La Politica Mediterranea dell’UE. Una prospettiva neo-gramsciana

La Politica Mediterranea dell’UE. Una prospettiva neo-gramsciana

Questa è la seconda parte dell’articolo di Massimo Ronco pubblicato il 18 ottobre 2020 La politica mediterranea dell’UE riletta alla luce del pensiero neo-gramsciano.


Conferenza di Bretton Woods (1944)

3. L’UE e l’egemonia neoliberale

La “conditio sine qua non” della stabilità di qualsivoglia ordine egemonico risiede nella formazione di un blocco storico (Cox 1983). Questo concetto rimanda all’alleanza che la classe dominante stringe con le classi subordinate al fine di conservare l’ordine sociale vigente, presentando concetti particolari come socialmente condivisi. Nonostante i blocchi storici abbiamo le proprie fondamenta a livello nazionale, tali formazioni sono talmente interconnesse da poter dar vita a un’alleanza relativamente solida tra classi dirigenti di diversi paesi, che sostengono l’ordine internazionale (Bohle, 2006). Secondo questa interpretazione, l’FMI e BM possono essere considerate come istituzioni internazionali, controllate e dirette dalle classi dominanti, il cui scopo è quello di imporre il modo di produzione capitalista attualmente incarnato dal neoliberismo. A questo punto, è necessario definire cosa si intenda per neoliberismo economico:

(…) una teoria economica e una convinzione ideologica che sostiene la massimizzazione della libertà economica per gli individui e, di contro, una contrazione dell’intervento statale al minimo indispensabile. Perciò, caldeggia l’eliminazione delle restrizioni governative sui movimenti transnazionali di beni, capitali e persone

(Wikan 2005)

Quindi, il neoliberismo sarebbe da intendersi, in quanto convinzione ideologica, innanzitutto ed essenzialmente, come narrazione e non semplicemente come mero progetto economico, dal momento che sottende un universo di significati filosofici e antropologici riguardanti la natura umana e il ruolo dello stato in una data società. In quanto ideologico, il modello neoliberale ha quindi la capacità di naturalizzare determinate categorie e valori, generando il consenso tra le classi. In tal guisa, quello neoliberale si impone come unico modello universalmente valido e, in quanto tale, incontestabile (Gill 2002).

Sebbene il neoliberismo sia divenuto l’ideologia attualmente dominante, la sua promozione è spesso stata associata in maniera esclusiva agli Stati Uniti e alle organizzazioni internazionali create con gli accordi di Bretton Woods (Mueller 2012), la cui l’espressione più compiuta viene giustamente associata al Washington Consensus.

Tuttavia, vale la pena di notare che tale evoluzione di politica economica ha influenzato anche le istituzioni europee, specialmente per mezzo dell’azione della classe dirigente, rappresentata dalla “The European Round Table of Industrialists”, la Tavola Europea degli Industriali (Van Apeldoorn 2000), conducendo a un aumento di competitività e allo smantellamento del sistema di welfare Keynesiano (Bohle 2005). D’altro canto, è altrettanto vero che la ricetta neoliberale europea non è identica a quella americana, differenziandosene per almeno due aspetti principali.

In primo luogo, l’UE promuove una ristrutturazione neoliberale basata sul concetto di gradualismo, creando “le condizioni per una graduale armonizzazione di leggi e regolamenti nella maggior parte dei settori economici” (Roccu 2018; 1073), mentre la strategia economica americana è basata sulla cosiddetta terapia shock (shock-therapy).

In secondo luogo, l’UE preferisce la ri-regolamentazione alla deregolamentazione, in quanto assume che sia necessaria un’autorità centrale che mantenga la competitività in un ambiente precario e multiforme come quello del mercato. Tuttavia, tali differenze non dovrebbero essere sovrastimate, dal momento che entrambi i progetti:

(…) Condividono lo stesso obiettivo fondamentale: l’organizzazione economica fondata su mercati competitivi. Da un punto di vista storico, le due tradizioni erano parte di un comune progetto politico ed economico, evidenziato specialmente dai viaggi di Hayek tra Europa e Stati Uniti .

(Roccu 2012, 1074)
 Friedrich Von Hayek
Friedrich Von Hayek

4. Dalla Dichiarazione di Barcellona alla Politica di Vicinato Europea: La Rivoluzione Passiva nei Paesi dell’Europa Meridionale.

