriori diatribe legate agli aspetti   organizzativi e finanziari, fu istituito il Comitato interministeriale per le Olimpiadi.

Tale organismo avrebbe dovuto coordinare tutti gli interventi delle amministrazioni dello Stato, essendo al suo interno rappresentati coloro che, in misura più o meno cospicua erano coinvolti nell’organizzazione delle Olimpiadi. Il 23 settembre 1957 scrisse poi a nome del CONI una lettera alla presidenza del Consiglio in cui si prospettava l’esigenza dell’ente di aumentare i suoi proventi in modo da sopperire alle necessità dell’organizzazione olimpica. In quella lettera il presidente chiese di recuperare temporaneamente il 25 per cento dei proventi del Totocalcio che venivano versati allo stato sotto forma di tasse.

Tale misura fu ritenuta indispensabile da Onesti in quanto Fanfani in quello stesso periodo decise di commissionare la creazione di un nuovo concorso a pronostici all’ Ente Nazionale assistenza Lavoratori (ENAL) amministrata dal presidente della federazione Atletica Pesante Giovanni Valente, che fosse sotto il totale controllo dello Stato: l’Enalotto. 

Il CONI temeva che l’introduzione di questo nuovo concorso avrebbe causato il progressivo calo della rendita del Totocalcio, ridotto l’autonomia economica dell’ente e quindi messa a rischio l’organizzazione dell’Olimpiade. Nonostante ciò Andreotti riuscì a garantire ancora l’autonomia del CONI, tuttavia non si espresse mai in maniera negativa contro l’Affare Fanfani – Valente. Chi invece mostrò tutta la sua perplessità fu il PCI. Oltre al discorso relativo alle difficoltà economiche in cui si sarebbe trovato il CONI con quella perdita di proventi, i comunisti stavano mettendo in luce una subdola strategia del governo Fanfani per poter guadagnare e indirizzare il più possibile lo sport italiano a loro favore.

L’obiettivo di questa strategia era chiaro: il costo delle alte tasse che il CONI stava già affrontando e che sarebbe aumentato nel tempo, sommato alla diminuzione degli introiti causata dall’enalotto, avrebbe indotto l’ente di Onesti a dover cedere buona parte dell’organizzazione delle Olimpiadi a Fanfani. Il Governo si sarebbe così trovato nella condizione di essere foraggiato dallo sport tramite le tasse sul Totocalcio, e di poter controllare l’organizzazione olimpica sia in termini di propaganda, sia in termini economici.

  • L’organo ufficiale del PCI come raccontò le Olimpiadi?  Come raccontò le vittorie degli atleti dell’URSS?

L’Unità che allora era il maggior organo di stampa del PCI, per tutto il periodo precedente alle Olimpiadi tentò di raccontare l’organizzazione delle Olimpiadi con una accezione negativa a causa dei malaffari democristiani. Quando invece l’Olimpiade iniziò, da un certo punto di vista, i difetti di organizzazione furono messi da parte, questo perché in quel frangente l’argomento di maggior interesse sarebbero state le competizioni sportive. In quel contesto il giornale tentò di creare una vera e propria dicotomia tra gli atleti sovietici e quelli americani/capitalisti.

L’idea era quella di creare una sorta di derby tra i due sistemi ovviamente in ottica sportiva. Ogni vittoria sovietica sarebbe dunque stata raccontata come il trionfo del modello sportivo comunista. Non solo, c’era anche un discorso di disciplina e di atteggiamenti che sarebbero stati messi in evidenza. E questo ben si lega sulla seconda parte della domanda che mi poni, devi sapere infatti che L’Unità ogni volta che raccontò le vittorie sovietiche, oltre a glorificarne il modello strutturale, la sua attenzione si basò sul rappresentare le figure dei vincitori non attraverso la glorificazione di questi e il divismo, al contrario, posero l’attenzione sulla loro “normalità”.

Il messaggio che volevano far filtrare era quello degli sportivi sovietici come persone semplici, appunto, del popolo. Quindi, in buona sostanza le vittorie epiche di uomini normali del popolo. Ergo, il messaggio che volevano far passare in parole povere era: italiani, allenatevi e comportatevi come gli sportivi sovietici, perché come vedete sono forti, bravi e semplici proprio come noi popolari, seguiteli, seguiamoli, perché sono il vero modello virtuoso da cui prendere esempio.