Centenario del Pci: Intervista al professor Aldo Agosti

by storiapolitica
Centenario del Pci: Intervista al professor Aldo Agosti

Oggi che è il giorno del centenario pubblichiamo l’intervista ad Aldo Agosti professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Torino che si è occupato della storia del movimento socialista e comunista, italiano e internazionale.  Ha scritto numerosi libri su questi temi  Bandiere rosse ( Editori Riuniti, 1999); Togliatti ( Utet, 2003) e Storia del Pci (Laterza, 2004)

Quali furono i principali cambiamenti  all’interno del Psi dopo la prima guerra mondiale e la rivoluzione Russa?

Anche in Italia la rivoluzione russa d’ottobre ebbe il significato di una rottura traumatica.  Cominciò ad aggregarsi nel partito una sinistra “intransigente”, che almeno a parole non arretrava di fronte alla prospettiva di trasformare, secondo le indicazioni di Lenin, la guerra “imperialistica” in “guerra civile rivoluzionaria” e  che tuttavia non prendeva ancora seriamente in considerazione l’ipotesi della scissione del Partito socialista.  Fu solo dopo la fine del conflitto che si delineò una situazione completamente nuova. La guerra aveva modificato radicalmente la struttura e il tessuto della società italiana: era emersa una classe operaia nuova, formata nelle fabbriche militarizzate, più giovane e più impaziente di quella che aveva fatto le grandi lotte sindacali del periodo giolittiano.

Nelle campagne, poi, la guerra aveva scalfito profondamente rapporti sociali consolidati. Il paese fu attraversato da una febbre di mobilitazione collettiva di cui il Partito socialista fu insieme protagonista e beneficiario. Nel 1920 i suoi iscritti si erano quasi quadruplicati rispetto a quelli del 1914, superando i 200.000. Si modificò la  stessa fisionomia geografica e sociale del partito e si rivelò l’inadeguatezza delle sue strutture organizzative.

Il PSI continuava infatti ad essere soprattutto un’organizzazione di propaganda, senza un legame diretto con la masse, alle quali giungeva soltanto attraverso le federazioni di mestiere e le Camere del lavoro: le sue sezioni erano essenzialmente circoli locali di cultura e di propaganda, non collegati fra loro da una direzione politica comune a livello provinciale e regionale.

Il Psi inizialmente aderì alla Terza internazionale, quali furono le principali motivazioni? Che ruolo ebbe in questa decisione Serrati e quale era la sua posizione? Il biennio rosso come influenzò le contrapposizioni interne al Psi?

Il PSI, che era era stato contrario all’ingresso dell’Italia in guerra, assunse un ruolo di primo piano nelle iniziative internazionali delle minoranze socialiste contro il conflitto. Il suo antibellicismo gli conferì l’immagine di un partito rivoluzionario e intransigente, capace di raccogliere tutto il movimento di rivolta delle classi subalterne contro l’ordine sociale esistente. Questa immagine fu  confermata sia dall’immediata adesione alla Terza Internazionale, decisa dal XVI Congresso nell’ottobre  del 1919, sia dai toni accesi della propaganda della corrente “massimalista” che dirigeva il partito, e che aveva nel direttore dell'”Avanti!”, Serrati, il suo esponente più prestigioso. I massimalisti teorizzavano la rivoluzione a breve scadenza, come frutto fatale della disgregazione dello Stato borghese, ma non si preoccupavano di organizzarla; predicavano a parole l’ineluttabilità della violenza ma, perplessi sulla possibilità e l’opportunità di ricorrervi, ne rimandavano continuamente l’uso.  D’altro canto,  una parte importante del Partito, a partire dal gruppo parlamentare e dalla dirigenza del sindacato, propendeva per una via graduale di accesso al potere, attraverso successive riforme.

