Il popolo nel discorso del Pci: Intervista alla professoressa Bassi

by storiapolitica
Il popolo nel discorso del Pci: Intervista alla professoressa Bassi

Il “popolo” nel discorso del partito comunista italiano è questo il tema dell’intervista di oggi per il centenario del Pci ed è alla professoressa Giulia Bassi dottore di ricerca presso l’Università di Trieste e la University of Reading, è docente di Storia dei movimenti politici e sociali presso l’Università di Milano.

Si occupa di storia politica e storia della storiografia del XX secolo in riferimento alla tradizione marxista e comunista, argomenti su cui ha scritto svariati saggi e due monografie: Non è solo questione di classe. Il “popolo” nel discorso del Partito Comunista Italiano (1921–1991) (Viella, 2019); La formazione della leadership comunista tra “utopia” e “compromesso”. Dalla nascita del partito al Memoriale di Yalta (1917–1964) (Athenaeum, 2020).

Nel suo libro all’inizio viene chiarito come per il marxismo “il popolo” non sia un concetto chiave, mentre questo termine viene progressivamente acquisito nel lessico comunista. Quali sono le principali tappe di questa acquisizione all’interno del lessico comunista?

Il concetto di “popolo” è certamente stato al centro del dibattito politico occidentale sin dall’epoca moderna e oltre, come testimonia la vasta letteratura su questo argomento di cui ricordo l’importante saggio di Reinhardt Koselleck, Volk, Nation, Nationalismus, Masse.

Il marxismo ha apparentemente espunto il popolo dalla trattazione, parlandone solo indirettamente. Al cuore della narrazione marxista, infatti, era il particolarismo della classe operaia, la cui azione salvifica distingueva la lontananza politica e anche morale tra “la parte” e “il tutto”: la classe per sé, l’avanguardia consapevole, e la classe in sé, il popolo, la massa, la moltitudine indistinta da plasmare e guidare.

Tale dualismo e tale gerarchia sono stati alla base anche della retorica del comunismo italiano alla fine degli anni ’10 e per almeno tutti gli anni ‘20. Se analizziamo i primi i primi articoli e i primi scritti dei più importanti leader o futuri leader comunisti, come Amadeo Bordiga, Antonio Gramsci, o Palmiro Togliatti, osserviamo che la parola “popolo”, nelle sue forme singolare e plurale oltre che nei suoi derivati aggettivali, in questo lasso di tempo non compare se non in stretta misura. Oltretutto, le rare occorrenze sottolineano un utilizzo del termine in un’accezione per lo più generica, nel suo significato di “relativo al popolo”, “noto” o “diffuso nel popolo”. Solo eccezionalmente il lemma assumeva un senso più prettamente politico. Positivo nella celebrazione del popolo sovietico rivoluzionario: “un gigante tra pigmei”, come lo definiva Gramsci; più spesso negativo, come massa eterogenea e ignorante: “un popolo arretrato ed opaco, percorso da stimoli irrazionali e capricciosi”, prendendo ancora come esempio le parole del dirigente sardo. Era compito dell’avanguardia comunista incanalare le caotiche energie del popolo in una disciplinata azione rivoluzionaria.

Questa impalcatura concettuale e retorica cominciò a mutare tra la metà degli anni ‘30 e la metà del decennio successivo, in concomitanza con le esigenze legate alla lotta al nazi–fascismo e la politica dei fronti popolari. Questo processo appare lampante se si utilizzano gli strumenti dell’analisi linguistica quantitativa, capace di analizzare una grande mole di informazioni e fornire dati statistici. Processando un corpus realizzato con gli scritti dei principali dirigenti comunisti prodotti in questo decennio, attraverso software lessicali come Concordance, WordSmith o Antconc, possiamo immediatamente notare come l’occorrenza e la gerarchia delle parole utilizzate abbia subìto progressivamente tutta una serie di importanti trasformazioni.

Un termine come “popolo” ha infatti acquisito nel discorso pubblico comunista un’importanza crescente che è corsa parallela alla graduale diminuzione di altri termini caratterizzanti del vocabolario specifico comunista, come “classe” o “compagni”.

