Commoner: L’ «ambientalismo democratico»

Commoner: L’ «ambientalismo democratico»

Sarebbe molto difficile comprendere adeguatamente gli ultimi cinquant’anni dell’ambientalismo americano senza riconoscere gli importanti contributi di Barry Commoner.

Il posto del biologo statunitense nella storia dell’ambientalismo americano si basa su larga scala parte sull’ampiezza del suo attivismo. Ha partecipato a campagne scientifiche e attiviste per porre fine ai test sulle armi nucleari in superficie; per aumentare la consapevolezza sui prodotti chimici tossici nelle città, in azienda e in casa; ha supportato il ricorso sempre maggiore ad una sostenibilità economica ed energetica.

I principi scientifici, democratici e ambientali venivano visti da Commoner non come aspetti indipendenti della sua sensibilità politica ma come un unico insieme, impossibile da scindere: questa consapevolezza lo portò ad abbracciare totalmente le sue quattro leggi dell’ecologia, riconoscendo che «nessun pasto è gratuito»[1]. Nato nel 1917 da una famiglia di immigrati

ebrei russi Commoner, dopo studi di biologia e di chimica, aveva ottenuto una cattedra di biologia nella Università di Saint Louis, in Missouri: proprio qui, in quegli stessi anni, era nato un Comitato cittadino per l’informazione nucleare. È impossibile comprendere l’ecologismo moderno e le battaglie di Commoner senza considerare il problema nucleare, reso drammaticamente evidente il 6 e il 9 agosto 1945.

I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki generarono due reazioni contrastanti: da un lato un grande entusiasmo per il successo nel dominare le forze dell’atomo e per la speranza che le stesse forze avrebbero potuto essere messe al servizio dello sforzo produttivo post-bellico, dall’altro chi, come Commoner, si chiedeva che impatto potevano avere i frammenti radioattivi derivanti dalla fissione del nucleo sulla vita umana. La prima esplosione sperimentale di una bomba atomica nell’atmosfera fu effettuata dagli Stati Uniti nel 1946 nell’isola di Bikini, nel Pacifico: Seguì, nel 1949, l’esplosione della prima bomba atomica sovietica nel deserto asiatico. Dal lì in avanti i test si moltiplicarono anche grazie all’apporto degli ordigni inglesi e francesi.

Durante tali esperimenti grandi quantità di atomi radioattivi ricadevano al suolo ed entravano negli ecosistemi, danneggiando gli stessi esseri umani. Commoner volle sensibilizzare su tale argomento creando scandalo, estremizzando i possibili scenari futuri.

Nel 1962 il governo degli USA aveva appena pubblicato milioni di opuscoli che invitavano tutti i capifamiglia a dotare le case di rifugi antiatomici, impegnandosi, contemporaneamente, nella costruzione di rifugi pubblici e nella diffusione di istruzioni d’uso tra la popolazione in caso di attacco nucleare. Il 18 maggio 1964 il Dipartimento della difesa degli USA affermava risolutamente che «in assenza di rifugi antiatomici adeguati, un sistema antimissilistico non sarebbe in grado di far aumentare il numero dei superstiti a un attacco nucleare totale»[2].

Il cittadino si trova così davanti ad una serie di importanti decisioni di carattere personale, come la possibilità di costruire un rifugio antiatomico familiare, accompagnate da riflessioni più generali sulle conseguenze di una guerra nucleare e la possibilità che essa possa annientare l’intera civiltà.

Naturalmente, per comprendere pienamente le conseguenze di un attacco, è necessario considerare l’entità dei suoi effetti distruttivi separatamente ed il modo in cui interagiscono ma non solo: è determinante considerare quali potrebbero essere le trasformazioni sociali, politiche e psicologiche dei sopravvissuti. Gli elementi fondamentali, individuati da Commoner, per permettere la ripresa dopo un olocausto nucleare devono rispondere a tre quesiti fondamentali: la popolazione sopravvissuta sarebbe biologicamente in grado di riprodursi e accrescersi numericamente? Le risorse industriali sarebbero in grado di fornire la base necessaria alla ricostruzione di un nuovo sistema industriale? La capacità biologica della superficie terrestre saprebbe reggere agli effetti distruttivi dell’attacco per sostenere la ripresa?

Per Commoner una sola risposta negativa ad uno dei tre quesiti comporterebbe l’impossibilità di creare società umane organizzate. Nel settembre del 1963 un rapporto stilato dalla Rand Corporation per l’aeronautica statunitense arrivò a conclusioni simili: ogni organizzazione sociale uscita danneggiata da un attacco nucleare su vasta scala non potrebbe essere considerata solamente una versione ridotta della precedente; a meno che non si verificassero immediatamente le possibilità di un inizio della ripresa dopo l’attacco, la società dei sopravvissuti tenderebbe ad inabissarsi sempre più nel caos; da qui il caos sempre crescente renderebbe la ripresa ancora meno probabile, instaurando un circolo vizioso che porterebbe l’intero sistema all’autodistruzione. La stabilità sociale potrà essere salvaguardata solo se il soddisfacimento dei bisogni fondamentali degli individui dopo un attacco nucleare venisse garantito per la maggior parte della popolazione.

Questa constatazione porta ad un inquietante paradosso. Supponendo che un attacco nucleare mietesse molte vittime tra la popolazione ma lasciasse lievi danni all’apparato industriale, i pochi sopravvissuti avrebbero adeguate risorse per permettere una ripresa del sistema: in caso contrario, cioè nel caso di un attacco che mietesse poche vittimi tra la popolazione ma provocasse ingenti danni al settore industriale, probabilmente si scatenerebbe una lotta estenuante per accaparrarsi le scarse risorse rimaste, innescando il circolo vizioso ipotizzato dalla Rand Corporation. Dunque l’aumento delle possibilità di sopravvivenza della popolazione ridurrebbe materialmente la ripresa della società[3].