            Il gruppo dirigente dell’Internazionale Comunista sperò a lungo di conquistare facilmente la grande maggioranza del partito italiano, escludendone soltanto ristrette frange di riformisti dichiarati.  Le 21 condizioni per l’adesione all Internazionale comunista sancite dal suo II Congresso furono  però considerate inaccettabili anche dalla maggioranza della corrente massimalista, soprattutto perchè esigevano l’espulsione immediata di alcuni dei suo maggiori leader, come Turati e Treves, e il cambiamento del nome del partito da “socialista” in “comunista”. Così soltanto poco più di un quarto dei delegati presenti a Livorno, si pronunciò in loro favore, e la scissione che si consumò fu di minoranza.

Quali posizioni emersero al congresso di Livorno e quali erano le principali idee? Che ruolo ebbe il gruppo Amedeo Bordiga? In che modo il gruppo di Ordine Nuovo influenzò la nascita del Pci?

Nel Partito comunista d’Italia, come inizialmente si chiamò, confluirono tre principali correnti. La prima di queste a muoversi con decisione sulla strada della scissione fu quella “astensionista” capeggiata da Amadeo Bordiga, che aveva reclutato originariamente la sua base a Napoli fra gli operai dei cantieri, i ferrovieri e i postelegrafonici, e poteva contare su una rete di adesioni relativamente diffusa in tutto il territorio nazionale e su un giornale, “Il Soviet”, che dava voce alle sue posizioni.

Essa derivava la sua forza d’attrazione da un’interpretazione del marxismo coerente ma semplificata, imperniata sull’obiettivo dell’abbattimento dello Stato borghese e sulla valorizzazione assoluta del partito come strumento e guida della rivoluzione proletaria.   

Carattere assai meno strutturato ebbe un’altra componente fondamentale, quella che si raccolse intorno alla rivista “L’Ordine Nuovo”  fondata nel maggio del 1919 a Torino da Antonio Gramsci, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e Umberto Terracini.

Gli ordinovisti erano convinti della necessità di superare e riplasmare, attraverso strumenti di autogoverno operaio che si ispiravano a una visione per la verità idealizzata dei soviet russi, le strutture tradizionali del sindacato e del partito, e dopo la sconfitta politica dell’occupazione delle fabbriche, in cui era emersa in piena luce l’indecisione della direzione massimalista, l’approdo della scissione apparve loro inevitabile.  Ma non va dimenticato che il grosso dei 59.000 militanti i cui delegati a Livorno votarono per la mozione comunista proveniva in realtà dalle file massimaliste: per una parte si trattava di quadri (pubblici amministratori, sindacalisti, deputati) che si erano fatti una solida esperienza nel PSI.

Un altro apporto consistente alla formazione del PCI fu dato dalla Federazione giovanile socialista, che nella sua stragrande maggioranza passò sotto le bandiere del nuovo partito, fornendogli un buon numero di quadri dirigenti a livello di base e intermedio.     

Quali sono alcuni degli elementi di novità che secondo lei andrebbero approfonditi in occasione di questo centenario?

Non credo che riguardo alla scissione di Livorno ci sia più molto da scavare sul piano della ricerca, oggi disponiamo di un corpo vastissimo di fonti, ed è difficile che emerga qualcosa di nuovo. Credo che si debba abbandonare la tentazione, che sempre riaffiora, di guardarla in modo anacronistico, vedendovi la causa prima della divisione della sinistra italiana e la maggiore responsabile della vittoria del fascismo. 

Il socialismo  italiano aveva conosciuto profonde divisioni prima e altre ne avrebbe conosciute dopo. La scissione aveva radici profonde e soprattutto era la ricaduta italiana di un fenomeno di dimensioni internazionali. Perciò difficilmente avrebbe potuto essere evitata.

Il corso della storia italiana – se si vuole riscrivere la storia con i “se” – avrebbe potuto forse essere diverso se dalla scissione in posizione di forza  fosse uscita una formazione riformista socialdemocratica disposta a condividere responsabilità di governo con un programma di democrazia sociale più avanzata di quella liberale. Ma anche così, il percorso sarebbe stato irto di difficoltà perché la maggioranza del Partito popolare non era disposto a governare con i socialisti.