Questo rovesciamento lessicale corrispondeva e riproduceva una profonda revisione retorica e politica, che si sarebbe compiuta sul piano internazionale con la “grande guerra patriottica” sovietica e lo scioglimento del Komintérn nel 1943, in patria con la “svolta di Salerno” del 1944. Da questo momento, nella prospettiva politica della Resistenza e dell’unità antifascista, il PCI avrebbe rivolto i suoi appelli esclusivamente al popolo, un popolo che era sempre rappresentato in senso nazionale e totalizzante (come tutto il popolo italiano). Tale narrazione si intrecciava strettamente con la concezione (nazionale e interclassista) del “partito nuovo” e della “democrazia progressiva”, che presupponevano lo sviluppo di un partito di massa in un sistema politico plurale e pluralista.

Durante il fascismo e la clandestinità vi sono stati dei cambiamenti?

Come detto, il passaggio retorico dalla “classe” al “popolo” — dell’abbandono di una politica classista, rivoluzionaria e internazionalista in favore di una nuova linea politica interclassista e pluralista, democratica, nazionale — si colloca proprio durante (e in ragione di) la lotta antifascista tra la seconda metà degli anni ’30 e soprattutto gli anni ’40.

Tale percorso appare evidente se si prendono le edizioni clandestine de “l’Unità”, organo rispettivamente del PCd’I fino al 1943, del PCI fino al 1991. Se il termine “popolo” aveva avuto una frequenza trascurabile tra il 1924, anno della fondazione del giornale, e la prima metà degli anni ‘30, la situazione cambiò radicalmente nel decennio successivo. Attraverso la retorica della lotta antifascista, il popolo acquisiva un’importanza e un significato tutti nuovi: da moltitudine eterogenea e priva di uno scopo a popolo consapevole, indirizzato, dotato di capacità performativa.

Questa costruzione retorica da un lato univa narrativamente elementi populisti e nazional–patriottici, dall’altro rigettava fuori dal corpo della nazione l’avversario politico. Popolo e fascismo erano rappresentati in antitesi: “il popolo italiano”, “sacrificato e oppresso”, era “alla mercé di un pugno di sfruttatori”, nelle parole contenute in un articolo di Ruggero Grieco del 1936. Non era una strategia neutrale. Tale retorica, infatti, rispondeva a una precisa operazione politica e al duplice scopo di rifondare su nuove basi la nazione italiana, purificata dell’ultra–nazionalismo fascista, e di deresponsabilizzare la gran parte del popolo italiano dalle colpe del regime. Con ogni evidenza, tale processo assolutorio sarebbe stato alla base dell’amnistia firmata da Togliatti nel giugno del 1946, in qualità di Ministro di grazia e giustizia.

Dopo la seconda guerra mondiale con la ripresa della vita democratica, come cambiò il rapporto del PCI con le masse/popolo?

Una tale concezione sarebbe stata l’architrave narrativa anche della successiva politica comunista.

Sul popolo, infatti, il partito avrebbe basato le prime campagne politiche oltre che i due cartelli elettorali siglati coi socialisti tra il 1947 e il 1948, il Blocco del Popolo e il più celebre Fronte Democratico Popolare — denominazioni chiaramente non casuali.

Il popolo, del resto, è stato al centro della politica di massificazione nell’ottica del “partito nuovo” togliattiano. Così, se negli anni ’20 e ‘30 il partito era stato concepito dai suoi dirigenti come il “partito dei proletari”, “dell’economia socializzata e internazionalizzata”, “della società proletaria”, o “del governo della classe operaia”, per citare solo alcuni dei tanti epiteti comparsi su “L’Ordine Nuovo”, negli anni ‘40 l’appellativo più frequente era quello di “partito del popolo”.

