Feste dell’Unità. Intervista alla professoressa Anna Tonelli

by storiapolitica
Feste dell’Unità. Intervista alla professoressa Anna Tonelli

La seconda intervista alla professoressa Anna Tonelli è sul suo libro Falce Tortello (Laterza,2012) e fa parte delle interviste sul centenario del Pci.

In che contesto nacquero le Feste dell’Unità e quali erano le principali caratteristiche in questa prima fase?

Le Feste dell’Unità nascono durante la prima estate libera dalla dittatura fascista, in un clima di distensione a seguito della fine della guerra. Un momento di raccolta e di divertimento in grado di mobilitare i comunisti nel segno dell’organizzazione e dello spirito festoso. Le Feste dell’Unità sono funzionali al finanziamento del partito con gli incassi che servono a sostenere il giornale e a costruire sedi e Case del popolo,  ma diventano anche rituali di riconoscimento e appartenenza politica. Soprattutto nel dopoguerra, quando il partito nuovo di Togliatti cerca di radicarsi nella società per diventare l’interlocutore privilegiato delle masse, anche le feste sono utili come occasioni di mobilitazione e aggregazione all’interna della comunità comunista. Il PCI a guida del Migliore punta alla costruzione di una solida struttura in grado di sedimentare consenso attorno a una politica che non si basa solo sugli aspetti teorici e ideologici, ma che sappia utilizzare strumenti simbolici e aggregativi fondamentali per cementare la forza di coesione delle masse. Le feste dell’Unità vanno in questa direzione.  Da qui l’attenzione all’organizzazione che doveva tenere insieme due piani ben intrecciati: il primo, prettamente politico, declinato attraverso il corteo con le bandiere, le mostre e i pannelli di “educazione politica”, l’area dove si svolgono i dibattiti, le librerie di riferimento, il comizio finale del segretario; il secondo invece ludico e ricreativo con gli stand per il cibo, la lotteria, la balera, gli spazi per i bambini. Due dimensioni che sono complementari e concorrono a dare un significato centrale alle feste, con il contributo fondamentale dei volontari che sono i soggetti attivi della comunità comunista.

Nelle feste dell’Unità nel Sessantotto in che modo era portata la voce delle donne? Come fu trattato il tema del pacifismo?

Anche le feste dell’Unità sono influenzate dalla “rivoluzione” del ’68 e non rimangono immuni dal clima di protesta che si stava diffondendo in tutto il mondo. I due nuovi soggetti politici che si affacciano sulla scena pubblica, ovvero i giovani e le donne, entrano anche nelle feste comuniste, costringendo gli organizzatori a recepire i temi e i contenuti delle rivendicazioni. Certamente l’opposizione all’imperialismo e il pacifismo rientrano a pieno titolo anche nei programmi delle feste. Molti di quei giovani  che si battono contro ogni forma di autoritarismo portano nelle feste la protesta contro l’imperialismo, con la guerra del Vietnam a rappresentare il simbolo di tutte le battaglie pacifiste. Un tema che occupa vari spazi e momenti della festa: il corteo, le mostre, i carri allegorici, i dibattiti, i film, la musica. Le coreografie rappresentano la cornice simbolica ideale per dare maggiore risalto alla lotta pacifista. A Genova, nel ’65, i visitatori erano accolti all’ingresso dalla gigantesca figura di un “patriota vietnamita” alta 13 metri, come emblema dell’aggressione americana. Così a Milano, due anni dopo, un corteo è aperto da un busto di gesso raffigurante una madre vietnamita  con in braccio il corpo del figlio insanguinato affiancato a una decina di ragazze con magliette con scritte pacifiste. Nell’impegno antimperialista non compare solo il Vietnam, ma con il passare degli anni figurano le dittature in Grecia e Spagna e i regimi in America Latina, associando esperienze anche molto diverse fra loro, ma accomunate dalla negazione dei diritti e delle libertà dei quali il partito continua ad essere difesa e baluardo. Anche le donne affrontano i temi del colonialismo e dell’antimperialismo, ma la loro pur fondamentale attività all’interno delle feste non risolve fino in fondo la marginalizzazione che il PCI continua a riservare alla presenza femminile. Mentre Nilde Iotti promuove alle festa di Siena una manifestazione nazionale delle donne contro il colonialismo, alla quale presenziano delegazioni dei paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, il PCI tende a riservare spazi e temi specificamente femminili, come l’assistenza, la famiglia, l’educazione. Finendo per relegare le donne in una posizione subalterna e discriminata. Tanto che le donne comuniste cercheranno di creare anche alcune edizioni di Feste dell’Unità delle donne che ebbero però vita breve.

 Come cambiò la musica presente alle feste dell’Unità nel corso degli anni?

