Centenario del PCI. Intervista Guido Liguori

by storiapolitica
Centenario del PCI. Intervista Guido Liguori

L’ intervista di oggi è sul congresso di Livorno e sul Pcd’I e si inserisce all’interno degli approfondimenti di storia e politica per il centenario del Pci.

L’intervista è al professore Guido Liguori che insegna storia del pensiero politico contemporaneo all’Università della Calabria ed è presidente della International Gramsci Society Italia. Le sue pubblicazioni più recenti sono La morte del Pci (Bordeaux, 2020) e Gramsci e il populismo (Unicopli, 2019).

Quali erano le principali critiche che il gruppo dell’«Ordine Nuovo» poneva al Psi? Vi erano differenze rispetto al gruppo di Bordiga?

Siamo negli anni del “biennio rosso” 1919-1920, caratterizzati dalla difficile situazione lasciata dalla guerra e da forti lotte sociali, e carichi – a torto o a ragione –di forti aspettative rivoluzionarie, sulla scia della Rivoluzione d’Ottobre, nella Russia del 1917, la prima rivoluzione proletaria e socialista vittoriosa, dopo la brevissima esperienza della Comune di Parigi (1871).

Già la nascita della rivista settimanale «L’Ordine Nuovo» (maggio 1919) si situa all’interno di un processo di critica da sinistra del Partito socialista. Sia pure con sensibilità in parte diverse, i quattro promotori (Gramsci, Tasca, Terracini e Togliatti) vengono tutti dalla sinistra del partito torinese, lo ritengono responsabile di inerzia, di scarsa capacità di mobilitazione, di aderire solo superficialmente alle prospettive rivoluzionarie aperte dalla Rivoluzione russa. Si potrebbe dire, con una battuta, che lo considerano indeciso a tutto.

Quando Gramsci lancia nel giugno 1919 l’idea di costituire anche in Italia degli organismi rivoluzionari di base che somigliassero ai Soviet russi, i Consigli di fabbrica, «L’Ordine Nuovo» diviene il punto di riferimento del movimento operaio torinese e piemontese, non solo socialista. Tuttavia il gruppo che fa capo alla rivista (da cui si stacca gradualmente Angelo Tasca) né costituisce nel Psi una frazione nazionale, come stava facendo Bordiga su base “astensionista”, né crea un movimento nazionale dei Consigli di fabbrica che potesse servire da contraltare alla CGL, il sindacato socialista guidato dai riformisti. Su queste carenze Gramsci avrà parole di aspra autocritica, nel 1924-1925.

Le differenze col gruppo di Bordiga e della sua rivista «Soviet», sono molteplici. Bordiga in primo luogo è un “determinista”, che fa derivare dalle dinamiche economiche l’ineludibilità della rivoluzione. Gramsci al contrario valorizza – contro l’“oggettivismo” del socialismo tradizionale, di matrice positivistica, di cui Bordiga dà in fondo solo una versione rivoluzionaria, ma che è per lo più riformista ed evoluzionista – il ruolo della soggettività, dell’iniziativa della “volontà collettiva”. La Rivoluzione russa – fatta da un piccolo partito sulla base dell’analisi di una situazione eccezionale (causata dalla guerra) e di una risoluta iniziativa politica, concepita e guidata da Lenin – sembra a Gramsci la conferma del suo soggettivismo rivoluzionario. Vi sono poi differenze più prettamente politiche: per Bordiga il soggetto della rivoluzione è il Partito, per Gramsci è il movimento di massa, i Consigli di fabbrica, anche se considera e valorizza pure il ruolo del partito. Bordiga infine è astensionista, ma duramente criticato dall’Internazionale comunista (Comintern) per questo, lascerà cadere quella che era stata comunque una vecchia bandiera del suo gruppo. Resta rigidamente “ortodosso” e settario, e questa sua impostazione peserà molto nei primi anni di vita del Psi.

