A scuola di Politica: Intervista alla professoressa Tonelli

by storiapolitica
A scuola di Politica: Intervista alla professoressa Tonelli

Questa intervista sul libro A scuola di politica (Laterza, 2017) è la prima di tre interviste alla professoressa Anna Tonelli che si inseriscono all’interno degli approfondimenti di storia e politica per il centenario del Pci.

Anna Tonelli è professore ordinario di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Studi Umanistici e Internazionali: Storia, Culture, Lingue, Letterature, Arti, Media (DISCUI) dell’Università di Urbino Carlo Bo. 

Quali idee di Gramsci si possono ritrovare nella realizzazione da parte del Pci delle scuole di politica?

Antonio Gramsci è il primo teorizzatore della necessità di una preparazione ideologica di massa, indispensabile per intraprendere la lotta rivoluzionaria. Il fondatore di “Ordine Nuovo” era convinto che per realizzare la rivoluzione in Occidente fosse centrale la dimensione di massa dell’azione politica. Per raggiungerla si doveva ricorrere ad una «scuola di cultura e propaganda socialista», rivolta soprattutto alla classe operaia, identificata come il soggetto centrale di un cambiamento dell’ordine sociale e politico. Un obiettivo che, secondo Gramsci, deriva dalla necessità di contrapporsi alla mancanza di un progetto educativo da parte della famiglia borghese, da colmare attraverso un’ampia opera di alfabetizzazione che attribuisce ai nuovi educatori politici il compito di condurre i ceti popolari a una nuova consapevolezza. Per questo insiste già nel ’25 sulla scuola interna di partito, anche per corrispondenza, come prima fase di attività per migliorare i quadri e costruire le figure degli organizzatori e dei propagandisti. Compito della scuola è quello di unire l’impostazione ideologica con la prospettiva rivoluzionaria, trasformando la coscienza teorica in uno strumento per la formazione dei quadri. A questo modello si ispireranno anche le prime scuole di partito del ricostituito PCI che già dal ’44 comincerà a dar vita agli istituti che di lì a poco diventeranno un vero e proprio sistema educativo e formativo. Da Gramsci si ricava l’idea di formare politicamente uomini capaci e preparati a raccogliere la sfida di quella che di lì a breve sarebbe diventata l’Italia repubblicana dove il partito doveva  radicarsi in ogni spazio della società e proporsi come riferimento centrale nel processo di ricostruzione del paese.

Quali erano inizialmente le principali regole per la selezione dei candidati? Perché questi criteri erano così selettivi e quale era il programma di studio? Quali i principali insegnanti nella prima fase?

I criteri di ammissione alla scuola di partito erano rigorosi e selettivi. Il PCI investe in termini finanziari e di risorse umane sugli istituti e pretende che gli allievi siano all’altezza delle aspettative. L’obiettivo è di formare i migliori quadri, da impiegare poi nelle varie sezioni o associazioni di categoria, dando la possibilità di crescere e accedere quindi a quei ruoli, anche a esponenti delle classi popolari, principalmente operai e contadini, che devono rappresentare l’avanguardia da formare per rappresentare il partito nelle realtà locali. Il curriculum vitae del potenziale allievo va analizzato e controllato in tutte le sue componenti, come requisito di affidabilità durante e dopo il corso, per conoscere il passato politico, il ruolo attivo dentro il partito o nel sindacato, il grado di alfabetizzazione.  Ma anche per coloro che non hanno sufficiente preparazione vengono pure create le cosiddette “brigate di studio” per permettere l’aiuto collettivo dei più preparati a quanti dimostravano più difficoltà. In effetti non era facile affrontare percorsi di studio complicati, a maggior ragione per chi aveva poca dimestichezza con le letture. I programmi prevedevano una decina di temi di approfondimento riassunti in un centinaio di lezioni a corso. Si studiava  il materialismo storico, la storia del partito bolscevico e quella del movimento operaio, i problemi agrari e del capitalismo, l’organizzazione del partito e del sindacato. Negli anni ‘50 fa l’ingresso anche l’economia politica, una materia molto ostica per i quadri non alfabetizzati, ma indispensabile per gestire e governare le amministrazioni locali. In questa prima fase , fra gli insegnanti della scuola figuravano i dirigenti del partito come Togliatti, Ingrao, Amendola, Longo che si recano alle scuole per lezioni teoriche e politiche molto seguite. I corsi duravano da un massimo di un anno a un minimo di tre mesi e gli alunni dovevano sottostare a rigorose regole di comportamento e di studio, avendo la possibilità di studiare a spese del partito che fornisce gratuitamente alloggio, vitto e materiali di studio. In cambio della fiducia accordata, i prescelti dovevano rispettare una rigida disciplina sia sul piano scolastico che comportamentale, con un impegno esemplare che facesse emergere senso di sacrificio, abnegazione e capacità nell’apprendimento. Oltre naturalmente alla fedeltà al partito.

Il 9 gennaio del 1955 nasce la nuova Frattocchie, quali sono gli obbiettivi del Pci nel realizzare questa struttura?

