Anni ’80 e il Pci: intervista al professor Di Maggio

by storiapolitica
Anni ’80 e il Pci: intervista al professor Di Maggio

Pci negli anni ’80 è questo l’argomento approfondito nell’intervista di oggi nell’approfondimento sul centenario del Pci ed è al professor Marco Di Maggio autore del libro Alla ricerca della terza vi al socialismo (Edizioni scientifiche italiane, 2014).

Quali ripercussioni ebbe nel Pci la fine della politica di solidarietà nazionale? Quali furono le nuove idee proposte?

Dal 1979 in poi, con la fine della solidarietà nazionale e il ritorno all’opposizione, Berlinguer recupera una prospettiva di tipo antagonistico. L’Alternativa democratica è il risultato di un confronto interno alla direzione comunista durante il quale Berlinguer deve mediare con quei settori del partito propensi a mantenere aperti i canali del negoziato con la Dc e il Psi. Nel cambio di strategia inizia a farsi strada un mutamento più generale, che investe un paradigma fondamentale della cultura politica comunista: quello dell’unità dei partiti antifascisti e delle tre componenti delle classi popolari. In particolare, sono messe in discussione le rappresentazioni che di questo paradigma erano state date durante la stagione precedente, e che rimandavano al compromesso raggiunto all’interno del gruppo dirigente del partito attorno alla rielaborazione dell’eredità togliattiana.

Fra l’intervento sovietico in Afghanistan e la proclamazione, il 13 dicembre 1981, dello stato d’assedio in Polonia per eliminare la minaccia del movimento di protesta guidato da Solidarnosc, si consuma la rottura del Pci con l’Urss. Questa svolta è sancita dalla famosa dichiarazione di Berlinguer sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre.

La reazione intransigente e radicalmente critica del Pci si spiega con la presa di coscienza che ormai i proclami antimperialisti dell’Urss nascondono soltanto una politica di potenza e che, dietro la denuncia dell’azione destabilizzatrice dell’Occidente e del Vaticano in Polonia, si cela una crisi

d’egemonia che investe le democrazie popolari e il ruolo di Mosca nel movimento rivoluzionario mondiale. Nel momento in cui si consuma la crisi della distensione degli anni Settanta, il Pci di Berlinguer misura la portata della crisi del socialismo nato nel 1917 e tenta di ridefinire il suo internazionalismo.

In questo quadro viene legittimata la tesi secondo cui la messa a punto di una via efficace per la costruzione del socialismo in occidente non può prescindere da una critica profonda del modello sovietico e delle sue derivazioni. Dagli inizi degli anni Ottanta non si tratta più di favorire il processo di distensione fra i due blocchi ma di sviluppare una critica radicale alla loro politica di potenza, rilanciando lo spirito del movimento dei paesi non allineati e offrendo così una sponda politica e organizzativa ai vasti movimenti pacifisti che, soprattutto in Europa, iniziano ad opporsi alla seconda Guerra fredda. Nel movimento contro l’istallazione degli euromissili che si sviluppa in numerosi paesi europei il Pci riesce a guadagnare un ruolo da protagonista.

Italia, i maggiori successi nella ricostituzione di quel rapporto organico con le mobilitazioni di massa che si era sfilacciato nella seconda metà degli anni Settanta.

La centralità dell’Europa nel superamento del bipolarismo mediante una politica di pace, l’accettazione della Nato e l’impegno per una sua ristrutturazione, il discorso su un modello europeo di socialismo capace di esercitare la sua forza d’attrazione nei confronti dei paesi dell’Europa orientale: il modo in cui questi argomenti sono affrontati rivela importanti convergenze fra l’elaborazione dei socialisti francesi, il discorso berlingueriano sulla Terza Via e il famoso rapporto Nord-Sud redatto da Willy Brandt per il segretario generale delle Nazioni Unite nel 1980. Il documento del presidente dell’Internazionale socialista infatti, sarà ripreso circa un anno dopo nel rapporto presentato da Berlinguer alla Conferenza Onu per lo sviluppo che si tiene a Cancun nel 1981.

Tuttavia, i partiti socialdemocratici – indeboliti dalla crisi della distensione e dalla vittoria dei conservatori in Inghilterra e in Germania federale – si mostrano scarsamente interessati allo slancio della politica internazionale di Berlinguer, come dimostra anche il rapido declino della sintonia con i socialisti francesi all’indomani dell’elezione di Mitterrand alla Presidenza della Repubblica.