Il popolo era anche il fondamento stesso della parola d’ordine della popolarizzazione della linea del partito, per la cementazione dell’ideologia comunista e il radicamento sul territorio attraverso la stampa e la pubblicistica, la moltiplicazione delle proposte editoriali, le feste de l’Unità, le case del popolo, le attività della Fondazione Gramsci, le scuole di partito, o le iniziative popolari di vario genere. La stessa politica culturale del partito era concepita sul popolo e organicamente “al servizio del popolo”, secondo i canoni e gli stilemi del realismo.

La coerenza, la perseveranza e l’ampiezza con le quali fu portata avanti questa operazione politica spiegano d’altro canto la posizione di indiscussa egemonia sulla sinistra mantenuta dal partito comunista per oltre trent’anni.

Come cambiò il rapporto tra il partito e il popolo dopo il XX Congresso del PCUS e l’invasione dell’Ungheria? Quali elementi di novità vi furono nella narrazione sul popolo dopo i fatti di Genova nel luglio 1960?

Per quanto riguarda gli avvenimenti del 1956 dobbiamo fare due discorsi separati ma che fanno perno, ancora una volta, proprio sulla narrazione del popolo.

Non solo la denuncia dei crimini staliniani al XX Congresso del PCUS nel febbraio 1956 non avrebbe mutato la politica comunista imboccata a Salerno ma, anzi, per certi aspetti l’avrebbe rafforzata. La nuova linea politica, lanciata nel dicembre all’VIII Congresso del PCI, riconosceva il policentrismo del sistema socialista, una posizione suffragata dal consolidamento della Repubblica Popolare Cinese. La pluralizzazione e la diversificazione dei sistemi socialisti presupponeva il riconoscimento della possibilità di un’avanzata verso il socialismo con caratteristiche differenti rispetto a quelle del primo stato socialista, che tenesse conto della specifica storia del paese e delle particolari esigenze del suo popolo. Il popolo italiano e le sue specificità fungevano dunque, ancora una volta, da fonte di legittimazione per la svolta politica imboccata dal partito.

D’altra parte, la crisi con Mosca dopo l’invasione dell’Ungheria in autunno era stata scongiurata proprio grazie all’uso retorico del concetto di popolo. Sulla stampa di partito veniva infatti offerta una lettura polarizzata della questione, che contrapponeva retoricamente il giusto, “sano” popolo ungherese, democratico e comunista, ai rivoltosi reazionari anticomunisti, rappresentati sulla stampa come “nemici del popolo” e suoi “assassini”.

Per quanto riguarda la seconda domanda, assumiamo gli scioperi e gli scontri del 1960, durante il governo guidato dal democristiano Fernando Tambroni insediatosi nel marzo con l’appoggio esterno del MSI, non tanto come evento periodizzante, ma in quanto esempio della riproposizione, da parte del partito, di una retorica rodata ma ormai fuori contesto.

Il popolo tornava infatti a occupare le pagine della stampa comunista nella retorica del popolo italiano antifascista in lotta contro le forze reazionarie e clericali.

Tuttavia, tali dicotomie non trovavano più un terreno fertile tra la ben più complessa società del benessere, oltretutto in anni di disgelo delle relazioni internazionali e di allentamento rispetto agli schemi rigidi legati allo scontro ideologico dell’immediato secondo dopoguerra. La sovradeterminazione linguistica rispetto ad alcune parole (“popolo”, in primo luogo) e discorsiva rispetto ad alcune narrazioni (antifascismo, Resistenza, reazione) provocò allora effetti contrari rispetto a quelli sperati, determinando infine una lenta ma progressiva erosione dell’efficacia retorica e politica del PCI.

Le riviste “Quaderni piacentini” e “Quaderni Rossi” quale idea di popolo portarono avanti e in che cosa si differenziò rispetto a quella del PCI?

Non posso entrare nel dettaglio per quanto riguarda i “Quaderni Piacentini” e i “Quaderni Rossi”, in quanto una risposta valida presupporrebbe una compiuta analisi lessicale degli articoli presenti sulle due riviste. Uno studio come quello che ho condotto sulle parole del PCI è infatti il frutto di oltre sei anni di ricerche. Condurre un’analisi qualitativa di un corpo di dati enorme come quello composto da articoli e discorsi del partito prodotti tra gli anni ’20 e gli anni ’80 significa già, nella pratica, anni di lavoro; ma l’analisi quantitativa dello stesso corpo–dati implica un livello di lavoro di gran lunga maggiore. Noi storici, infatti, non disponiamo di materiali di per sé pronti a essere riversati nei software di analisi lessicale, ma è nostro compito adattarli. E la trascrizione di articoli, discorsi, e congressi è ovviamente un lavoro lungo e faticoso.