I paesi della costa meridionale del Mediterraneo cominciarono a rappresentare per l’UE un’area di interesse strategico negli anni ’90, specie dal 1995, quando i paesi di entrambe le sponde firmarono la Dichiarazione di Barcellona. Tale Dichiarazione affermava la necessità di promuovere maggiore integrazione tra paesi afferenti all’area mediterranea, estendendo lo stile di vita europeo ai vicini meridionali. La Partnership Euro-Mediterranea (EMP), nata dalla Dichiarazione di Barcellona, prevedeva infatti un incremento delle relazioni politiche tra i paesi del Mediterraneo e l’implementazione di progetti regionali, da cui avrebbe tratto giovamento la popolazione locale (Stivachtis 2018). Nell’insieme, la Dichiarazione di Barcellona costituì un progetto ambizioso, che mirava a promuovere la liberalizzazione delle economie meridionali e, al medesimo tempo, esportare la democrazia, il rispetto dei diritti umani e lo stato di diritto (Corm 2010). Nonostante le riforme politiche fossero parte integrante del progetto Euro-Mediterraneo, lo scarso impegno dimostrato dai paesi europei indica che l’obiettivo principale delle relazioni dell’UE con i paesi della costa Sud del Mediterraneo fosse la conversione di quest’ultimi al sistema di libero mercato, in cambio di aiuti e assistenza.

Nel 2004, l’UE lanciò la Politica Europea di Vicinato (ENP), un programma bilaterale basato sugli Action Plans, negoziati dall’Unione Europea e ogni singolo paese Arabo aderente all’iniziativa mediterranea. Come nel caso della Partnership Euro-Mediterranea, l’ENP era caratterizzata in senso fortemente normativo, sottolineando l’importanza di valori politici ed economici quali il libero mercato, la liberalizzazione economica, la democrazia e i diritti umani (Fassi 2013). Al fine di beneficiare di sovvenzioni e assistenza speciale, i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo avrebbero dovuto adattarsi a valori promossi dall’UE (Corms 2010).

Questo meccanismo di condizionalità riflette, da un punto di vista Gramsciano, l’essenza dell’egemonia, che tende sempre a distinguere ciò che è normale da ciò che è non lo è (Pace 2007). Sotto questo aspetto, la condizionalità esprime una situazione di diseguaglianza strutturale, espressa dall’obbligo della sponda Sud di adattarsi a delle norme eterogene e dall’esempio formativo costituito dai paesi della sponda nord.

In tale contesto, il concetto Gramsciano di rivoluzione passiva può essere applicato allo scopo di spiegare la trasformazione della politica economica Araba e la loro transizione dal protezionismo al neoliberismo. La rivoluzione passiva è un termine che identifica il passaggio di interessi di classe sotto forma di idee e norme dal centro alla periferia (Bohle 2006). Secondo Cox, la rivoluzione passive avviene dove:

La volontà di cambiamento non sorge da un imponente sviluppo economico locale (…) ma, è invece il riflesso dei cambiamenti internazionali, che trasmettono le correnti ideologiche da loro partorite alla periferia .

(Cox, 1983)

L’adozione delle riforme neoliberali da parte dei paesi della costa Sud del Mediterraneo può essere descritta come esempio di rivoluzione passiva essenzialmente per due ordini di motivi.

In primo luogo, il cambiamento delle economie di parte del mondo arabo ebbe luogo sotto l’influenza di idee straniere provenienti dai paesi che costituiscono il centro dell’economia mondiale, e che direttamente o indirettamente sono nate dal Washington Consensus.

In secondo luogo, il concetto di rivoluzione passiva sottolinea il ruolo centrale della classe dominante nel processo riformatore della società. Infatti, nella misura in cui la rivoluzione non è spontanea e basata su bisogni locali, si può parlare di una rivoluzione compiuta da un piccolo numero di persone, che costituisce l’élite locale (Bohle 2006).

5. L’Unione per il Mediterraneo: Depoliticizzazione della Politica Mediterranea?

Nel 2008, sotto l’influenza dell’allora Presidente Francese Emmanuel Macron, l’UE lanciò l’Unione per il Mediterraneo (UpM), con l’obiettivo di continuare il processo di integrazione del Mediterraneo, già avviato con la Dichiarazione di Barcellona. Tuttavia, tale partnership differiva dalle precedenti per l’assenza di ogni impegno formale ad affrontare questioni politiche, quali il conflitto Israelo-Palestinese, la violazione dei diritti umani da parte dei regimi autoritari, la democrazia e lo stato di diritto. Secondo l’opinione di alcuni studiosi (Bicchi 2011; Stivachtis 2018), l’UPM sarebbe da considerarsi uno spartiacque nei rapporti euro-africani, tale da sancire da un lato un allontanamento significativo dall’agenda normativa della Partnership Euro-Mediterranea e dalla Politica Europea di Vicinato e dall’altro un avvicinamento al pragmatismo. Tuttavia, si potrebbe argomentare che la discontinuità fosse presente solo a livello formale, mentre in sostanza nessun cambiamento significativo ebbe luogo.

Tutte le partnerships siglate nell’ambito della politica mediterranea sono state in qualche modo modellate dal pragmatismo e dalla liberalizzazione economica (Seeberg 2010). Infatti, sebbene gli accordi di associazione conclusi con i paesi del Mediterraneo Meridionale includessero clausole democratiche, il mancato rispetto di queste non fu mai causa di sospensione di tali accordi. La liberalizzazione economica era dunque destinata a rimanere il minimo comun denominatore della Politica Mediterranea Europea.