La concezione etica del socialismo di Berlinguer intende la marcia verso il socialismo come il superamento del capitalismo mediante il progressivo risanamento dei guasti da esso provocati, e segna l’evoluzione dell’internazionalismo del Pci dal 1968 fino alla metà degli anni Ottanta. L’ultima fase della sua segreteria, quella che va dal 1979 al 1984, coglie la crisi dell’Età dell’oro e delle forme politiche, organizzative e culturali costruite dalle classi subalterne nel corso del Secolo breve, e che avevano permesso loro di interagire e condizionare l’evoluzione del capitalismo fordista e keynesiano. Nella denuncia del consumismo, della guerra, dell’iniqua ripartizione delle risorse fra nord e sud e dei disastri ambientali, che contraddistingue il discorso politico del Pci negli anni Ottanta vi è la percezione delle evoluzioni del capitalismo tardo novecentesco e della crisi della democrazia di massa dei paesi più avanzati dell’occidente. Il Pci berlingueriano cerca di rispondere a questa crisi su un piano etico e ideologico poiché, a causa di fattori oggettivi (crisi dell’Età dell’oro e della distensione internazionale) e soggettivi (erosione culturale e simbolica del progetto politico comunista), appare sempre più incapace di fornire una risposta su quello della teoria e della pratica politica. Lo sgretolamento culturale del Pci dopo la morte di Berlinguer mostra i limiti di questa risposta etico-ideologica, che non sopravvive alla scomparsa del suo principale artefice perché non riesce a incidere profondamente sulla cultura politica, sulla composizione sociale e sulla struttura organizzativa del partito.

Negli anni ‘80 vi fu un cambiamento nella base del Pci, che idee espresse Berlinguer su questo?

La base del Pci aveva subito delle evoluzioni che si sovrappongono con quelle della società italiana: crescita dei ceti medi, intellettuali e non, centralità della questione di genere, riduzione dei lavoratori agricoli e aumento degli iscritti nei grandi centri urbani. Nonostante ciò, il Pci degli anni Ottanta restava il principale partito della classe lavoratrice, non solo operaia ma anche, di quadri tecnici e nuovi lavoratori intellettuali. Assistiamo però nel corso del decennio, alla fine della centralità operaia, non solo sul piano della divisione sociale del lavoro ma anche su quello ideologico-culturale. Attraverso i Media si affermano una serie di rappresentazioni che destrutturano la centralità della classe lavoratrice come soggetto sociale e politico e tendono a diffondere altre narrazioni: il successo individuale, l’importanza delle classi medie, la “forza” delle piccole imprese; l’economia immateriale, il primato dei diritti civili sui diritto sociali.

Quale fu l’atteggiamento del Pci verso i cambiamenti degli anni ’80? Vi fu un dibattito tra gli intellettuali vicini al Pci su questo?

Il dibattito all’interno del Pci in questo decennio è molto intenso. Tuttavia, si debbono sottolineare alcuni importanti mutamenti: un progressivo scollamento tra le produzioni dei singoli intellettuali e l’elaborazione complessiva della linea del partito, delle sue rappresentazioni ideologiche e della sua cultura politica. In altre parole, assistiamo a una crisi del partito togliattiano, del suo funzionamento come intellettuale collettivo. Ciò spinge numerosi intellettuali comunisti a seguire percorsi individuali nei quali, come dimostra anche la stampa di partito, si innestano paradigmi esterni alla tradizione culturale comunista (la questione del totalitarismo, quella della crisi del marxismo, il tema dei diritti umani, le questioni relative alla tecnicizzazione della politica, il problema della governance…).

Nel corso degli anni quali rapporti ebbe il Pci con gli altri partiti comunisti dell’Europa Occidentale? E con il partito comunista francese?

Sul piano della politica internazionale i dirigenti italiani continuano a tentare di allargare i contatti all’insieme dei partiti della sinistra europea. In Francia, come accennato, il Psf diviene il principale interlocutore del Pci. Le relazioni con il Pcf, che erano state un elemento fondamentale della politica estera ed europea del partito, diventano “rapporti obbligati” che spesso frenano il dispiegarsi di una proficua collaborazione con i socialisti di Mitterrand. Fra la fine del 1979 e i primi mesi del 1980 il Pci rifiuterà di partecipare alla conferenza organizzata a Parigi dai comunisti francesi e polacchi su pace e disarmo e sarà l’unico partito comunista a votare a favore della mozione del gruppo socialista al Parlamento di Strasburgo, la quale, in nome della ripresa del dialogo, condanna l’intervento sovietico in Afghanistan ma rifiuta anche la proposta di sanzioni da parte dei paesi occidentali.

Rispetto agli altri partiti comunisti occidentali il Pci mostra una straordinaria capacità di non sprofondare nel declino elettorale e di arginare il disfacimento culturale della propria base militante.