In ogni caso, esperienze come quelle dei “Quaderni Piacentini”, dei “Quaderni Rossi”, o di altre riviste come “Classe operaia” e più tardi “Avanguardia Operaia” o “Potere Operaio” costituirono centri teorici antagonisti rispetto alla sinistra tradizionale, ma si rivolgevano anche a un pubblico differente. In generale, e senza nessuna pretesa, possiamo dire che tanto la rivista fondata da Piergiorgio Bellocchio che quella di Raniero Panzieri e Mario Tronti non avevano né un taglio generalista né popolare, ma intellettuale, militante e operaista; “foglio di battaglia”, sul primo numero del marzo 1962, era tanto un’auto–descrizione quanto una dichiarazione di intenti dei “Quaderni Piacentini”. Questi periodici, infatti, si rivolgevano a gruppi ristretti di intellettuali, critici nei confronti del centro–sinistra e in generale dei partiti della sinistra tradizionale, tra cui anche il PCI.

Dare una risposta univoca è comunque assai complicato, visto che oltretutto le due riviste sono state espressione di due diverse interpretazioni della sinistra, differenti anche per composizione e figure coinvolte, oltre che per cronologia (attiva dal 1962 al 1984 la rivista di Bellocchio, soltanto dal 1961 al 1966 quella di Tronti e Panzieri).

In che modo e come condizionò nel rapporto con la base il fatto che il PCI negli ultimi anni smise di parlare del popolo e al popolo? Questo cambiamento iniziò anche prima della morte di Berlinguer?

Potremmo dire che il cambiamento di retorica del PCI sia stato il prodotto e a un tempo concausa dello scollamento tra il partito e l’elettorato.

A partire dalla fine degli anni ’60, infatti, il PCI ha progressivamente perso la sua capacità di narrare e rappresentare quella cittadinanza a cui erano stati felicemente destinati gli appelli al popolo e alla nazione degli anni a cavallo della guerra e del “miracolo” economico.

Ancora sul popolo era incentrata la strategia politica del “blocco di forze sociali”, popolari e di ispirazione democratica, alla base della politica del compromesso storico di Enrico Berlinguer. Ma soprattutto durante gli anni ’70 del movimento studentesco, delle lotte operaie, della sinistra extra–parlamentare e del femminismo, il discorso sul popolo e sulla Resistenza finì per avvitarsi velocemente su sé stesso. D’altra parte, il completo abbandono di questa retorica, negli anni ’80, e l’indirizzo politico verso una fetta sempre più esigua della popolazione — quella che sarebbe stata chiamata, anni più tardi, la “società civile” — ha giocato in chiave contraria, aumentando le distanze tra partito ed elettorato.

Chiaramente, il cambiamento retorico (e politico) del partito costituiva solo una faccia della medaglia. I coevi mutamenti politici, sociali e culturali, infatti, erano una realtà con cui il partito avrebbe dovuto e con cui alla fine dovette fare i conti, a prescindere dall’efficacia o meno della sua retorica politica. Dobbiamo infatti tener presenti i grandi processi di secolarizzazione, di soggettivazione delle istanze politiche, di atomizzazione o “fluidificazione” della società, per usare la categoria descrittiva e analitica coniata dal sociologo Zygmunt Bauman. Tali processi, ovviamente, avevano una portata generale che andava ben oltre il cosiddetto “riflusso nel privato”, inaugurato simbolicamente dalla “marcia dei quarantamila” del 14 ottobre del 1980. Processi che in Italia come altrove stavano progressivamente allontanando gli individui dalle più importanti agenzie sociali e politiche del XX secolo: le chiese e i partiti di massa.