In realtà la nuova Frattocchie si chiama Istituto di Studi Comunisti che poi lascia il nome alla località in cui sorge, al famoso chilometro 22 sulla via Appia, nella frazione del Comune Marino, sui colli romani. Il processo di costruzione è molto lungo, dopo cinque anni di revisioni e aggiustamenti di tipo architettonico. A realizzare il progetto sono prestigiose firme quali Aymonino, Di Cagno, Malatesta e Moroni (poi con la supervisione di Alfio Marchini), professionisti vicini al PCI ma di chiara fama. Alcuni dirigenti vedevano in quell’edificio un “casermone” freddo e poco accogliente rispetto all’idea di un college ante litteram. Perciò vengono piantati alberi, costruiti campi da pallavolo e bocce, abbellito il parco con panchine e statue. L’intenzione era quella di intitolare la scuola a Palmiro Togliatti, ma sarà lo stesso segretario a rifiutare l’intitolazione, per ragioni scaramantiche e di contenuto. “Non si dà il nome di un vivo a una organizzazione qualsiasi se non per augurargli di morire”, tuonava in una lettera Togliatti, considerando l’omaggio come dannoso e diseducativo per il rischio di avviare “il culto della personalità”. E così rimarrà solo Istituto di Studi Comunisti (fino al ’73 quando invece diventerà Istituto Togliatti), una delle più moderne e avveniristiche scuole di politica. Aveva aule capienti fino a duecento posti, con l’aula magna impreziosita dal dipinto di Guttuso “La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio”, un centinaio di camere biposto, una biblioteca specializzata con 5.000 volumi, sale di lettura, la palestra, un museo con tavole scientifiche sull’evoluzione dell’uomo, un’infermeria con ambulatorio medico e gabinetto per esami radioscopici. Quella scuola che scelse come motto «Conoscere il mondo per trasformarlo» (anche nella versione latina Cognosce quod immutabis), aveva progetti ambiziosi: contribuire alla formazione di quadri di partito specializzati in campi determinati del sapere; approfondire la conoscenza dei problemi del marxismo-leninismo applicati alla società contemporanea; trasformarsi in un centro di studi e di diffusione del marxismo nel movimento operaio, popolare e democratico italiano.  L’obiettivo era sempre il medesimo di preparare i futuri dirigenti a livello nazionale e locale per rispondere alle necessità di trasformazione della società, ma con la preoccupazione di evitare chiusure e dogmatismi che avrebbero favorito la sempre presente campagna anticomunista. Una scuola superiore di partito che ampliava anche il ventaglio di materie di studio, a partire da quelle scientifiche (scienze naturali,  biologia, geografia, matematica) che intendevano contribuire a una «nuova scienza proletaria», sullo stile di quanto avveniva in Unione Sovietica in un periodo di grande espansione delle conquiste tecnologiche.

Il primo direttore fu Mario Spinella, poi via via seguito da nomi di primo piano come Enrico Berlinguer (solo per un anno), Pietro Valenza, Gastone Gensini, Giuseppe Dama, Bruno Bertini, Luciano Gruppi, Corrado Morgia e Franco Ottaviano che chiuse l’esperienza delle scuole.

Nel corso degli anni ’60 e ’70 come cambiò l’identikit del nuovo quadro del partito? Quali erano le principali novità della formazione ?

Il vento della contestazione e soprattutto i successi elettorali del PCI alla metà degli anni ’70 modificano anche le scuole e il reclutamento degli allievi. Lo spostamento a sinistra dei giovani e dei ceti medi inducono il partito a riaprire una riflessione sui temi della formazione. Chi arrivava a Frattocchie non era più l’ex militante che ha vissuto la Resistenza, ma un nuovo tipo di studente, più scolarizzato e in sintonia con una società profondamente trasformata, frutto del boom economico ma immersa nel pieno della crisi economica e sotto gli attacchi del terrorismo. Gli allievi aevano fra i 21 e 26 anni, si erano iscritti al Pci durante la segreteria di Berlinguer, avevano un grado preparazione più alto, anche se discendevano spesso da famiglie operaie. In un partito alla guida di 6 regioni e 29 province, c’era bisogno di nuovi quadri dirigenti per governare comuni, associazioni di categoria ed enti. Per questo le scuole si moltiplicano, creando sette nuovi istituti interregionali  e regionali, per ospitare quanti più alunni possibili da distribuire su tutto il territorio. I dirigenti sapevano che dovevano formare figure in grado di decifrare la realtà, conoscere la politica, rispondere ai problemi. In una parola, governare.

Anche i programmi cambiavano per rispondere al bisogno di passare dalla teoria alla prassi. Venivano ridimensionate le lezioni sul marxismo-leninismo a favore di maggior spazio riservato all’economia e all’organizzazione. Rimaneva ferma la triade filosofia/economia/storia, ma affiancata a sessioni dedicate alla logica per usare i ragionamenti e alla linguistica per parlare in pubblico in modo chiaro e convincente.

È in questo periodo che si crea anche il mito di Frattocchie, considerata anche troppo benevolmente il laboratorio dei successi elettorali del PCI nelle amministrative del ’75 (il record di consensi e il tentativo non riuscito per un soffio del sorpasso con la Dc) e nelle politiche del ’76. Giornalisti italiani e stranieri andavano a visitare Frattocchie e ne restavano affascinati. Vittorio Gorresio sulla “Stampa” paragona Frattocchie ai college inglesi, Paolo Mieli sull’ ”Espresso” a un’università americana. Si fanno accreditare a Frattocchie anche giornalisti del “New York Times”, di quotidiani francesi e tedeschi. La mitologia è poi favorita dalle testimonianze e dai racconti dei protagonisti che non esitavano a dipingere l’esperienza alla scuola fra le più importanti e coinvolgenti della propria vita. Non mancavano naturalmente anche i detrattori che vedevano nelle scuole comuniste una formazione dogmatica e filosovietica, lontana da ogni espressione di libertà di pensiero e azione.