Inoltre, in quello che è stato definito «l’eurocomunismo in un paese solo» non c’è soltanto il ripiego identitario di un partito che assiste impotente al mutamento degli equilibri mondiali e al crollo di tutti i suoi punti di riferimento politici e culturali, ma si ritrova anche la volontà di indicare un’alternativa per la politica estera dell’Italia, che continua ad essere chiusa fra i condizionamenti dei più potenti vicini europei e le subordinazioni atlantiche. Berlinguer rifiuta sia l’integrazione negli equilibri neoliberali dell’occidente e dell’Europa, che coinvolge i partiti dell’Internazionale socialista – e in Italia vede Craxi come principale protagonista – sia il ripiego nel massimalismo nazionalista e filosovietico dei comunisti francesi e spagnoli. Ciò giustifica anche il fatto che, nonostante tutto il Pci resta un interlocutore importante sia per i movimenti progressisti e rivoluzionari dei paesi del Sud del mondo, sia per la Cina di Deng Xiao Ping, sia per l’Urss di Gorbaciov, quest’ultimo che riconosce esplicitamente e in più occasioni l’esperienza del comunismo italiano  e il ruolo di coscienza critica del movimento comunista che esso aveva svolto dagli anni sessanta in poi, come una delle fonti d’ispirazione del suo – tardivo e disperato – tentativo di riforma del socialismo reale.

In che contesto si formò la nuova classe dirigente del Pci e quali erano le principali idee?

La classe dirigente che si afferma negli anni Ottanta è, in parte, soprattutto a livello intermedio, quella che si era formata a partire dal 1968 nel contesto della strategia del Compromesso Storico e della Solidarietà nazionale e dell’accesso al governo di importanti città e regioni. All’interno di questo periodo molti dirigenti del Pci, non soltanto i più giovani, introiettano profondamente quella che definirei la “Logica dell’emergenza”. Ovvero l’idea che la strategia del partito deve riconoscere come priorità la difesa del paese da pericoli di vario genere: le minacce interne (terrorismo)ed esterne (pressione di altre potenze) alla democrazia e alla Costituzione; la crisi economica. Negli anni Ottanta questa logica non riuscirà ad essere scardinata nemmeno dal tentativo dell’ultimo Berlinguer al quale facevo riferimento nella prima domanda. Dopo la morte del, la componente più giovane del gruppo dirigente del Pci inizia a maturare una particolare concezione, mutuata della questione morale berlingueriana, secondo la quale la crisi italiana è dovuta principalmente all’incapacità della classe politica democristiana e socialista e che, quindi, sarebbe sufficiente che la sinistra, una volta abbandonati i limiti della cultura comunista in crisi, divenisse la nuova classe dirigente, in grado di agganciare l’Italia al motore di progresso costituito dal processo di integrazione europea .

In questo quadro si afferma un uso continuo di formule come «crisi di governabilità», «crisi della rappresentanza», «crisi di sistema», «crisi fiscale». La continua riproposizione di una logica dell’emergenza non permette al gruppo dirigente occhettiano di valutare la capacità del liberismo – e del capitalismo in generale –di utilizzare i momenti di crisi per riformarsi, per ristrutturare e modificare i termini economici, politici e ideologici del conflitto sociale.

Un altro elemento caratterizzante la trasformazione del PCI riguarda il lessico politico. Dall’analisi svolta si può rilevare come in questa fase si affermino nuovi paradigmi: il discorso sui «vincoli» dai quali non si può prescindere, l’utilizzo del termine «riformismo» accanto ad aggettivi dalla non meglio definita caratterizzazione come «forte» o «antagonistico», la centralità di un europeismo in perenne evoluzione,

l’insistenza sulla «crisi di governabilità», l’uso del termine «modernizzazione» per indicare il progetto di rinnovamento che la sinistra prospetta per il Paese, l’utilizzo di concetti gramsciani come «blocco storico» ed «egemonia» accompagnati dall’aggettivo «nuovo» per indicare la compenetrazione fra soggetti politici della sinistra e società civile.

Si tratta di un insieme di categorie che si istallano nel discorso politico della sinistra alla fine degli anni Ottanta e che vi resteranno fino ai giorni nostri. Dopo la fine del Pci il PDS si assumerà il compito di adeguare il sistema politico italiano alle democrazie moderne rimpiazzando la questione dello sviluppo con quella delle regole. In questo modo la classe dirigente del Pci diventerà classe dirigente nazionale, arrivando, nei decenni successivi, a esprimere un Presidente della Repubblica, un Presidente del Consiglio, moltissimi ministri, sottosegretari, presidenti di regione.

Marco Di Maggio, Roma 12 febbraio 2021