Riportare tali scenari apocalittici era funzionale al messaggio secondo Commoner: nella fabbricazione di questi nuovi prodotti, gli innovatori hanno diretto la loro attenzione ai vantaggi che il loro utilizzo poteva fornire e non sono riusciti a concepire i costi futuri sulla salute umana e l’ambiente fisico.

Mentre bombe atomiche, pesticidi, detergenti, fertilizzanti, automobili, plastica e altre creazioni sono riuscite nel loro intento, nel fare ciò che si erano prefissati di fare, ognuna ha portato con sé una serie di problemi ambientali imprevisti, estremizzati nell’esempio dell’olocausto nucleare di Commoner qui riportato.

Il pensiero del biologo statunitense tuttavia non si fermava alla biologia ma era intriso di una forte responsabilità sociale. Egli sapeva bene come la Guerra Fredda stesse vincolando la libertà intellettuale del mondo scientifico statunitense agli interessi della sicurezza nazionale: d’altro canto nel 1955 il budget annuale per la ricerca e lo sviluppo stanziato dal governo federale era di 3,1 miliardi di dollari; all’inizio degli anni ’60, quel budget salì vertiginosamente ad oltre 10 miliardi fino ad arrivare ai 17 miliardi del 1969. Dal 1940 il budget per la ricerca e lo sviluppo era aumentato di circa 200 volte[4].

Nonostante l’indubbio vantaggio che ebbe la ricerca scientifica da questo significativo aumento degli investimenti, ciò legò indissolubilmente la ricerca scientifica americana con gli interessi politici in gioco. Sfidando il “conformismo” della Guerra Fredda Commoner sentì il dovere di fornire un adeguata informazione scientifica alla popolazione.

Per dimostrare i rischi insiti dello stronzio-90 – pericoloso componente del fallout nucleare – venne fondato il Greater St. Louis Committee for Nuclear Information: la preoccupazione di Commoner e degli altri fondatori del comitato riguardava il potenziale impatto dei testi nucleari sui cittadini[5]. L’Atomic Energy Commission aveva a lungo difeso i test sulle armi nucleari fuori terra minimizzando qualsiasi rischio potenziale intrinseco per la salute: tuttavia per il comitato scientifico di St. Louis lo stronzio-90, chimicamente simile al calcio, seguiva un percorso simile a quest’ultimo attraverso la catena alimentare, cadendo sull’erba, venendo consumato da bovini, e finendo – al posto del calcio – nel latte[6].

All’inizio del 1958, il Comitato lanciò un’inchiesta riguardante lo stato dei denti da latte nell’area di St. Louis per determinare l’impatto della radioattività sui bambini: nel novembre 1961, il Comitato ha pubblicato i risultati preliminari del Baby Tooth Survey su Science, sostenendo la validità del suo approccio. Il Baby Tooth Survey continuò ufficialmente il suo lavoro fino al 1968, confermando i timori diffusi che lo stronzio-90 fosse sempre più presente nelle ossa dei bambini.

Se ne frattempo Rachel Carson aveva dato nuova linfa al movimento ambientalista con la pubblicazione nel 1962 di Silent Spring[7], capace di uscire dai confini statunitensi per imporsi al grande pubblico, senza dubbio il successo del Baby Tooth Survey ha favorito la crescita di una consapevolezza ambientale negli Stati Uniti, richiedendo una partecipazione attiva da parte della popolazione e anticipando diverse pratiche di biomonitoraggio che si affermarono successivamente come metodo di indagine privilegiato nelle campagne di salute ambientale. 

Piuttosto che dire alla gente cosa fare, Commoner ha sviluppato un metodo per permettere ad un ampio pubblico di accedere ad informazioni scientifiche consentendo loro di partecipare alla loro costruzione sia direttamente, richiedendo una partecipazione attiva della popolazione, sia indirettamente, attraverso il processo decisionale politico: determinare la natura dei rischi ambientali è un compito scientifico, ma decidere come una società dovrebbe affrontare questi rischi diventa una questione politica. La partecipazione ala creazione del dato scientifico e la sua pubblicità hanno permesso la nascita di un nuovo tipo di “ambientalismo democratico”.


Jacopo Bernardini


Note e bibliografia

[1] 1 – Ogni cosa è connessa con ogni altra.

2 – Ogni cosa deve finire da qualche parte.

3 – La natura sceglie sempre la strada migliore.

4 – Non ci sono pasti gratuiti.

B. Commoner, Il cerchio da chiudere. La natura, l’uomo e la tecnologia, Garzanti, 1972

[2] B. Commoner, Se scoppia la bomba. Il cittadino di fronte alle scelte nucleari, Editori Riuniti, 1984, cit.

[3] B. Commoner, Se scoppia la bomba.

[4] M. Egan, Why Barry Commoner Matters. Organization & Environment, 22(1), 6-18. Retrieved November 12, 2020, http://www.jstor.org/stable/26161993

[5] G. Nebbia, Scritti di storia dell’ambiente e dell’ambientalismo 1970-2013, Fondazione Luigi Micheletti, 2014

[6] M. Egan, Why Barry Commoner Matters.

[7] R. Carson, Primavera silenziosa, Milano, Feltrinelli, 1962