La musica è sempre stata parte integrante delle feste, non solo come colonna sonora, ma come momento centrale di cultura e aggregazione. Il liscio da una parte e i cantautori dall’altra, ma anche i concerti con cantanti e band di richiamo sono sempre presenti come occasioni di incontro e socializzazione. “Le feste dell’Unità erano bellissime . Cantarci voleva dire stare in mezzo alla gente”, ha dichiarato Lucio Dalla, confermando la vocazione popolare della musica proposta dalle feste.

La ribalta delle feste diventa un palcoscenico privilegiato non solo per gli autori di area o politicamente schierati, ma pure per i nomi che diventeranno idoli di platee più vaste. Dagli ani Sessanta in avanti, alle feste nazionali e provinciali cominciano a circolare con regolarità gli interpreti della canzone italiana: Milva, Sergio Endrigo, Ornella Vanoni, Gino Paoli, Edoardo Bennato e Claudio Baglioni, solo per citarne alcuni. E poi i cantautori: Dalla, De Andrè, Francesco Guccini. L’intento degli organizzatori è quello di tenere insieme la canzone popolare e politica con la cosiddetta nuova canzone dei cantautori, pur non rinunciando alla qualità e all’impegno. Nei cartelloni trovano sempre più spazio i due generi, alternando Giovanna Marini e Ivan della Mea con Gianna Nannini, gli Inti Illimani con Francesco De Gregori, Anna Identici con Antonello Venditti, per dimostrare apertura anche al nuovo cantautorato. Non sono più solo gli autori della canzone  politica e di protesta, ma personaggi che non si dichiarano apertamente comunisti o che comunque partecipano alle feste per incontrare una platea diversa, fuori dai luoghi tradizionali di esibizione. 

Per allargare e accontentare un pubblico numeroso, con una presenza sempre più accentuata di giovani, si ritiene poi necessario ampliare l’offerta musicale con la proposta di cantanti o gruppi più o meno famosi in grado di attirare chi non frequenta abitualmente le feste dell’Unità. Anche per ragioni di tipo economico, si cominciano a programmare alcuni concerti a pagamento, facendo incrementare l’introito con i biglietti e l’indotto conseguente all’aumento delle presenze agli stand, fino ad arrivare a chiamare artisti capaci di riempire gli stadi come Vasco Rossi o gli U2.

Rimane inalterata invece l’eterna diatriba fra liscio e rock, in una costante controversia che riguarda la dicotomia fra vecchio e nuovo, fra tradizione e modernità. La balera dentro la festa è  uno spazio da non toccare, sia perché risponde alla richiesta dei militanti più anziani, sia  per la volontà di riconoscere il valore popolare del liscio. Il compromesso si attua con la concessione di più spazi dove far convogliare pubblici di età e gusti differenti.

Guccini
Guccini

In che modo i cambiamenti degli anni ‘80 influirono sulle feste dell’Unità?

Gli anni ’80 segnano un profondo cambiamento della società che si riflette anche nelle feste dell’Unità. Dopo gli anni del gigantismo del decennio precedente, si assiste ancora al successo delle feste che registrano 29 milioni di presenze, con una media di 17 milioni di visitatori e un fatturato di 300/350 miliardi. Pur di fronte a un quadro così positivo, si inizia però a parlare di un cambiamento delle feste che non devono abbandonare l’identità aggregativa, ma puntare più sulla comunicazione politica. La festa non deve più rispondere ai fini di autorappresentazione, bensì diventare strumento di comunicazione politica capace di fornire una nuova immagine all’esterno. Si cerca di respingere sempre più l’immagine di “fiera della salamella”, come l’ha sempre denigrata Montanelli, per far emergere il volto moderno di feste che comunicano in modo più dinamico messaggi e contenuti. Un’innovazione che si riscontra negli allestimenti, nella grafica studiata, nella capacità di lanciare slogan chiari e condivisi da una platea sempre più vasta. A fronte di un partito che vede calare il numero di iscritti e rendere poco credibile l’ipotesi dell’alternativa, le feste dell’Unità devono recuperare i vuoti con una proposta che risponda a una nuova voglia di fare politica. In questo senso aumentano le occasioni di incontri, spettacoli, concerti. Ma si modernizzano anche i contenuti dei dibattiti politici che cominciano ad affrontare temi finora tabù, come quelli del privato. Sono soprattutto le donne, seguite dai giovani, a dare l’idea di maggiore attenzione nei confronti di una società che mette al centro della quotidianità i sentimenti, le passioni, gli amori, le inclinazioni sessuali, destinati a essere immessi sulla scena pubblica. Non è un caso che, a partire dall’83, venga inaugurato lo Spazio Donna con interviste più orientate al privato che al politico, con le prime timide confessioni di Nilde Iotti in pubblico a proposito della sua relazione con Palmiro Togliatti. Un incipit di modernizzazione che non ha il tempo di svilupparsi per la crisi del partito che nell’89 viene investito dalla caduta del muro di Berlino le cui conseguenze si riverberano anche nelle feste dell’Unità.