Antonio Giolitti. Intervista al professor Gianluca Scroccu

by storiapolitica
Antonio Giolitti. Intervista al professor Gianluca Scroccu

L’ intervista di oggi è su Antonio Giolitti che si inserisce all’interno degli approfondimenti di storia e politica per il centenario del Pci ed è al professor Gianluca Scroccu sull’argomento ha pubblicato due libri Antonio Giolitti dal pci al psi (Carocci, 2012) e La sinistra credibile. Antonio Giolitti tra socialismo, riformismo e europeismo (Carocci, 2016)

Che ruolo ebbe Antonio Giolitti nell’Assemblea costituente e in quella fase nel Pci?

 Giolitti emerge come uno dei più giovani e promettenti esponenti di quella nuova generazione di comunisti su cui Togliatti aveva investito nel disegno del “partito nuovo”. Nipote di Giovanni Giolitti, la scelta dell’impegno nella Resistenza segnò un punto centrale di svolta nella sua esistenza, dando concretezza alla sua militanza comunista e rendendolo partecipe di quel processo di “secondo risorgimento” di cui furono protagonisti partigiani e partigiane. Fu naturale che il Pci lo candidasse all’Assemblea Costituente nel cuneese e poi nella prima legislatura repubblicana nel medesimo collegio. Da deputato comunista, prima alla Costituente e poi nelle I e II legislatura, egli svolge intensamente e con diligenza il suo lavoro, segnalandosi in particolare per la precisione degli interventi in aula e in commissione, grazie anche alla sua vasta competenza in campo giuridico-economico e storico-filosofico, oltre che allo studio attento della vita politica degli altri paesi, agevolata dalla sua ampia conoscenza delle lingue. All’interno di questo discorso, si segnalano i suoi interventi nel campo della politica estera, pur declinata secondo le coordinate della logica divisiva del mondo bipolare almeno sino all’autunno del 1956, e nelle grandi discussioni delle scelte economiche operate negli anni del centrismo, con particolare attenzione alle questioni del bilancio, dell’intervento statale e alle politiche energetiche, un’esperienza importante e assai formativa in quanto furono queste le tematiche di cui si sarebbe occupato, non a caso, nelle successive esperienze ministeriali negli anni del centro-sinistra.

Che rapporto ebbe con Togliatti?

Giolitti fu uno dei pupilli per Togliatti nella fase della costruzione del “partito nuovo”, quel Pci che dalla Resistenza passando per la svolta di Salerno fu proiettato da una situazione di clandestinità ad uno di massa. Ne apprezzava l’intelligenza, la sobrietà tutta piemontese, la cultura espressa anche nel lavoro presso la casa editrice Einaudi. E anche nelle vicende del 1956, pur nella durezza dei toni con cui il segretario del Pci accolse le critiche di Giolitti al partito, espresse anche su “Rinascita”, Togliatti tentò sino all’ultimo di tenerlo dentro i confini del partito, arrivando a scrivergli una lettera in extremis, mai recapitata per un disguido postale, ma che secondo lo stesso Giolitti non avrebbe cambiato la sua scelta di abbandonare il Pci.

Ci furono altre motivazioni, oltre al XX congresso del Pcus e ai fatti d’Ungheria, che portarono alla decisione di Antonio Giolitti di lasciare il Pci? Quali motivazioni lo spinsero ad aderire successivamente al Psi?

Molto dipese dalla sua critica al modello burocratico sovietico divenuta sempre più forte. La richiesta finale di Giolitti non ammetteva tentennamenti rispetto a quanto successo in Polonia e Ungheria o rispetto alle denunce dei crimini staliniani: egli chiedeva concreta libertà di discussione negli organismi dirigenti, accettazione piena del metodo democratico come elemento cardine per realizzare il socialismo in Italia e soprattutto autonomia di pensiero e giudizio rispetto alle decisioni prese su scala internazionale.

Le sue posizioni, evidentemente, rischiavano di essere dirompenti in un partito scosso da quanto accaduto e stretto nel dilemma tra chi voleva prendere le distanze dal modello seguito nell’Europa dell’Est e chi, invece, riteneva che occorresse fare comunque quadrato attorno alla difesa delle decisioni di un sistema guidato dai sovietici, ovvero dai progenitori degli ideali rivoluzionari dell’ottobre 1917.