Il fatto che la nuova partnership, l’UpM, continuasse a poggiare sulle stesse fondamenta della PEV e della Partnership Euro-Mediterranea è reso manifesto dall’eccessiva fiducia riposta nelle ricette del neoliberismo, nelle promesse della liberalizzazione e delle privatizzazioni (Schumacher 2011).

In questo caso, il neo funzionalismo si rivela utile a spiegare l’assenza di un’azione politica europea mirante a promuovere riforme politiche nella regione del Mediterraneo Orientale. Vale la pena notare che lo stesso processo di integrazione Europea è stato modellato dal pensiero neo funzionalista, secondo il quale una cooperazione duratura in ambito economico contribuisce di per sé e in maniera spontanea a estendere la cooperazione ad altri settori (Seeberg 2010). Tale approccio contiene in nuce una componente marxista, la quale facilita una lettura della politica mediterranea da tale punto di vista, in quanto esso assume che il cambiamento politico possa avere luogo solo una volta che le condizioni oggettive della struttura economica si siano realizzate (Lia 1999). Da qui la ragione per cui le riforme politiche potranno avvenire solo successivamente a un cambiamento nella struttura economica. Ciò non significa che le component politiche non siano elementi rilevanti da una prospettiva neo funzionalista, dal momento che ogni ordine egemonico si regge su un progetto che è al contempo economico, sociale e politico. È dunque necessario considerare le ragioni che risiedono all’origine dell’approccio economicista dell’UE. In primo luogo, gran parte dei paesi della costa Africana erano al tempo governati da regimi autoritari o autocratici, che non potevano che interpretare il processo di democratizzazione quale minaccia alla loro esistenza. Ergo, la solidità dell’autoritarismo regionale limitò sin dal principio le possibilità europee di vedere cambiamenti significativi in campo politico.

In secondo luogo, il fatto che il funzionalismo fosse stato al centro del processo di integrazione Europea influenzò l’approccio dell’UE nelle sue relazioni esterne. Secondo Patrick Holden:

La tendenza statalista e centralista dell’UE ha avuto riflessi anche nella sua azione esterna, basata sull’attrazione gravitazionale del suo mercato interno. I suoi tentativi di legalizzare e rafforzare l’interdipendenza economica tra essa e i suoi vicini e poi di creare istituzioni comuni; o di consigliare la formazione di istituzioni regionali separate

(Holden 2011)

In ultimo, la preoccupazione dei paesi Europei di un aumento di consensi da parte dell’opposizione islamica generò la sensazione che le riforme politiche potessero rivelarsi contro produttive, favorendo cosi un processo di destabilizzazione su scala regionale. A tal proposito, l’atteggiamento Europe nei riguardi della regione comincio ad assomigliare all’approccio Americano, sia per il predominio di temi economici su quelli politici sia per le preoccupazioni in materia di sicurezza (Lia 1999)  Invece, nel caso dell’allargamento dell’UE verso Oriente, la liberalizzazione economica e politica procedette di pari passo, simultaneamente, in quanto la caduta dell’URSS aveva lasciato un vuoto ideologico che l’UE riuscì a colmare attraverso l’attrazione esercitata dal modello di democrazia liberale.

Bibliografia

Bicchi, F. (2011). The Union for the Mediterranean, or the Changing Context of Euro-Mediterranean Relations, Mediterranean Politics, 16(1), pp. 3-19.

Bohle, D. (2006).  Neoliberal hegemony, transnational capital and the terms of the EU’s eastward expansion, European Journal of International Studies, 30(1), pp. 57-86.

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Fassi, E. (2013). L’Unione Europea di fronte alle Primavere arabe, in Locatelli, A & Parsi, V. M. (eds.) L’onda lunga delle Primavere arabe, Vita e Pensiero: Milano.

Gill, S. (2002). Power and Resistance in the New World Order. Palgrave: Macmillan.

Holden, P. (2011). A New Beginning? Does the Union for the Mediterranean Herald a New Functionalist Approach to Co-operation in the Region? Mediterranean Politics, 16(1), pp. 155-169.

Lia, B. (1999). Security challenges in Europe’s Mediterranean periphery ‐ perspectives and policy dilemmas, European Security, 8(4), 27-56.

Mueller, J. L. (2011). The IMF, Neoliberalism and Hegemony, Global Society, 25(3), pp. 377-402.

Pace, M. (2007). Norm shifting from EMP to ENP: the EU as a norm entrepreneur in the south? Cambridge Review of International Affairs, 20(4), pp. 659-675.

Roccu, R. (2018). Ordoliberalizing the Neighbourhood? The EU’s Promotion of Regulatory Reforms in Egypt, Journal of Common Market Studies, 56(5), pp. 1070-1086.

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Stivachtis, Y. (eds.) (2018). Conflict and Diplomacy in the Middle East: External Actors and Regional Rivalries, E-International Relations Publishing: England. Van Apeldoorn, B. (2000). Transnational Class Agency and European Governance: The Case of the European Round Table of Industrialists, New Political Economy, 5(2), pp. 157-181.