La crisi dei rapporti dell’«Ordine Nuovo» con la maggioranza del Psi e del sindacato (massimalista o riformista) precipita dopo lo “sciopero delle lancette” dell’aprile 1920: il Psi e la CGL di fatto non appoggiano il lungo sciopero generale degli operai torinesi contro il padronato che vuole eliminare i Consigli. Dopo di che Gramsci inizia a pensare che non vi siano più i margini per un “rinnovamento del Partito socialista”, ma che si debba creare un partito nuovo. Con chi sia disposto a seguire l’impostazione del Comintern, che al suo II Congresso (estate 1920) aveva posto “21 condizioni” ai partiti che volevano aderirvi. Tra cui rompere politicamente con le minoranze riformiste presenti nei diversi contesti nazionali.

Qual è il ruolo di Gramsci nella fase nel dibattito e nella fase costitutiva e del PCd’I e perché non intervenne in occasione del congresso di Livorno?

Gramsci si unisce alla frazione comunista che Bordiga sta costituendo per preparare la nascita di un nuovo partito, comunista e rivoluzionario, solo dopo la sconfitta dell’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920 (che egli aveva previsto, per la immaturità del movimento). Partecipa al convegno di Imola (autunno 1920), dove la frazione si costituisce formalmente in vista della conta congressuale. Ma già lì rinuncia a portare le idee-forza dell’«Ordine Nuovo». Credo che egli sia comunque visto come il leader del movimento delle fabbriche e dei Consigli operai, che è stato sconfitto a settembre, e che punti soprattutto a cercare di conciliare le diverse tendenze che vogliono conquistare il Psi o scindersi da esso. Lascia spazio alla forte leadership nazionale di Bordiga, che però – al contrario di Gramsci e del Comintern – vuole costituire un ristretto partito di quadri scelti, non un partito di massa, realmente rappresentativo del proletariato italiano.

A Livorno Gramsci non interviene – per quel che è possibile intuire – per diversi motivi. Perché è reduce da una grave sconfitta, come ho detto, di un movimento di cui è considerato il leader (anche se l’occupazione delle fabbriche era stata decisa dalla FIOM, sindacato metalmeccanico, a partire da Milano). Perché è strumentalmente accusato di aver scritto nel 1914 un articolo in cui cercava di interpretare in senso rivoluzionario le prime affermazioni contro il neutralismo socialista di Mussolini, allora direttore dell’organo del partito, «Avanti!», e che poco dopo sarebbe stato espulso. Perché tende a privilegiare gli elementi che unificano rispetto a quelli che dividono: persino nel suo discorso a Livorno, al XXVII Congresso del Psi, Bordiga riserva una (oscura) puntata polemica contro Gramsci! Tornato a Torino, andato subito all’«Ordine Nuovo» dalla stazione, Gramsci sbotterà davanti ai suoi più stretti collaboratori affermando: «Livorno, che disastro!». Si riferisce al prevalere della tattica settaria di Bordiga, alla sua scarsa capacità di manovra politica. Sia Gramsci che il Comintern erano convinti fino a poco tempo prima che il grande prestigio dell’Internazionale avrebbe permesso non una scissione di minoranza, ma la conquista di tutto il partito a eccezione dei riformisti.

Che ruolo ebbero gli esponenti dei massimalisti come ad esempio Bombacci e Misiano che scelsero di costituire il PCd’I? Quali furono le loro motivazioni?

Numericamente ebbero un ruolo molto importante, di maggioranza rispetto a bordighisti e ordinovisti. Ma non avevano la stoffa politica e culturale per contare veramente nel nuovo Partito, i cui primi anni furono dominati dalla impostazione di Bordiga, e dal 1924 da quella di Gramsci. Erano convinti della esistenza in Italia, nel 1920-1921, di una situazione rivoluzionaria. Volevano “fare come in Russia”. In realtà in pochi mesi, a partire dal settembre 1920, la situazione politica e sociale cambia, in Europa e in Italia. L’Armata rossa viene fermata alle porte di Varsavia e la rivoluzione non scoppia o non vince né in Polonia né in Germania. In Italia il padronato punta decisamente sul fascismo e sulla violenza delle squadracce: pagate, ben armate, protette da polizia e carabinieri, le squadre fasciste iniziano a incendiare, uccidere, spaventare organizzazioni e militanti del movimento operaio, del tutto incredulo e impreparato.