Giolitti voleva incidere sul terreno delle contraddizioni del suo partito per tentare di dirigere la sua politica verso un’attenzione maggiore rispetto alle novità imposte dalle tumultuose trasformazioni economiche e sociali in atto, autonoma e compiutamente nazionale nel suo tentativo di delineare un’idea di governo socialista imperniata su riforme strutturali e profonde. Nel Pci non fu però possibile, da qui il suo passaggio nel Psi, peraltro avvenuto dopo un periodo di riflessione non breve. Uscito dal PCI ma non compiutamente socialista, Giolitti andò alla ricerca di un nuovo pensiero pur essendo ancora condizionato da molti degli strumenti concettuali e di analisi che egli aveva pur sempre incamerato nella importante esperienza comunista. In questo senso sarebbe stato fondamentale il passaggio intermedio, tutto di riflessione politico-intellettuale, in riviste come “Passato Presente”.

 I socialisti italiani dopo il 1956 si erano infatti distaccati dall’universo sovietico e avevano iniziato il percorso che avrebbe saldato l’alleanza con la Dc e i partiti laici denominata “centro-sinistra”, sviluppando una proposta politica di governo del boom economico tramite la programmazione di cui Giolitti divenne uno dei teorici.

Il centro-sinistra
Nenni e Moro

Quale fu la sua posizione sul centro-sinistra? E quale rapporto ebbe con Nenni?

Rispetto al percorso che avrebbe portato al primo governo di centro-sinistra nel 1963, Giolitti si collocò da subito nell’ottica dei ragionamenti di Riccardo Lombardi, sposando insieme a lui la teoria delle riforme di struttura tentando di farne il perno caratterizzante della proposta del PSI verso il nuovo governo di centro-sinistra. Egli, in quel frangente, incarnava uno dei punti di riferimento per quei socialisti che, pur favorevoli al centro-sinistra, interpretavano questa prospettiva politica come momento di trasformazione concreta degli assetti economici italiani nel senso di una vera e propria ridistribuzione delle ricchezze intesa come alternativa al modello capitalista e monopolista. In questo senso, al prediligere di Nenni della tattica politica sugli aspetti progettuali, Giolitti cercò di condizionare l’apporto del partito alle trattative affinché l’ingresso al governo contribuisse a ridefinire il modello di società in una prospettiva autenticamente socialista.

Nel 1963 fu nominato ministro del Bilancio in che modo cerco di caratterizzare in questo ruolo la politica dei governi del centro-sinistra?

Secondo Giolitti il capitalismo non sembrava prossimo al crollo e pertanto una partecipazione governativa doveva avere chiara l’impronta ideale e programmatica delle riforme strutturali che voleva realizzare.

Un progetto, e questo è uno degli altri punti centrali della collaborazione con Lombardi, che doveva trarre ulteriore linfa dal collegamento con l’esperienza dell’Europa comunitaria in costruzione, la quale poteva rappresentare un’importante palestra di collaborazione tra i vari partiti del socialismo continentale.

Entrato nella compagine governativa come ministro del Bilancio nel dicembre 1963, Giolitti venne visto come una delle pedine da sacrificare per la sua visione politica troppo legata alla tematica della programmazione, e questo anche da diversi esponenti delle istituzioni, ad iniziare dalla prima e dalla seconda carica dello Stato, ovvero dal Presidente della Repubblica Antonio Segni, dal Presidente del Senato Cesare Merzagora dal Governatore della Banca d’Italia Guido Carli.

Furono mesi in cui Giolitti visse con particolare sofferenza l’incapacità di portare avanti il suo lavoro contro le pressioni di agenti esterni che finivano, di fatto, per annullarne le possibilità esecutive. In quest’ottica la situazione difficile in cui si trovò il primo esecutivo Moro nella primavera del 1964 portò ad una sostanziale incompiutezza dell’azione riformatrice promessa, insabbiatasi in uno stallo che per primo divenne insostenibile proprio per il titolare del dicastero del Bilancio, ovvero Giolitti, che infatti non fu riconfermato nell’esecutivo nel governo Moro II del luglio 1964.

a cura di Francesco Sunil Sbalchiero