Quale ruolo ebbe il gruppo dell’«Ordine Nuovo» nella fase immediatamente successiva al congresso di Livorno?

Un ruolo poco rilevante. L’ordinovista che entra nell’organo ristretto di cinque dirigenti che comanda da Milano il Partito (viste anche le difficoltà politiche e dei trasporti) è Terracini, presto “attratto” dalla forte personalità e dalla fanatica determinazione di Bordiga. Gramsci è direttore dell’«Ordine Nuovo», uno dei giornali del neonato Partito comunista. Le sue analisi in presa diretta del fascismo sono molto interessanti. Bordiga invece afferma a chiare lettere che il fascismo non è differente dalle altre forme del potere borghese, non vuole nemmeno che i comunisti si uniscano agli Arditi del popolo per contrastare i fascisti con le armi. La posizione del Pcd’I guidato da Bordiga è estremistica e settaria e presto entra in rotta di collisione con la grande capacità di manovra tattica di Lenin. Tuttavia anche Gramsci – è bene chiarirlo – giudica del tutto negativamente il Psi ed è contrario ad allearsi con esso. Nell’estate 1922 si sposta a Mosca, a rappresentare il suo partito presso il vertice del Comintern. È lì, a stretto contatto con i capi bolscevichi, che matura una visione molto critica della direzione di Bordiga. Che però era già tutta insita nelle sue prese di posizioni precedenti, ma che ora sviluppa ed esplicita. Non ha più remore di “disciplina” (nei partiti comunisti era vietata ogni attività frazionistica, ed è un divieto da tutti condiviso, anche da Gramsci, che giudicava il Partito socialista un “circo” proprio perché non aveva nessuna coesione). Perché allora i comunisti si sentivano in primo luogo parte di un “partito mondiale della rivoluzione” (l’Internazionale comunista), e Gramsci vede che le sue posizioni sono di fatto condivise dalla leadership del Comintern.

In questa prima fase quale fu il rapporto tra Gramsci e Bordiga, vi erano già delle idee differenti?

Come ho detto sopra, vi erano differenze rilevanti sia sull’analisi del fascismo, sia sul modo di concepire il Partito: che era per Bordiga un organismo quasi militare, molto disciplinato, mentre era visto da Gramsci come una “parte” delle masse, la sua parte più cosciente e determinata, ma sempre a stretto contatto delle masse. Come scriverà Gramsci in una lettera a Togliatti, Terracini e altri il, 9 febbraio 1924, a suo parere l’errore del Pcd’I bordighista per Gramsci era stato in primo luogo quello «di aver messo al primo piano e in modo astratto il problema della organizzazione del partito, che poi ha voluto dire solamente creare un apparecchio di funzionari i quali fossero ortodossi verso la concezione ufficiale. Si credeva e si crede tutt’ora che la rivoluzione dipende solo dall’esistenza di un tale apparecchio e si arriva fino a credere che una tale esistenza possa determinare la rivoluzione. […] Non si è concepito il partito come il risultato di un processo dialettico in cui convergono il movimento spontaneo delle masse rivoluzionarie e la volontà organizzativa e direttiva del centro, ma solo come un qualche cosa di campato in aria, che si sviluppa in sé e per sé e che le masse raggiungeranno quando la situazione sia propizia e la cresta dell’ondata rivoluzionaria giunga fino alla sua altezza, oppure quando il centro del partito ritenga di dovere iniziare una offensiva e si abbassi alla massa per stimolarla e portarla all’azione […] Invece del centralismo si è ottenuto di creare un morboso movimento minoritario».